Oggi vi voremmo parlare della mostra che sta giungendo al termine a Palazzo Reale a Milano: Realismo Magico.La mostra rappresenta un’occasione unica per poter comprendere e apprezzare al meglio una corrente artistica, tra le due guerre, che purtroppo ha subito per molto tempo una damnatio memoriae, ma che negli ultimi anni è stata oggetto di ricerche e analisi.
La definizione Realismo Magico riguarda un momento dell’arte italiana circoscritto, nella fase più creativa ed originale, in circa quindici anni, tra il 1920 e il 1935. Questa corrente artistica si caratterizza per il clima di ritorno verso uno stile “neoclassico”, che ha tangenze con il gusto déco italiano, il tutto amplificato da ricercato “arcaismo quattrocentesco” e da ambigue atmosfere metafisico/realistiche. Allo stesso tempo a questo segmento dell’arte italiana si legano termini specifici quali realismo, magia, metafisica, spettrale, obiettivo, vero, naturale, surreale. Si riesce quindi a comprendere perché lo stesso nome della corrente presenti un’antitesi: realismo (dovuto dalla ricerca dell’aderenza alla realtà con dettagli minuziosi, all’arcaismo e alla staticità delle figure) magico (causato da elementi discordanti e non proporzionati, paesaggi inquinati, figure dominate da paure recondite).
La realtà è infatti punto di partenza di una trasfigurazione che passa attraverso l’immaginazione e la meraviglia, messa in atto da un gruppo di artisti tra cui spiccano Cagnaccio di San Pietro, Felice Casorati, Antonio Donghi, Achille Funi, Carlo Levi e Ubaldo Oppi.
Il decennio tra gli anni venti e trenta è stato un periodo turbolento e di smarrimento, la stessa percezione di disorientamento la può percepire il visitatore durante la mostra, l’esposizione non è chiara e non sono presenti delle sale tematiche per le differenti sezioni e quindi i quadri sembrano posizionati senza una logica o una mappa concettuale. A mio avviso quello che potrebbe (ed è) un difetto della mostra, si trasforma allo stesso tempo in una sua caratteristica peculiare, il visitatore si immerge in una realtà lontana e ne rimane folgorato, vero è che finita la mostra si ha una leggera confusione.
Il vero motivo per recarsi alla mostra è per ammirare le opere di Cagnaccio di San Pietro, pseudonimo artistico in quanto il suo vero nome è Natalino Bentivoglio Scarpa. Lo pseudonimo in sé permette di comprendere immediatamente il carattere e lo stile dell’artista, anarchico – individualista-antiborghese, il quale non riuscì mai ad integrasi nella società dell’epoca diventando perciò simile a una cane solitario, appunto “cagnaccio”. Questa inquietudine e inadeguatezza sono rintracciabili nell’opera “Donna allo specchio” del 1927.
Nell’opera una giovane ragazza si prepara per uscire, la sua figura domina la scena con tutta una gamma di oggetti accessori finemente dipinti; lo stratagemma dello specchio (che già in sé è una prova di bravura per la capacità di definirne i riflessi) riflette però una realtà diversa, il volto della ragazza è ottenebrato, pensante e soprattuto assente (elemento frequente in Cagnaccio). Il pittore usa un’immagine apparentemente quieta per richiamare uno spazio interiore, un mondo emozionale, che induca ad un senso di stupore e straniamento: la nitidezza delle apparenze gioca con le increspature dell’anima ed anche la scelta della prospettiva “schiacciata” contribuisce allo scopo. Questo dipinto è stato spesso associato ai disturbi alimentari, perché secondo un’altra chiave di lettura, la giovane sembra insoddisfatta del proprio volto, del proprio aspetto fisico, e neanche con il trucco riesce ad apprezzarsi.
Un’altro capolavoro in esposizione è “Dopo l’Orgia”, che va letto in chiave sia estetica che di provocazione politica; di autentica classicità sono le stesure cromatiche, la costruzione prospettica dei corpi nudi, le figure plastiche in atteggiamento di felice ubriacatura, distese per terra e circondate da bottiglie, bicchieri e carte da gioco. L’opera venne respinta alla biennale di Venezia da Margherita Sarfatti, Presidente all’epoca della biennale e fidanzata intellettuale di Benito Mussolini, in quanto mostrava i costumi licenziosi del regime, rivelato nei particolari dei polsini fregiati del fascio littorio.
Come per le donne di Cagnaccio, che pur ritrovandosi nello stesso luogo spaziale si collocano ognuna nella propria dimensione interiore e spirituale, questo avviene anche per i protagonisti dell’opera “Pomeriggio a Fiesole” di Baccio Maria Bacci. In un tranquillo dopo pranzo, quattro amici si intrattengono attorno al tavolo, in un soggiorno di una casa che facilmente si riconosce essere quella del pittore, a Fiesole, nei dintorni di Firenze: insieme a Bacci, che si autoritrae seduto, sulla destra, con il cane di fronte, sono presenti l’artista Guido Peyron, che imbraccia la chitarra, e le loro rispettive mogli. Il quadro dovrebbe rappresentare un lieto pomeriggio primaverile, ma ciò che lo spettatore percepisce è in realtà un’inquieta solitudine. Nonostante i 5 personaggi siano circondati da amici, nessuno riesce a comunicare agli altri e questo riusciamo a comprenderlo dagli sguardi che non si incontrano mai e dall’inaspettato silenzio interrotto solo dagli immaginari accordi della chitarra. Seppur accompagnati i personaggi sono soli e tormentati dai loro pensieri.











