La mostra, visitabile fino al 06 marzo 2022, si svolge nel bellissimo contesto di Castello D’Albertis, la residenza genovese dell’omonimo capitano ottocentesco.
Già il titolo suggerisce l’intento della mostra: ovvero la raccolta di cimeli durante il primo giro del mondo del capitano, che lo vedrà tornare a Genova nel 1878 con nuovi manufatti esotici provenienti da ogni parte del mondo, soprattutto dall’Australia e dal Giappone.
È sempre meglio ricordare il periodo storico in cui ha vissuto il grande viaggiatore e la mentalità ottocentesca, in bilico fra la curiosità verso le altre culture e il colonialismo. È infatti in questi anni che si diffondono le cacce in Africa, i viaggi etnografici nei quali manufatti di ogni tipo vengono presi per arricchire le collezioni private; tenuti in esposizione in quanto simbolo di culture così distanti e, allo stesso tempo, così primitive. Al pari della scoperta di nuove culture e nuovi popoli va la stereotipizzazione degli indigeni, considerati ai primi gradini dello step evolutivo e quindi da civilizzare.
Nella mostra questo misto di curiosità e giudizio, emerge nelle fotografie di John William Lint. Il fotografo tedesco diviene famoso per i suoi ritratti soprattutto degli aborigeni australiani: Australian Aboriginals. La serie venne realizzata fra il 1873-1874, gli aborigeni vennero in posa nello studio, componendo una scenografia tribale e primitiva; costruendo l’immagine di persone lontane anni luce dalla moderna società occidentale. Oltre ai magnifici scatti della popolazione aborigena, Lindt immortala i bellissimi paesaggi australiani del Clarence River District, lasciando una visione idilliaca e pittoresca.
Il mio motto come ritrattista fotografico è sempre stato “La verità – ma la verità in una forma piacevole”
J. W. Lindt





Lindt è un personaggio molto curioso: nato in Germania, a 17 anni salpa su una nave tedesca che lo porterà a Melbourne. Dopo un breve ritorno in Germania, torna in Australia dove apprende le tecniche fotografiche dal suo connazionale Conrad Wagner. La fama raggiunta con la serie Australian Aboriginals e gli scatti di Clarence River District, si trasferisce a Melbourne nel 1876. In quegli anni divenne il fotografo “etnico” partecipando a spedizioni in Nuova Guinea e India per immortalare paesaggi e popoli.


Le fotografie di Lindt occupano una sala intera della mostra, in quanto amico del nostro viaggiatore genovese, che comprò molte delle sue fotografie dopo il loro incontro a Melbourne. troviamo le diverse tipologie di manufatti presi in occasione dei viaggi, come kimono, scudi, armi e fotografie.
Nella sala attigua si cambia paese e si approda nell’Oriente. In una teca è esposto il volume “Views and Costumes of Japan“, un libro fotografico in cui viene ritratto ogni lato folkloristico del Giappone. Il mezzo fotografico, da poco inventato e diffuso, diventa un mezzo di conoscenza e appropriazione entrando nella rosa dei souvenir che i viaggiatori prendevano dai viaggi esteri come vestiti, armi, sculture e cofanetti. Infatti la sala viene completata dall’esposizione di kimono, sandali, lance e scudi.





Molto interessante è la terza sala, nella quale viene dedicato uno spazio speciale agli aborigeni per permettere al visitatore di capire la loro storia, ricostruita grazie alle foto ritrovate degli Archivi Aborigeni, un archivio digitale fondato dalla ricercatrice italiana Monica Galassi, col fine di ricostruire la loro identità aborigena.
La mostra se pur piccola è molto carina e la tematica risulta molto attuale, lasciando più di uno spunto di riflessione.
Biglietti: 6€ intero e 4,50€ ridotto
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