La Maniera Nera

Con l’articolo di oggi inizia il nostro appuntamento fisso della nuova rubrica Dialogare con le tecniche, che vi introdurrà nel mondo delle tecniche artistiche, vi racconterà delle loro continue variazioni nei secoli e di come gli artisti ne hanno tratto le specificità per realizzare opere straordinarie, che oggi abbiamo la fotuna di poter ammirare e studiare. Data la grande varietà di tecniche contemporanee ed antiche, inizieremo nel trattare la tematica delle tecniche della stampa; la prima tecnica protagonista del nostro dialogo è una tecnica calcografica, non delle più antiche, poiché si sviluppò nella prima metà del Seicento: la maniera nera.

Una grande premessa generale va fatta: il termine calcografia definisce quelle tecniche di incisioni in incavo, che prevedono come supporto una lastra di metallo; la sua etimologia ci rimanda al verbo scrivere, nel senso di delineare il rame, che era spesso il materiale prediletto per le lastre. In questo ambito confluiscono sia le tecniche di incisione diretta, ovvero quei procedimenti attraverso i quali con diversi strumenti si scalfisce direttamente il metallo, oppure di incisione indiretta, ossia quelle tecniche che utilizzano l’acido quale agente di corrosione per ottenere gli incavi. Procedimenti diversi per un esito grafico diverso.

La maniera nera è una tecnica di incisione diretta, nota con moltissimi acronimi come mezzotinto, maniera ‘a fumo’, maniere noire: conosciuta a pochi, risulta una delle tecniche calcografiche migliori per la resa degli scuri sulla stampa, e nacque proprio nel tentativo di raggiungere valori tonali e chiaroscurali maggiori rispetto alle altre tecniche già sistenti. Erano gli anni in cui Rembrandt iniziava ad interessarsi ad effetti luministici ottenibili grazie al morbido tratto della puntasecca, altra tecnica che andremo poi a sviscerare in un articolo dedicato; insomma, nell’agosto del 1642 il tedesco Ludwig von Siegen realizzò la prima sperimentazione dell’incisione a mezzo tinto. In quell’anno presentò al principe Guglielmo VI il ritratto della lagravia Amelia Elisabetta con il quale rivendicava l’invenzione della tecnica, che finalmente permetteva di ottenere sfumature degradanti dal nero pieno al bianco assoluto.

Questo è possibile grazie alla lavorazione iniziale della lastra, che veniva del tutto annerita tramite il berceau, uno strumento a mezzaluna che veniva fatto oscillare con forte pressione sull’intera superfice. Si tratta di un’operazione molto lunga e laboriosa che deve essere ripetuta diverse volte in tutte le direzioni, e che serve a preparare un fondo granuloso che assicuri l’ottenimento di un nero pieno, intenso, e vellutato; per le tonalità chiare l’artista agisce poi con brunitoio e raschietto, utilizzando il primo per i toni intermedi, sino a ritrovare il bianco, e il secondo per raschiare via la granitura. Ovviamente più la lastra sarà preparata più alti potranno esser i livelli di contrasto e ricche le scale tonali.

La maniera nera si sviluppò inizialmente in Olanda, e poi soprattutto in Inghilterra nella seconda metà del 1600, e divenne molto popolare. Numerose e di grande qualità sono le prove realizzate dall’artista – incisore olandese Cornelis Dusart: le sue stampe raffigurano per di più scene rustiche e popolari, interessanti anche per il fatto di essere tra le poche opere di invenzione realizzate con la tecnica del mezzotinto, generalmente dedicata alla riproduzione di opere già esistenti. Un artista che fece della maniera nera una tecnica prediletta proprio per le stampe di riproduzione fu Valentine Green, uno dei primi incisori a mostrare come la maniera nera potesse essere applicata alla traduzione di composizioni pittoriche, così come a ritratti. Le sue incisioni si distinguono per eccezionale ricchezza e finezza di tono, e per un equilibrio formale tra luci ed ombre.

Joseph Wright of Derby, A Philosopher Shewing an Experiment on a Bird in an Air Pump, olio su tela, Londra, National Gallery, 1768; Valentine Green, A Philosopher Shewing an Experiment on a Bird in an Air Pump, mezzotinto, NewYork. Metropolitan Museum of art, 1769.

Un altro dei vantaggi che resero il mezzotinto una tecnica privilegiata, soprattutto presso l’editoria di stampa inglese, fu la sua possibilità di essere stampata a colori attraverso il procedimento dell’incisione policroma su lastre multiple, inventato nella prima metà del 1700 a Parigi; la tecnica, in questo modo, resistette un po’ di più alla sua inevitabile decadenza e disuso: infatti, producendo una tiratura limitata di stampe, non oltre i 30 o 40 buon esemplari, già alla fine del XVII secolo non venne quasi più praticata. Il motivo era ovviamente di tipo commerciale: la poca competitività sul mercato, rispetto ad altre tecniche artistiche, come ad esempio la litografia, che permettevano di realizzare elevate tirature.

Fortunatamente la tecnica della maniera nera sta avendo una sua piccola rivalsa negli interessi degli artisti contemporanei al giorno d’oggi. Vi segnaliamo l’artista ungherese Imre Kéri, che si è specializzato negli anni in questa meravigliosa tecnica a stampa con la quale riesce a donare nuova vita a dei capolavori della pittura seicentesca, come ad esempio quelli del Caravaggio, ma anche a soggetti da lui personalmente creati.

Un’altra artista che ha scelto la maniera nera come veicolo per la sua arte è Vija Celmins, che, con questa tecnica, combinata con quella dell’acquatinta, ha deciso di raccontare la sua visione ‘oltre terra’ e di realizzare delle serie di stampe dedicate a costellazioni e pianeti.

Vija Celmins, Concentric Bearings D, mezzo tinto a tre colori, acquatinta, puntasecca, fotoincisione, ICA, Institute of Contemporay Art, Boston, 1985.

Una tecnica difficile e complessa da realizzare, che per questo rimane affascinante e misteriosa anche oggi; abbiamo cercato di raccontarvela e speriamo che vi siate appassionati quanto noi. Ci ritroviamo il prossimo mese con un altro dialogo dedicato ad una nuova tecnica a stampa!

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