Antoon Van Dyck in Italia

L’Italia è da sempre stato un Paese obbligatorio da visitare per tutti gli artisti, quello che nel Settecento venne chiamato “Grand Tour” in realtà era una pratica già molto comune da almeno tre secoli. Soprattutto gli artisti fiamminghi, dovevano passare un periodo nel Bel Paese per dirsi artisti completi, in modo da studiare le opere dei grandi maestri del passato e imparare da loro.

Non sfugge a questa regola Anthony Van Dyck, pittore di Anversa nato nel 1599 e pupillo del Rubens. Egli arriva a Genova nell’ottobre 1621, ospitato in casa da due fratelli fiaminghi, i De Wael. Vi rimane pochi mesi, perché già nell’aprile 1622 è documentato a Roma. Da qui si sposta prima a Venezia, al seguito della contessa di Arundel, poi a Torino e nel marzo 1623 di nuovo a Genova. L’anno successivo viene convocato a Palermo dal principe Emanuele Filiberto di Savoia, vi rimarrà fino a settembre 1625, quando torna nuovamente a Genova, per poi andare ad Anversa a fine del 1627. Cinque anni dopo si trasferisce in Inghilterra, al servizio della corte di Carlo Stuart, per la quale realizza innumerevoli ritratti di grandissime dimensioni.

Van Dyck è noto soprattutto per i suoi ritratti, che dipinge sin dalla giovinezza, ed è considerato un innovatore del genere. All’epoca il ritratto era considerato un genere di pittura inferiore, mentre la pittura di storia il genere più alto, a cui si dedicavano gli artisti migliori. Van Dyck smentì questa concezione.

Autoritratto, 1623

Purtroppo, di Van Dyck non abbiamo molte testimonianze personali, sulla sua vita ci sono ben pochi documenti (la biografia più attendibile è quella del manoscritto del Louvre, mentre la Vita del Bellori va letta con attenzione critica). Fortunatamente, esiste uno sketchbook redatto durante il suo periodo in Italia, composto da 121 fogli. È conservato al British Museum e riporta alcuni schizzi di soggetti diversi tra loro, ma soprattutto copie da dipinti dei grandi maestri. Il pittore in assoluto più amato da Van Dyck è Tiziano, che ha segnato un punto di svolta per il suo stile. Queste sono alcune pagine tratte dal taccuino, confrontate con le opere di riferimento.

Lo studio del Vecellio è evidente se si osservano i dipinti realizzati da Van Dyck in quel periodo, ed è una costante nel resto della sua vita. Osserviamo, ad esempio, il Cristo della moneta (1625, Genova, Palazzo Rosso):

Nonostante Tiziano sia l’artista predominante, Van Dyck ha rivolto la sua attenzione anche ad altri maestri veneti, come Giorgione e Veronese, ma anche a uno dei maggiori pittori di tutto il Cinquecento: Raffaello Sanzio. Una delle pagine del taccuino mostra una copia tratta dalla parte inferiore dell’affresco della Disputa sul Sacramento, nelle Stanze Vaticane:

Nello sketchbook c’è un’unica pagina datata, quella del 12 luglio 1624, a Palermo. Si tratta di un ritratto della pittrice Sofonisba Anguissola, che allora aveva 92 anni, con delle annotazioni scritte da Van Dyck:

“Retratto della Sig.ra Sofonisma pittricia fatto dal viva in Palermo l’anno 1624 le 12 di julio, l’età di essa 96 havendo ancora la memoria et il servello prontissimo, cortessima, et sebbene perla vecchiaia là mancava la vista, hebbe con tutto cio gusto de mettere gli quadri avanti ad essa et congran stenta mettendo il naso sopra il quadro, venne a discernere qualche poca et piglio gran piacere ancora in quel modo, facende il ritratto de essa, mi diede diversi advertimenti non devendo pigliar il lume troppo alto accio che le ombre nelle ruge della vecciaia non diventassero troppo grandi, et molti altri buon discorsi come ancora conto parte della vita di essa per la quale le conobbi che era pittora de natura et miraculosa et la pena magiore che hebbe era per mancamento di vista non poter piu dipingere, la mano era ancora ferma senza tremuta nessuna”.

Si conosce un dipinto derivato da questo schizzo. L’Anguissola aveva raggiunto una certa fama grazie alla sua lunga attività, con apice alla corte di Spagna, dove insegnò addirittura a dipingere alle figlie del re! La sua vita avventurosa si concluse a Palermo, il 16 novembre 1625, lo stesso anno in cui vennero miracolosamente trovate le reliquie di Santa Rosalia. Van Dyck era in città e assistette ai festeggiamenti in onore della santa, per i quali vennero commissionate molte opere d’arte. Il fiammingo partecipa a stabilire l’iconografia della nuova santa, dipingendola in più tele:

Poco dopo la realizzazione di queste opere, Van Dyck fa ritorno a Genova e poi nel 1627, torna in patria ad Anversa. Con sè porta tutta l’esperienza e lo studio intrapreso in Italia, che lo ha reso uno dei più grandi pittori fiamminghi di tutti i tempi.

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