La mostra che vi proponiamo oggi è intitolata “Vittorio Corcos: Ritratti e Sogni” all’interno dello splendido Palazzo Pallavicini di Bologna, visitabile entro il 27 di giugno. La mostra si articola lungo 6 sezioni (la famiglia e gli amici, luce mediterranea, stati d’animo, le peintre des jolies femmes, il primato del ritratto, gli anni a Parigi), che raccontano la presenza del pittore livornese all’interno del contesto culturale figurativo dalla seconda metà dell’Ottocento al primo trentennio del secolo seguente.
Corcos oggigiorno non è sicuramente uno degli artisti meglio noti del panorama artistico italiano della metà del Novecento. Troppo spesso è stato declassato come eterno secondo, in quanto da un lato nei suoi quadri riecheggiava in eccedenza lo stile delicato e soave di De Nittis, dall’altro canto però era inferiormente spudorato rispetto ai ritratti disarmanti di Boldini. Per questo motivo è diventato uno dei tanti artisti italiani finiti nel dimenticatoio (anche se recentemente sta avvenendo una sua riscoperta), sicurante però la sua totale assenza in questi anni dai libri scolastici non gli ha permesso di ottenere il riconoscimento che si merita. Come i suoi artisti contemporanei ben più noti, la sua fama si sviluppò a Parigi, città che lo adottò ventenne per glorificarlo come ritrattista mondano nell’olimpo delle ricche dee fin de siècle, tra vanità ed eccessi di una borghesia al precipizio della perdizione.
In questa mostra possiamo osservare due delle grandi peculiarità che contraddistinguono l’artista: la ricerca del vero, ovvero la cura spasmodica dei dettagli la quale ha reso la sua pittura quasi fotografica, e la ricerca della psicologia dei personaggi, spesso estremamente enigmatici, caratterizzati dallo sguardo profondo ma anche malinconico. In riferimento allo sguardo lo stesso Corcos affermava: “In un ritratto quello che conta sono gli occhi. Se quelli riescono come voglio, con l’espressione giusta, il resto viene da sé”.
La pittura fotografica
Per comprendere il concetto di pittura fotografica possiamo analizzare una delle opere più celebri di Corcos: Ritratto di Yorick. Quando la fama dell’artista crebbe a dismisura grazie alla sua estrema abilità nei ritratti, alcuni detrattori dissero che Corcos creava dei quadri sì belli ma non attinenti al vero, ovvero aveva la tendenza a ritrarre dei personaggi molto più belli rispetto alle reali fisionomie dei modelli. Partendo da questa critica incessante, Corcos ha realizzato quest’opera in cui l’allusione alla critica dei suoi detrattori è piuttosto evidente tramite una frase riportata nel muro di sottofondo: “Se l’uomo qui dipinto al naturale, non è giovin, grazioso ed alto e snello, se ne accusi il pennello: Non ha colpa, per Dio, l’originale”. Con ironia Corcos addebita le sembianze del soggetto alla sua scarsa bravura da pittore. Il quadro a tutti gli effetti può rientrare all’interno della pittura fotografica per diversi elementi, primo fra tutti la cura spasmodica nei dettagli della scena attorno al personaggio. Possiamo infatti osservare come, sul muro a sinistra, siano presenti alcuni disegni infantili (che in quegli anni godevano di un particolare interesse, come dimostra la conferenza di Corrado Ricci su “L’arte dei bambini” del 1885), i quali sono firmati Ada, la figliastra di Corcos. La scelta dei disegni infantili non è casuale, in quanto servono a rimarcare la dimensione quotidiana, ironica ma anche eccentrica del personaggio. In quest’opera viene raffigurato Pietro Coccoluto Ferrigni, noto con lo pseudonimo di “Yorick figlio di Yorick” (ispirato allo scrittore britannico Laurence Stern, che si firmava Yorick), il quale era innanzitutto segretario di Garibaldi e volontario nella spedizione dei Mille, ma anche un brillante scrittore, avvocato, giornalista e critico. La sua assoluta poliedricità fa si che se da una lato venga raffigurato come un uomo particolarmente sicuro di se, che cammina con lo sguardo in avanti con estrema disinvoltura e sicurezza, dall’atro canto Corcos ne evidenzia anche l’aspetto bonario ed ironico (sia con l’iscritta che con i disegni). Quindi questo ritratto, come molti altri nella sua carriera, non rientra nella categoria dei classici “ritratti ufficiali”, ma si caratterizza per essere un’istantanea tracciata con pennellate piuttosto larghe e veloci con estrema cura per i dettagli, in cui prevale l’ironia, una delle doti di Yorick.
Stati d’Animo
A mio avviso la mostra è stata un’esperienza particolarmente piacevole e sicuramente la visita vale quasi esclusivamente per un quadro, che è impossibile non inserirlo tra l’Olimpo dei quadri più intriganti dell’ottocento italiano: “Sogni”. L’opera rappresenta una scena di naturale quotidianità che ha per protagonista Elena Vecchi, una giovane donna seduta su una panchina mentre guarda fuori dal quadro, proprio verso l’osservatore. La ragazza è seduta su una panchina, dove sono appoggiati un cappello (in perfetta sintonia cromatica con il vestito e le foglie verdi del ramo che entra in scena nel fondo della tela) e dei libri impilati uno sopra l’altro. Un ritratto molto significativo per la fine dell’Ottocento in quanto la giovane venne interpretata come la rappresentazione perfetta dello spirito della Belle époque. In quanto la natura della sua posa ne fa risaltare 2 aspetti contrastanti tra loro, se da una parte la ragazza è seduta con le gambe accavallate in una posa rilassata, al tempo stesso guardandola non è difficile capire l’irrequietudine del piede, che la giovane fa oscillare con ossessione e al tempo stesso emerge anche la voglia della giovane di alzarsi per andare alla scoperta del mondo circostante. Da una quadro apparentemente statico emerge perciò il dinamismo dei pensieri della giovane, che non trovano una soluzione alla sua malinconia. La particolarità (e forse il protagonista indiscusso) di questo ritratto sicuramente è lo sguardo penetrante di questa giovane donna, dal quale traspare una personalità grintosa sottolineata anche dalle labbra ben chiuse ma in fermento, come se volessero parlare a chi la osserva. I capelli arruffati, quella velatura di occhiaie, sono i tratti di una donna nel cui animo si agitano con tumulto diversi sentimenti che scatenano in lei un’inquietudine e che traspare fino a noi osservatori.
Elena Vecchi, figlia di Augusto Vecchi (scrittore di libri marinari e anche di fumetti), fu per molto tempo la musa ispiratrice dell’artista ma anche la sua fedele amante. La sua figura dai lineamenti aggraziati e fini incarna una sensualità nascosta tutta da scoprire. Nonostante l’eccezionale grazia della protagonista, il quadro venne ritenuto inopportuno e scandaloso, tanto da far richiedere alla famiglia della Vecchi sia la rimozione del quadro in sé dalla Festa dell’arte e dei Fiori a Firenze (dove il quadro era esposto), sia la distruzione delle cartoline illustrate del quadro, massimamente richieste dal pubblico. Lo scalpore fu tale che tutti i pretendenti di Elena Vecchi si ritirarono.
Il fragore era dovuto al fatto che l’opera rappresentava il proibito, ovvero l’immagine di una donna indipendente che andava a spasso da sola per la città e che si sedeva, senza essere accompagnata, su una panchina per sfamare le propria sete di sapere con dei libri, quindi un’immagine troppo moderna per il panorama culturale italiano dell’epoca. Questa ragazza, amante della lettura, forse dal carattere anche un po’ inquieto, incarnava gli ideali di sensualità, di bellezza, di libertà del vivere, cominciavano a diffondersi nel mondo femminile parigino di fine XIX secolo.








