La simbologia animale è molto diffusa in tutta la storia, per trasmettere forza, si pensi ai grandi imperi, sia per trasmettere insegnamenti. Ancora oggi noi associamo la forza al leone, la furbizia alla volpe, l’ignoranza all’asino e la laboriosità alla formica; queste connessioni, trasmesse dalle favole popolari, hanno una radice profonda nella storia dell’uomo. Infatti, sin da Esopo, gli animali sono stati usati come specchio del comportamento umano: utilizzando i vari comportamenti etologici per trarre conclusioni moraleggianti.
Nel Medioevo queste analogie diventano più forti e lette in chiave cattolica. In ambito monastico si studiano e si trascrivono testi antichi, ma soprattutto si stilano libri di carattere enciclopedico come gli Erbari: testi in cui vengono raccolte le informazioni sui vari tipi di piante. Di pari passo vengono scritti i Bestiari, testi didattici che raccolgono le informazioni su qualsiasi tipo di animale conosciuto, e fantastico, in chiave cristiana. In questi testi si mescolavano le fonti antiche, Aristotele e Plinio il Vecchio dalle quali provenivano le informazioni scientifiche, e quelle tardoantiche come il Physiologus (II-III d.C. ca.), che, assieme alle Sacre Scritture, ha apportato la parte morale in chiave cristiana. A queste fonti si aggiungono: il XII libro delle Etimologie di Isidoro di Siviglia (VII sec), De rerum natura di Beda (VIII sec), Hexameron di S.Ambrogio (IV sec), De universo di Rabano Mauro (IX sec).
Nel Physiologus è evidente la lotta fra il bene e il male, fra Cristo e il demonio. Simbolo di Cristo sono la Fenice, il Pellicano, la Pantera, l’Aquila, il Liocorno e il Leone; mentre la iena, la volpe, il lupo e la scimmia sono simbolo del demonio.

[…]A proposito del leone che sono in lui tre caratteristiche. La prima è la sua saggezza: quando gli perviene l’odore di coloro che gli danno la caccia, con la sua coda scancella le sue impronte, affinchè i cacciatori che seguono le sue orme non scoprano la sua grotta e non lo catturino. In ugual modo il nostro Redentore, novello leone che […]essendo stato inviato dall’alto ricoprì nell’aere le sue impronte, vale a dire la divinità […] Altro discorso del leone. Quando dorme nella sua caverna, senza che sia sveglio i suoi occhi stanno aperti. Questa spiegazione giunge ove il Cantico dei Cantici dice: Io dormivo ed il mio cuore era desto. Il nostro Signore, invero, corporalmente dormiva sulla croce, e nella divinità vigilava alla destra del Padre, come è detto: Non sonnecchia né dorme chi custodisce Israele. Terzo discorso. La leonessa partorisce morto un figlio, e custodisce il figlio sin che venga il padre di esso; al terzo giorno, ritornato, il padre soffia nella faccia di quello e lo resuscita. In ugual modo il Padre, che tutto prende, risuscitò il Figlio suo primogenito[…] Giustamente disse Giacobbe: e come il figlio d’un leone non vi è chi lo desterà.

A proposito dell’asino selvatico e a proposito della scimmia. Entrambi si trovano nella reggia. Al 25 del mese magabit, quando questa bestia grida dodici volte, il re ed i suoi soldati sanno che la notte e il giorno sono di uguale lunghezza. Ma coloro che hanno creduto nella voce dei profeti sono riconosciuti da un segno. Il grido dell’asino selvatico è il diavolo, e la scimmia è immagine del volto del diavolo, che ha incominciato e non ha finito: al principio, esso era uno degli arcangeli, ma poi fu chiamato nemico del Signore, come dinanzi era stato chiamato prossimo del Signore. Così pure per la scimmia non vi fu compimento. Giustamente ha parlato il Fisiologo.
Questi testi rappresentano la base dei bestiari medievali, scritti dal XII secolo in poi come: De bestiis et aliis rebus di Ugo di San Vittore (XII sec), l’Aviarum di Ugo de Fouilloy (XII sec), il Bestiaire divine di Pierre de Beauvais (XII sec), De animalibus di Alberto Magno (XIII sec.).

Molto interessante è l’Aviarum di Ugo de Fouilloy, datata al 1122-1125. Dal nome si intuisce l’attenzione dedicata ai volatili, di cui l’autore ne descrive 29 specie. Un’attenzione particolare è dedicata alla colomba alla quale sono dedicati i primi 11 capitoli, dove vengono descritte le tre tipologie, le caratteristiche fisiche, come i colori e parti del corpo. Le numerose simbologie, sviscerate in questi 11 capitoli, vengono riassunte e schematizzate in un’elegantissima miniatura.
Una componente artistica di questi bestiari sono infatti le miniature, che impreziosiscono i testi. Esempio è il Bestiario di Aberdeen, di fine XII secolo, prodotto in ambito reale. Qui riportiamo il sito dove è possibile consultare il manoscritto interamente digitalizzato dalla biblioteca.





Come abbiamo detto in precedenza in questi testi si mescolano nozioni di osservazione scientifica, significati derivanti da tradizioni popolari o etimologiche (come il castoro, che deve al suo nome perché si castra) e affinità fisica fra animali. La parte sugli animali fantastici, come la sirena, il centauro è in parte influenzata dal Libro mostruorum (VIII sec), che raccoglie tradizioni mediterranee e orientali molto più antiche del Cristianesimo.
La diffusione e l’importanza di questi testi è visibile nelle opere medievali, soprattutto chiese romaniche e gotiche, dove la presenza di animali, di qualsiasi forma, è praticamente dominante. “Questo mondo sensibile è quasi un libro scritto dal dito di Dio”, questa frase di Ugo di San Vittore rende chiaro come nella mentalità medievale l’osservazione della natura era strettamente connessa alla parte spirituale della creazione di Dio, a cui veniva attribuita una funzione didascalica, cercando in ogni aspetto della natura un insegnamento morale.
Nel XIII secolo, la cultura cortese prende la tradizione dei bestiari reinterpretandola in chiave romantica: nasce le Bestiaire d’amour, scritto nel 1250 da Richard de Fournival. In questo testo vengono riprese le nozioni dei bestiari, ma cambiano le simbologie degli animali che al posto di una simbologia cristiana sono letti come specchio del comportamento cortese, amoroso e in alcuni casi anche erotico. Come l’aquila che da simbolo cristologico diventa l’emblema dell’orgoglio:
[L’aquila]
“[…] Ma mi sembra che anche voi siate provvista in misura eccessiva di quell’orgoglio che non può stare insieme ad amore: dovreste spezzarlo oppure non gustereste la gioia dell’amore. Come fa l’aquila che quando il suo becco è diventato troppo lungo, tanto da impedirle di mangiare, lo spezza e lo affila nuovamente sulla pietra più dura che riesce a trovare. Il becco dell’aquila simboleggia l’orgoglio che è contrario ad amore. Infatti si spezza il becco quando ci si umilia tanto da aprire le porte della fortezza che si trova davanti alla lingua, affinché questa possa riconoscere e concedere. Ma esistono donne che le aprono alla rovescia. Giacchè esse si dissimulano completamente quando dovrebbero mettersi allo scoperto, mentre si divertono a cercare uno qualunque del quale si fidino e con il quale civettare. Io dico che questo è spezzare il becco alla rovescia. E tali donne assomigliano anche al coccodrillo.
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