Urbino è stata una delle città protagoniste del Rinascimento, grazie alla politica umanistica dei suoi duchi. Con Federico da Montefeltro venne eretto il Palazzo Ducale, che ancora oggi con i suoi caratteristici torricini identifica la città. Il Palazzo vide il susseguirsi di tre fasi di costruzione, iniziate nel 1444 a opera di tre architetti: Maso di Bartolomeo, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini. All’interno del Palazzo, ora visitabile e ospitante la Galleria Nazionale delle Marche, si trova anche il famoso Studiolo di Federico da Montefeltro, un piccolo ambiente dove il duca si ritirava per studiare e occuparsi degli affari del ducato, decorato con tarsie geometriche e quadri di uomini illustri.
Durante l’ultima fase dei lavori, partecipò alla decorazione degli interni uno scultore milanese, Ambrogio Barocci, che si trasferì in città per eseguire questo progetto. Qui egli si sposò ed ebbe dei figli, dando così inizio alla famiglia dei Barocci da Urbino, composta da abili artigiani di strumenti matematici. Fu in questo ambiente che, nel 1535, nacque Federico Barocci.
Le notizie che abbiamo su questo pittore sono molte, grazie ai primi biografi a lui contemporanei (Raffaello Borghini, Bernardino Baldi) e alle lettere del duca di Urbino, Francesco Maria II Della Rovere. La fonte più completa tuttavia è Giovan Paolo Bellori, che inserisce il Barocci tra i 12 artisti delle sue Vite.
Federico dunque nacque in un ambiente già dedito alle arti e in particolar modo al disegno, ma il primo maestro che lo avviò alla carriera di pittore fu Francesco Menzocchi da Forlì, che capitando a Urbino notò il talento del piccolo e lo indusse a fare pratica. Il vero e proprio apprendistato fu con Battista Franco, un pittore veneto che si trovava in città per decorare la Cattedrale. Egli aveva studiato a Roma e si era avvicinato allo stile di Michelangelo, del quale aveva copiato minuziosamente il Giudizio Universale. Franco restò solo due anni a Urbino e, alla sua partenza, Federico continuò gli studi con lo zio, Bartolomeo Genga, che era un pittore affermato e uomo fidato del Duca. Il giovane poté dunque studiare a Pesaro, dove c’era un altro Palazzo Ducale con parte della collezione roveresca di opere d’arte.
Il punto di svolta per l’arte di Barocci fu a metà degli anni Cinquanta, quando andò per la prima volta a Roma, ospite di uno zio che era maestro di casa del Cardinale Giulio della Rovere. Sono poche le prime opere conosciute di Barocci: la Santa Caterina, fortemente ispirata all’omonima opera di Raffaello a Bologna (ma basata sull’incisione di Marcantonio Raimondi), il Martirio di Santa Margherita e il Martirio di San Sebastiano. Fu con il secondo soggiorno romano, avvenuto tra il 1565 e il 1566, che Barocci maturò e iniziò la sua fruttuosa carriera. Egli andò nell’Urbe per partecipare alla decorazione del Casino di Pio IV nei Giardini Vaticani, insieme ad altri artisti tra i quali Taddeo e Federico Zuccari, con i quali intessé una buona amicizia. Bellori racconta diversi aneddoti di questi anni romani, caratterizzati dallo studio dell’arte del Cinquecento. Si narra che, mentre Federico era intento a disegnare gli affreschi di Raffaello alla Villa Farnesina, passò Giovanni da Udine che ne lodò il lavoro. Ma, nell’apprendere che egli era originario di Urbino, proprio come il suo maestro Raffaello, si commosse e vide in lui rivivere la sua gloria. Similmente, un giorno Barocci incontrò Michelangelo, che nel vedere un suo disegno del Mosè di San Pietro in Vincoli, si congratulò con lui e lo esortò a continuare a disegnare. Certamente non è possibile stabilire se questi eventi accaddero o meno, in quanto la prima fonte a narrarli è proprio il Bellori, ma sono importanti per capire i modelli a cui faceva riferimento il giovane Barocci.
La decorazione del Casino di Pio IV venne bruscamente interrotta da una malattia che colpì il pittore, costringendolo a tornare a Urbino. Ne rimane la decorazione di un ambiente con una Annunciazione, grottesche e allegorie femminili, più un Mosè in un’altra stanza. Si narra che dopo questo grave incidente, Barocci non dipinse più per quattro anni, realizzando poi finalmente la Madonna di San Giovanni, dedicata alla Vergine come voto di guarigione. Purtroppo, egli non guarì mai del tutto ed ebbe forti dolori per tutta la vita, che lo costringevano a dipingere poche ore al mattino e poche ore alla sera, affaticato da notti insonni e problemi di digestione. Di conseguenza, era estremamente lento a dipingere e questa lentezza è ben percepibile dalle lettere del Duca, che era costretto a scusarsi con i facoltosi committenti che chiedevano un’opera del pittore.
Francesco Maria e Federico Barocci avevano difatti un ottimo rapporto, seppure il duca in più occasioni perse la pazienza. Ma, bisogna capire che aveva a che fare con personaggi di una certa importanza: il duca di Spagna, il granduca di Toscana, l’imperatore del Sacro Romano Impero… Tutti gli chiedevano opere del Barocci e non era facile accontentarli con celerità.
Barocci fece solo altri due viaggi nel corso della sua vita: nel 1567 si stabilì due anni a Perugia per eseguire la grande pala d’altare della Deposizione, che risente del modello raffaellesco. In città infatti era ancora conservato il Trasporto del Cristo morto, noto anche come Deposizione Borghese, e Federico doveva confrontarsi con il grande maestro, che gli servì da ispirazione anche per il successivo Trasporto realizzato per la chiesa di Santacroce a Senigallia.
Successivamente, nel 1579 si recò ad Arezzo per consegnare la Madonna del Popolo (ora agli Uffizi) e si fermò a Firenze, dove ammirò le collezioni medicee. Bellori narra che in questa occasione fu il granduca Francesco I ad accompagnare il pittore nella visita, senza però rivelare il suo vero nome, per avere una conversazione più libera. Alla fine, rivelatosi, propose al Barocci di restare al suo servizio, ma egli rifiutò a causa della sua malattia.

Tornato a Urbino, vi rimase per il resto dei suoi giorni, ovvero fino al 30 settembre 1612. Nella sua casa aveva una buona visuale del Palazzo Ducale, presenza costante nelle sue opere. La sua bottega era frequentata da molti giovani allievi, che avevano anche il compito di aiutare il maestro a realizzare i grandi dipinti che gli venivano commissionati.
Barocci era un uomo dedito alla religione, e questa sua fede si nota nelle sue opere: dipinse solo quadri religiosi, fatta eccezione per i ritratti, e un solo dipinto laico a noi conosciuto, ovvero la Fuga di Enea di Troia. Questa tela, ora conservata nella Galleria Borghese, era stata commissionata dall’imperatore Rodolfo e portata a Praga. Purtroppo, è andata perduta, ma doveva essere identica all’esemplare romano, dipinto per Giuliano della Rovere.
Caratteristica tipica dell’arte baroccesca è la dolcezza dei visi, gli incarnati pastello, l’atmosfera eterea calata in un’ambiente terreno. Portiamo qui alcuni esempi:
L’arte di Federico Barocci fu molto apprezzata da Federico Borromeo, che nella chiesa di Santa Maria in Vallicella (nota come Chiesa Nuova) di Roma era solito pregare nella cappella Pizzamiglio, dove è esposta la Visitazione (1586). Nella cappella Cesi si trova la Presentazione della Vergine (1592).
Dunque, nonostante Federico Barocci rimase confinato nella sua città natale, il suo nome era conosciuto e le sue opere assai richieste, difatti mandò tele a Roma, Milano, Ravenna, Arezzo, Perugia, Genova… Ma anche a Madrid e Praga, Tutti volevano un esemplare del grande maestro. Alla sua morte lasciò alcune pala incompiute, e i suoi allievi continuarono a portare avanti il suo stile. Nonostante allievi e copisti urbinati furono molti, il pittore baroccesco più apprezzato fu Francesco Vanni, pittore senese che mai si recò a Urbino.
Uno tra i più grandi studiosi del Barocci è stato Andrea Emiliani, autore della più completa monografia italiana. Se vi interessa approfondire la vita e l’arte di questo gentil pittore, ecco alcuni consigli di lettura:












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