Oggi vi vorremmo proporre due mostre imperdibili che si stanno svolgendo a Firenze: “Jeff Koons: Shine” a Palazzo Strozzi e “Jenny Saville” a Museo del Novecento. Entrambe le mostre meritano una visita anche fuori porta, ma se dovessi scegliere fra le due consiglierei “Jenny Saville” in quanto è un’artista che letteralmente sussurra all’anima dei visitatori e i suoi volti fanno percepire sia la gioia che la tristezza dei protagonisti.
Jeff Koons: Shine
Palazzo Strozzi ospita fino al 30 gennaio una mostra interamente dedicata a Jeff Koons, una delle figure più importanti e discusse dell’arte contemporanea a livello globale. Definito da molti economisti come la migliore bolla speculativa mai realizzata negli ultimi anni nel mondo dell’arte, solo recentemente l’artista si è ripreso dopo un disastroso collasso finanziario delle sue opere. La mostra infatti ha lo scopo di segnare la rinascita dell’artista, avvenuta anche con la vendita straordinaria dell’opera “Rabbit” che a Maggio del 2019 è stata aggiudicata all’asta per la cifra di $91.1 milioni diventando così l’opera più costosa venduta all’asta di un artista vivente). La mostra ripercorre 40 anni di carriera dell’artista, dai grandi successi dagli anni ’70 fino ai giorni contemporanei, tanto che anche “Rabbit” è presente all’interno della rassegna. Come il titolo “Shine” tutto brilla e risplende e ciò che emerge dalla mostra è soltanto la genialità dell’artista americano, lasciando totalmente in ombra il lato oscuro dell’arte di Koons, che nei primi anni duemila ha solamente realizzato opere empatiche ma propedeutiche alla produzione di oggetti di massa ad alto costo. La mostra non accenna nulla del tracollo finanziario dell’opere dell’artista, ne tanto meno l’astuta mossa finanziaria di ritirare dal mercato tutti le sue creazioni di massa “chic”, così da poter limitare il deprezzamento economico della sua arte. L’esposizione si concentra sul concetto “shine” (lucentezza) inteso come gioco di ambiguità tra splendore e bagliore, essere e apparire, ma con una visione più cinica viene naturale pensare anche che “non è tutto oro quello che luccica“.
L’aspetto interessante della mostra quindi è il concetto di lucentezza che si propaga anche nei visitatori, le opere sono talmente splendenti da riflettere le sagome e le fattezze degli osservatori. Quindi nell’opera stessa risiede anche l’osservatore, che la completa e la modifica. Lo stesso arista considera l’idea di “lucentezza” (shine) un principio chiave delle sue innovative sculture e installazioni, le quali mirano a mettere in discussione il nostro rapporto con la realtà ma anche il concetto stesso di opera d’arte. Come afferma lo stesso Koons: “Il lavoro dell’artista consiste in un gesto con l’obiettivo di mostrare alle persone qual è il loro potenziale. Non si tratta di creare un oggetto o un’immagine; tutto avviene nella relazione con lo spettatore. È qui che avviene l’arte”.
Kooons è figlio del suo tempo, artista statunitense nato in Pennsylvania da una famiglia borghese, ha fatto strada nel mondo dell’arte attraverso le sue opere dal gusto kitsch, che illustrano ironicamente l'”american way of life” e la sua tendenza al consumismo. Viene inoltre considerato un’icona dello stile neo-pop, riprendendo molto dell’arte di di Andy Warhol tanto da esser definito il suo erede. “Shine” a Firenze è tutto questo: consumismo, sembrare invece che apparire, splendore e gusto kitsch. La visita è piacevole e le opere sono esteticamente belle da vedere, ma come l’acciaio con cui sono composte tutte le sue opere, alla fine la visita risulta fredda. La mostra sorprende per il giochi creati dall’artista, lo stupore è un altro elemento cruciale, ma alla fine le opere di Kooons sanno soltanto cogliere l’attenzione ma non l’emozione. Si esce da Palazzo Strozzi divertiti ma non migliori, avendo appreso niente di nuovo. Forse il senso stesso della mostra è quello di essere leggeri o quanto meno apparire sottili come le sue finte opere gonfiabili, che in realtà sono costituite d’acciaio.
Jenny Saville
La mostra che in assoluto mi ha maggiormente colpito nell’ultimo periodo è quella di Jenny Saville a Museo del Novecento. Jenny Saville è una delle più grandi ariste viventi del decennio, nata a Cambridge nel 1970, tra i grandi (con Damien Hirst e Tracey Emin) primeggia nel gruppo Young British Artists, inoltre è l’artista donna vivente più pagata al mondo (il suo “Propped”, maestoso olio su tela del 1992, era stato battuto il 5 ottobre 2018 da Sotheby’s Londra per 12,4 milioni di dollari). La mostra costituisce un’occasione unica per conoscere un’artista che purtroppo non è sufficientemente conosciuta in Italia, nonostante il nostro paese sia stato ed è tutt’ora fondamentale per le sue creazioni. Jenny Saville attualmente ha due studi d’arte, uno a Londra e uno a Palermo, sempre in Italia si è appassionata all’arte e alle grandi tele, in particolare quando da piccola (insieme allo zio) ha visitato Venezia rimanendo folgorata dai quadri di Tiziano e Tintoretto, in primis dall’opera “Assunta” di Tiziano.
I corpi di Saville non sono belli ma realistici ed intrinsecamente emotivi, si tratta infatti di una rivoluzione estetica fatta di corpi imperfetti rappresentati nella loro debolezza, nella loro fragilità, nella loro malattia, nella loro caducità (tra le sue modelle preferite l’attrice Loredana Bontempi). Un’estetica che oltrepassa la normalità perché, spiega Saville, «la normalità è noiosa e bello è solo ciò che possiede una goccia di veleno». Una grazia, la sua, che nasce da un’incredibile sovrapposizione di suggestioni che si ritrovano dalle grandi tele rinascimentali, fino alle suggestioni realistiche e introspettive di Lucian Freud, con l’aggiunta della crudezza e inquietudine di Francis Bacon.
La visita alla mostra non è leggera come quella di Koons, l’arte di Saville è perturbante, l’artista ci accompagna in un percorso di estrema introspezione, noi proviamo le emozioni di dolore e gioia dei protagonisti dei ritratti, noi siamo loro solo che abbiamo altre sembianze, ma quei sentimenti li assaporiamo ogni giorno. Allo stesso tempo però conclusa la visita abbiamo anche una sensazione liberatoria, una catarsi, in quanto finalmente comprendiamo che siamo “soltanto un filo d’erba in un prato, non il centro del mondo” e che le nostre sofferenze possono e devono essere condivise. L’opera più significativa è Rosetta II (olio su tela, 2000-2006), la quale raffigura una giovane donna non vedente conosciuta dall’artista. Rosetta sembra guardare nel nulla e perfino il nulla, mostrandosi al mondo sprofondata nella propria intimità e intensa concentrazione. Le sue pupille appaiono bruciate. I suoi occhi, velati, sono come murati da una pasta pittorica corposa, che la priva della vista. Il suo sguardo, rivolto verso l’alto, ricorda quello di certe sante immaginate dai pittori rinascimentali, intente a guardare lontano, fuori di sé, in un contatto tutto interiore con la visione celestiale. La pittura, veemente e drammatica, traduce la condizione fisica e psicologica della donna ritratta. Dalle intense pennellate trasuda il senso di compassione e intensa comunione spirituale dell’artista con il proprio soggetto.
Il monumentale ritratto Rosetta II inoltre dialoga con il Crocifisso ligneo di Giotto sospeso al centro della navata di Santa Maria Novella, per questo motivo all’interno della sala è stato aperto il portone che da sia al loggiato del museo, sia alla chiesa vicinissima. La vetrina del portone permette infatti di sentire questa connessione tra presente e passato, in aggiunta l’opera è resa visibile sia di giorno che di notte anche dall’esterno, mettendo al tempo stesso il dipinto in collegamento diretto con il Crocifisso quando il portale della basilica viene aperto. La decisione di Jenny Saville posizionare Rosetta in quella sala del museo è casuale, in quanto la sua opera è ispirata a una delle principali virtù della religione cristiana: la carità.
La visita è assolutamente consigliata, purtroppo all’interno delle mostra sono presenti pochissime spiegazioni quindi sarebbe da preferire la vista guidata offerta dal museo.




















