Gli imperdibili della 17° Biennale di Archiettura

How we will live together?

La 17. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia è aperta al pubblico fino al 21 novembre, e si sviluppa nelle sedi dei Giardini, dell’Arsenale e di Forte Marghera. Nel titolo di quest’anno noi ci abbiamo letto (e visto) l’intento di mettere a fuoco una serie di questioni legate al nostro domani. Sensibilizzare e più di tutto istruire i visitatori rispetto ai rischi e alle sfide che tutti dovremmo affrontare nei prossimi anni, sotto diversi e variegati temi: quello dell’ambiente, dello spazio inteso come socialità, dell’emigrazione, dell’istruzione, e di come l’architettura può rispondere in modo reattivo a queste tematiche.

Siamo andati a visitare da Biennale di recente, e di seguito vi proponiamo una breve lista di quelli, che per noi, sono i padiglioni davvero da non perdere!  La selezione non si riferisce alle sedi ‘periferiche’ dell’Arsenale e di Forte Marghera, e non affronta neanche l’allestimento dello storico Padiglione Centrale, che comunque consigliamo di visitare poiché, da sempre, cuore pulsante del tema che ogni anno fa da ispirazione alle Biennali.

Padiglione Paesi Nordici: What we Share. A Model for Cohousing

Cosa sei disposto a condividere con gli altri? Da questa domanda prende spunto la mostra realizzata dallo studio di architetti norvegese Helen & Hard all’interno del padiglione dei Paesi del Nord. La mostra è ambientata in un futuro complesso abitativo di co-housing: gli architetti hanno chiesto ai residenti di un vero complesso di co- housing ovvero quello di Vindmøllebakker come, secondo loro, si potesse ancor di più sviluppare negli anni a venire il concetto di casa comunitaria. L’istallazione mostra un modello di come la partecipazione e la progettazione architettonica possano creare sia socialità che un ambiente abitativo improntato alla sostenibilità ambientale. Il materiale prediletto è il legno massiccio, innovativo e flessibile, che costituisce sia la costruzione del padiglione stesso che gli interni. Ci è piaciuto il senso di ‘libertà didattica’ del padiglione: si i tratta di un’installazione architettonica a grandezza naturale che il pubblico può esplorare liberamente, senza essere troppo condizionato dagli apparati esplicativi e didattici, mentre ci si interroga su ciò che siamo davvero disposti a condividere l’uno con l’altro.

Padiglione Danimarca: Con-nect-ed-ness

Senza dubbio, secondo noi, la vera chicca di questa Biennale d’architettura. Il padiglione della Danimarca dimostra come, senza grandi installazioni o uso di materiali complessi, si possa realizzare un’idea geniale, di impatto e di chiara lettura. La protagonista del padiglione è l’acqua: l’intero circuito d’acqua all’interno del padiglione danese è legato alle precipitazioni di Venezia dell’ultimo anno. Progettato dallo studio Lundgaard & Tranberg, la struttura diventa una grande installazione percorribile, uno spazio attraversato dall’acqua che ci invita a riflettere sulla centralità di questo elemento nelle nostre vite e per il pianeta. All’interno del padiglione anche un’accurata selezione di erbe aromatiche, con le quali si può degustare una piacevole tisana, seduti comodamente sui divanetti, mentre ci si lascia inebriare dal suono dell’acqua che scorre tutto intorno. Un modo per riappropriarsi di ciò che ci circonda, di un elemento che spesso diamo per scontato, ma che, soprattutto in una città come Venezia, ha un significato e un impatto ambientale e sociale altissimo.

Romania: Fading Borders

Il padiglione è, da una parte, un invito alla riflessione su come la mobilità di grandi masse di persone avrà un impatto sul modo in cui gli architetti potrebbero immaginare usi futuri del patrimonio costruito esistente, e su come potrebbero sorgere nuove forme di urbanità. In poche parole: come la migrazione influenzerà l’architettura e la città? Una domanda che certamente segnerà il modo in cui abiteremo o, che forse, già abitiamo. La mostra racchiude poi, dall’altro lato, le storie delle vite di emigrati rumeni, che in diverse parti del mondo lottano e talvolta riescono comunque a mantenere vive le loro tradizioni, parlare la loro lingua, votare per il loro paese. Da quando la Romania è entrata nell’UE, circa 3.4 milioni di rumeni hanno lasciato il loro paese. Un grande spunto di riflessione al problema dell’emigrazione, sotto tante sfaccettature.

Gran Bretagna: The Garden of Privatized Delights

Il padiglione britannico, il cui titolo si ispira al Garden of Heartly Delights di Hieronymus Bosch, si impone come uno dei pochi padiglioni veramente politici della Biennale. Esteticamente ‘ricco’, indaga sul tema dello spazio pubblico, privatizzato, nelle città del Regno Unito. Infatti, la pandemia e le relative restrizioni, hanno evidenziato l’importanza dello spazio pubblico e accessibile, e di come la scarsità di questo evidenzi le disuguaglianze all’interno della società. La mostra affronta la polarizzazione tra pubblico e privato, uno strumento per creare divisioni all’interno della società stessa: si interroga, e ci fa interrogare, su come gli architetti possano lavorare con la comunità per creare nuovi scenari rivolti a migliorare l’uso, l’accesso e la proprietà degli spazi pubblici britannici, dal pub alla high street. Ci è piaciuta la dicotomia con cui viene affrontata l’esposizione: un tema assai delicato raccontato con un allestimento fatto di colori sgargianti e uno stile quasi fiabesco, ad evidenziare ancor di più di non fermarsi alla superficie delle cose.

Svizzera: Orae. Experiences on the Border

Un padiglione molto narrativo è invece quello della Svizzera: qui il tema principale è il racconto, quello fatto da chi abita il confine di questo paese. Tramite il progetto Orae infatti, i curatori hanno chiesto a chi abita le frontiere di descrivere, immaginare e costruire un progetto basato sull’esperienza del territorio in cui vivono. Per due anni centinaia di persone hanno partecipato a questo lavoro: i curatori hanno trasposto i racconti e le idee in tanti modellini, che possono essere letti grazie a un qr-code posizionato su ogni plastico. Il padiglione è molto suggestivo e dà luce ad un problema reale e tangibile, ovvero quello della vita in frontiera, nei confini, che sono luoghi con problemi, complessità e rappresentazioni specifici, su cui spesso poco ci interroghiamo.

Israele: Land. Milk. Honey

Non possiamo non citare il padiglione di Israele, di grande impatto emotivo, trattando un tema molto importante per gli israeliani: lo sfruttamento di una parte di terra contesa tra Istraele e la Palestina, la cosidetta terra del Latte e del Miele, come viene chiamata dalla Bibbia. Gli Israeliani decisero di renderla una terra fruttuosa, sfruttandola al massimo delle sue potenzialità; nel padiglione si analizza lo sfruttamento portato avanti negli anni di 5 animali tipici: vacca, bufalo d’acqua, ape, capra e pipistrello. Il territorio è stato quindi trasformato in un sistema moderno e urbanizzato, che ha permesso anche l’esportazione di alcune materie prime, in cambio della tragica perdita della biodiversità. Un’autocritica forte, un invito a riflettere, ancora una volta, sullo sfruttamento del territorio, a caro prezzo per l’ambiente.

Belgio: Composite Presence

Per i più appassionati di architettura e di modelli sicuramente il padiglione del Belgio sarà pane per i loro denti! Viene infatti proposto un ‘paesaggio modello‘, che rappresenta il rapporto tra città e architettura nelle Fiandre: 50 progetti recenti di 45 studi belgi contemporanei contribuiscono a creare un paesaggio immaginario.

Questo paesaggio urbano artefatto, di creazione, rivela il modo in cui le stratificazioni storiche, le peculiarità morfologiche del territorio e quelle che potremmo definire ‘collisioni impreviste’ costituiscano una inesauribile fonte di ispirazione per la produzione architettonica contemporanea. Ci è piaciuto perché, finalmente, dopo molti padiglioni che sfiorano la tematica legata all’architettura, e la utilizzano per raccontare altre tematiche portanti, qui viene dato spazio alla pura progettazione architettonica; e ci voleva.

Padiglione Giappone: Co-ownership of Action. Trajectories of Elements

All’interno del padiglione viene presentata una casa in legno costruita alla periferia di Tokyo nel 1954: questa è stata smontata e riallestita in situ. La casa presenta diversi elementi, alcuni degli anni ‘50, altri di anni più recenti: tutti manifestano le varie fasi di costruzione, smantellamento e rinnovo di cui è stata protagonista. La ricostruzione a Venezia prevede quindi la presenza di strutture autonome, riferite ad ogni singolo anno, e che si prestano come oggetto della mostra. Il padiglione è stato trasformato in un vero e proprio magazzino dell’intero progetto. In più, la voglia dei curatori, era quella di mettere in connessione gli artigiani veneziani con la cultura giapponese: ciò che ci ha colpito di più è che al piano terra, infatti, sono presenti alcuni elementi della casa creati appositamente per la mostra da maestranze veneziane, che si sono cimentate in questo vero ‘viaggio di scoperta’ nella cultura nipponica.

Sperando che la nostra guida vi aiuti nella visita, buona Biennale! Per altre info e prenotazioni rimandiamo al sito ufficiale.

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