Vi è mai capitato di guardare un film e rimanere completamente ipnotizzati davanti allo schermo?
Quello stato d’animo è riconducibile al pathos, la concezione moderna relativa alla capacità di un’opera d’arte, che sia musicale o figurativa, di suscitare intensa emozione e commozione estetica. A tutti ormai è noto che il cinema è considerato “La settima arte”, forma di arte moderna e uno dei più grandi fenomeni sociali e culturali di fine XIX secolo. Sin dalla sua nascita, infatti, ha sempre guardato con ammirazione e molto spirito di apprendimento alle arti che lo avevano preceduto. Tra queste, ovviamente, le arti figurative.
É proprio su questo dettaglio che ci soffermiamo, cercando di indagare e analizzare i dipinti che più hanno influenzato i registi nel creare una scenografia o impostare un’inquadratura. Passato il momento di grande stupore causato dall’apparizione del cinematografo, i grandi pionieri dell’industria dovettero adeguarsi ai livelli delle altre arti, per dargli un’identità propria e autonoma ed è per questa ragione che inizialmente letteratura, pittura e musica furono i primi campi dal quale quello che poteva essere ritenuto utile alla narrazione filmica venne citato e riprodotto.
In Italia, ad esempio, all’inizio del secolo scorso, vi fù un enorme produzione cinematografica storica, spesso riduzioni di opere letterarie e di best-seller. Quo Vadis di Enrico Guazzoni del 1913, tratto dall’ omonimo romanzo di Henryk Sienkiewicz, ne è uno dei primi esempi: kolossal storico, ambientato durante gli anni di governo di Nerone, in cui si afferma il principio dell’enfasi melodrammatica. I modelli iconografici delle scenografie, non presero spunto da usi e costumi dell’antica storia romana, quanto alle riprese pittoriche neoclassiche, come possiamo notare in questi esempi presi dall’autore Thomas Ralph Spence, pittore di metà Ottocento.



Con il passaggio dal muto al sonoro, fin dagli anni Trenta, la particolare sensibilità pittorica di alcuni grandi registi fece sì che il ricorso all’iconografia diventasse un operazione indispensabile. E tantissimi autori italiani hanno fatto rivivere, anche in epoca recente, fonti iconografiche tra le più disparate: il Cristo Morto del Mantegna è stato ripreso più volte nella storia del cinema, come ad esempio nello scorcio di Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini, col chiaro intento di marcare il proprio amore per gli emarginati, i diversi e il sottoproletariato.


Quando il colore, finalmente, fece la sua apparizione al cinema, le gradi citazioni di celebri quadri cercano di far raggiungere quest’arte allo stesso livello di quella pittorica. Ad esempio Edward Hopper è l’unico vero artista che ha esercitato un’ influenza decisiva e continua sul cinema americano. Le sue opere, con le sue prospettive dall’esterno, con il mutismo e solitudine delle figure, rappresentano da anni un modello compositivo e coloristico tra i più sfruttati, come possiamo notare in questi frammenti del film Pennies From Heaven, di Herbert Ross del 1981.




Un altro esempio, può essere quello in Arancia Meccanica (1971) di Kubrik, film distopico e schizofrenico, in cui nella scena che riprende La ronda dei carcerati di Van Gogh, in cui viene messa in risalto la volontà di riflessione sul contesto carcerario, l’isolamento e l’esclusione sociale. E sempre di Kubrik pensiamo a Barry Lyndon, intero film ideato e realizzato come se fosse un quadro del ‘700 francese e inglese. Ogni immagine è il risultato di studi approfonditi di una documentazione storico-artistica del regista di autori come Longhi, Bellotto, Reynolds, Hogarth, Constable, Fossil.



E ancora Van Gogh, precedentemente citato, è stato ripreso anche da un film di animazione come Coraline di Henry Selick del 2009, affascinante per le sue atmosfere psichedeliche e inquietanti, come nella scena in cui la protagonista vede in sogno le anime dei tre bimbi, in cui possiamo notare l’uso dei colori vivaci e i richiami alla Notte Stellata. Lo stesso Woody Allen ha subito lo stesso fascino riprendendo lo stesso quadro per la locandina del suo film Midnight in Paris.



Anche registi più contemporanei, come Chistopher Nolan, hanno trovato ispirazione tra opere passate. Pensate a Inception, con le sue scenografie, inquadrature e continui effetti speciali che hanno come obiettivo quello di alterare la percezione dello spazio degli spettatori. E chi, nel mondo dell’arte, descrive al meglio questo senso di disorientamento e confusione, se non il grafico olandese Esher e il grande incisore Giovanni battista Piranesi, nella serie Carceri.

E per finire, non possiamo non parlare di David Lynch, considerato “pittore del cinema”, in cui nel suo celeberrimo capolavoro Twin Peaks i personaggi sono imprigionati in uno spazio artistico surreale e affascinante che per il regista diventa sacro. Le sue più grandi influenze sono pittori iconici come René Magritte, il già citato Edward Hopper, ma soprattutto nei dipinti di Francis Bacon.
“In pittura esistono elementi che valgono per ogni aspetto della vita. Ci sono cose che non possono essere espresse con le parole. È questa la natura della pittura ed è, per quanto mi riguarda, in gran parte anche quella del fare cinema. Ci sono le parole e ci sono le storie, ma ciò che puoi dire con un film non lo puoi esprimere a parole. È proprio qui che sta il bello del linguaggio cinematografico: e ha a che fare col tempo, col concetto di giustapposizione e con tutte le regole della pittura. La pittura è un’arte che si trascina dietro tutte le altre”
David Lynch
L’amore eterno e indissolubile che vive tra le diverse arti è una grande storia che non accenna a finire, non si stanca mai e sicuramente, noi non possiamo che ammirare con pathos, tutte queste variazioni d’arte che giocano, si rincorrono, si nascondono e si amano.



