Fino al 3 ottobre è visitabile a Palazzo Barberini la mostra “Tempo Barocco”. Si tratta di una piccola esposizione di 40 opere legate da un filo conduttore, il tempo per l’appunto, e le sue diverse espressioni.
Si inizia con la prima sala dedicata al mito del tempo, ovvero Chronos figlio di Gea (la dea della terra) e di Urano (signore del Cielo). Solitamente è rappresentato come un vecchio alato con una falce in mano e sperro è accompagnato dall’allegoria della Verità, una donna nuda che viene svelata dal dio.
Al trascorrere inesorabile del tempo è associata la crescita, la mostra sceglie di esporre un’opera rappresentante le Tre età dell’uomo.

Nella sala è presente un disegno del Baciccio, l’Allegoria del tempo e della Verità, basato sull’idea del Bernini per un gruppo scultoreo, mai completato.

La seconda sala presenta il tempo e l’amore, ricordando l’Amor vincit omnia di Caravaggio, soggetto che divenne molto famoso nel corso del Seicento.
Al centro della sala campeggia l’allegoria del Sonno di Algardi, rappresentante un Bambino che dorme con vicino un ghiro, animale notoriamente conosciuto per le sue lunghe dormite.


La terza sala si concentra sulle allegorie femminili che talvolta accompagnano il Tempo. Si tratta delle personificazioni delle Oree delle Stagioni che accompagnano lo scorrere inesorabile del tempo, ma anche della Verità, della Bellezza e della Speranza che ne sfidano il dominio. Tra le opere esposte certamente è degna di nota Il Tempo sconfitto dalla Speranza e dalla Bellezza di Simon Vouet: Crono combatte con la Bellezza, rappresentata con la lancia e il seno scoperto, mentre a sinisra la Speranza con l’aiuto di due amorini afferra le sue ali.

Ne Le quattro Stagioni di Guido Reni le allegorie femminili rappresentano da sinistra verso destra l’Autunno, la Primavera, l’Estate e l’Inverno. Si riconoscono grazie ai frutti a loro associati, appartenenti ognuno a uno stagione diversa.

Presente in sala anche una fedele riproduzione in scala del Trionfo della Divina Provvidenza, il noto affresco di Pietro da Cortona che domina il salone di Palazzo Barberini.
Di grande interesse sono due disegni di Bernini, studi per il gruppo scultoreo della Verità svelata dal Tempo. Accanto, è presente un disegno di Nicodemus Tessin il Giovane, che riproduce il perduto specchio di Cristina di Svezia, realizzato proprio su idea del Bernini dallo scultore Ercole Ferrara.


Si prosegue con il Tempo e la vanitas, dipinti in cui gli oggetti ricordano la caducità delle cose terrene. Si tratta per lo più di nature morte con teschi, clessidre, fiori e frutti. Nel quadro di Pieter Claesz del 1628 è perfettamente riconoscibile la statua dello Spinario, insieme a strumenti musicali, libri, un’armatura e un teschio.


L’ultima sala ragiona su come gli artisti riescano a fermare il tempo e a cogliere l’azione. Direttamente dai Musei Capitolini è esposto il Ratto delle Sabine di Pietro da Cortona, bellissima tela che narra il terribile episodio del rapimento delle Sabine da parte dei Romani.

Nella sala sono esposte anche due grandi tele di Andrea Camassei: il Riposo di Diana e la Strage dei Niobidi.

La mostra è scorrevole e piacevole, ho trovato i temi scelti molto coerenti e ben descritti sia dai pannelli che dalle opere stesse. I dipinti provengono dallo stesso Palazzo Barbenini ma anche da altri musei italiani ed esteri.
A mio parere, le citazioni presenti nelle sale andrebbero migliorate, le lettere generano un’ombra troppo profonda creando un effetto ottico quasi distorto e rendendo scomoda la lettura.
Con questa mostra Palazzo Baberini ha inaugurato il suo nuovo spazio espositivo, ottenuto grazie alla ristrutturazione degli ambienti al piano terra. Non ci resta che sperare in un futuro di mostre altrettanto interessanti!