Dopo avervi parlato del borgo di Venzone e della streetart di Berlino, siamo andati alla scoperta di una grande città del nord Europa: Helsinki, che fino al 29 settembre ospita la sua prima edizione della Biennale di arte contemporanea.
Non tutti sanno che la capitale finlandese è un centro promotrice di arte contemporanea, oltre che del design, e in questo anno difficile ha deciso di inaugurare la biennale nell’isola di Vallisaari, situata di fronte all’isola patrimonio dell’UNESCO di Suomenlinna. La conformazione di Helsinki, composta da piccole isolette, abitate o abbandonate, rese parti integranti della città, ha permesso di inscenare la biennale in un posto molto suggestivo come l’isola abbandonata di Vallisaari . L’isola venne utilizzata fin dal XVIII secolo come “magazzino” della fortezza di Soumenlinna e anche in epoca moderna venne utilizzata dalle forze militari, fino all’esplosione del deposito munizioni avvenuto nel 1937. Il grave incidente non segnò la fine dell’abitabilità dell’isola, che nel 1950 contava 300 abitanti. La presenza di ordigni inesplosi e lo stile di vita rurale nell’isola comportò un graduale abbandono di Vallisaari fino al 1996, anno nel quale l’isola venne definitivamente abbandonata. Lo scenario è, dunque, mistico: si trovano strutture nello stato di semi abbandono immerse nella natura, che è lasciata crescere spontaneamente, ma che non può essere totalmente esplorata per la presenza di ordigni inesplosi; infatti il visitatore è costretto a seguire i sentieri segnati, in quanto bonificati da qualsiasi ordigno e totalmente sicuri (il progetto di bonifica del terreno per l’accesso turistico è iniziato nel 2013 e nel 2016 l’isola venne riaperta al pubblico).

L’esposizione della Biennale si articola lungo tutto il perimetro dell’isola, utilizzando sia gli spazi esterni sia alcune case e depositi abbandonati, mentre alcune installazioni sono visitabili in vari punti della città di Helsinki. La prima installazione visibile al turista è quella situata in Senaatintori (Piazza del senato), un’installazione sonora e visiva che ci immerge in una dimensione marina; infatti, la metà della piazza è coperta da questa enorme rete colorata che ricorda la forma di un pesce, mentre quattro casse riproducono il suono del mare registrato con un microfono immerso nell’acqua.
Andando verso il porto, si trova una costruzione temporanea con il logo dell’esposizione dove è ubicato lo sportello informativo turistico – non solo della biennale, ma anche su altri percorsi artistici e storici- e la biglietteria del traghetto, mentre la visita alla biennale è totalmente gratuita.
Dopo pochi minuti di traghetto si arriva all’isola di Vallisaari dove indicazioni chiarissime portano ai vari punti d’interesse. Fino alle 18 è possibile visitare tutte le opere che sono situate al chiuso, ovviamente l’ingresso è contingentato e controllato mettendo a disposizione del visitatore igienizzante, mentre se si vuole continuare a girare l’isola si può tornare a qualsiasi orario, continuando ad ammirare le opere esposte all’aperto. Se la visita può essere improvvisata, lo stesso non si può dire per le performance che hanno degli orari prestabiliti e per alcune è necessaria la prenotazione.


Le opere esposte sono di varia natura: installazioni video, scultura, digital art, pittura, performance, installazioni. In totale, contando anche le opere sparse per la città, sono 44 le opere\performance in esposizione. Gli artisti sono per la maggior parte finlandesi ma non mancano gli artisti internazionali come l’italiano Mario Rizzi, il sudcoreano Kyungwoo Chun che si presenta alla biennale finlandese con una performance e un’installazione Bird Listener, un’esperienza più che un’opera d’arte in quanto il visitatore è parte attiva dell’opera ed è senza dubbio il padiglione che mi ha colpito di più. Il lavoro di Chun si basa molto sull’empatia e specialmente sull’importanza della comunicazione e dell’ascolto, in Bird Listener il visitatore è invitato ad ascoltare in cuffia il cinguettio di un volatile e disegnare un uccello; dopo aver finito il disegno (la forma non importa) si deve scrivere il nome della persona che ti ascolta di più e mettere il proprio disegno in una scatola, che poi verrà appeso nella stanza accanto dove ci si trova davanti a muri pieni di volatili differenti e nomi differenti.
Tema molto presente in questa biennale è quello ecologico, rappresentato da strutture cortometraggi e performance che ci ricordano e ci fanno riflettere come il nostro ecosistema sia in precario equilibrio. Rappresentativi su questo tema sono il corto Pumzi di Wanuri Kahiu, ambientato in un futuro distopico senza acqua e completamente desertico, le installazioni di Margaret & Chrisitne Wertheim che in plastica e all’uncinetto riproducono delle piccole barriere coralline, una bellezza naturale sempre più in pericolo a causa del surriscaldamento delle acque; più enigmatico è l’installazione del finlandese Jaakkq Niemela che con Quay 6 vuole pone la struttura come una metafora di come l’ecosistema si regga su qualcosa di precario che senza un pezzo tutta la struttura non esisterebbe più, ricordandoci con il tetto rosso il livello che l’acqua raggiungerà mano a mano che si innalza il livello dell’acqua.



Sul tema della natura e del rapporto con essa é l’installazione video di Samnang Khvay, dal titolo Preah Kunlong (The way of the spirit). In questo lavoro l’artista cambogiano vuole denunciare la situazione governativa cambogiana nei confronti degli indigeni Chong e dell’ecosistema, che si sta modificando sempre di più. Per la realizzazione dell’opera l’artista ha passato un intero anno nelle comunità indigene immerso nella natura; nell’installazione video il rapporto stretto fra indigeni e natura viene reso tramite una sorta di fusione fra l’uomo, la flora e la fauna. Il video è proiettato su due schermi differenti, nei quali indossa maschere di legno a forma di animali diversi colti in luoghi e atteggiamenti differenti.

Oltre al rapporto della natura, un tema esplorato da più artisti è quello del tempo: tempo che trasforma e distrugge. Di particolare interesse è il lavoro sulle rocce effettuato da Sari Palosaari, che inietta una sostanza chimica che fa esplodere le pietre in breve tempo lasciando una traccia colorata. La riflessione che ci induce l’artista è la lentezza del processo della creazione, che nel caso delle rocce e minerali impiegano secoli ed ere per formarsi (basta pensare ai diamanti), mentre il tempo per distruggerli risulta veramente breve.
Ci vorrebbero molti articoli per parlare di tutte le opere presentate alla Biennale di Helsinki, che per chi si trova per caso o meno nella città consiglio vivamente la visita in quanto è un’esperienza meravigliosa indipendentemente dai gusti artistici. Oltre al paesaggio naturalistico e quasi distopico, dato dall’abbandono degli edifici, molte installazioni rendono la visita memorabile come l’installazione Indigestibles di Dafna Maimon, che, composta in due parti, raffigura un’umanità perduta in preda alla noia e alla depressione: la protagonista si consola con cibo spazzatura di fronte alla tv in un vortice di autodistruzione. Dopo il video il visitatore entra nell’intestino dell’artista, divenendo parte del junk food da digerire.


Non essendo possibile spiegare e\o accennare a tutte le opere, rimando al sito ufficiale dell’evento della Biennale, dove è possibile vedere le varie opere e i vari artisti.







