Dalla fotografia ai Rodovetri. Da dove nasce l’animazione cinematografica?

Tra un quasi un mese inizia la 78. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, appuntamento legato all’evento ‘Biennale’, sempre molto atteso da tantissimi e considerato uno degli eventi del settore più importanti al mondo. A pochissimo dalla partenza della rassegna lagunare, oggi vi portiamo alla scoperta del cinema d’animazione ‘come una volta’, ovvero quello prima dell’invenzione del digitale come lo conosciamo oggi.

Partiamo da un principio scientifico essenziale per capire l’animazione: l’occhio umano non è capace di captare immagini singole se poste in sequenza e accelerate adeguatamente. Il teorizzatore di questo studio è il fisico belga Joseph-Antoine Plateau che, nel 1832, lo applicò ad una sua invenzione, il Fenakistiscopio, un disco di cartone rotante su cui sono disegnate delle figure (in genere sedici) rappresentate durante le varie fasi in sequenza del movimento. Questo strumento non genera semplici figure statiche, ma sfrutta il fenomeno della persistenza dell’immagine sulla retina, il quale, unito al movimento sequenziale dei disegni, crea un effetto ottico di movimento. Su questo principio fondamentale, di divisione del movimento per immagini e della loro ricomposizione ottica, è basato il cinema d’animazione.

Due esempi di Fanakistiscopio: ballo, pugilato.

Negli stessi anni si mette a punto anche un altro apparecchio basato sullo stesso principio dello strumento di Plateau: i dischi stroboscopici del tedesco Simon Stampfer, che ebbero molta diffusione in Europa. Anche la nascita della fotografia, più o meno contemporanea, diede il suo contributo per quella del cinema d’animazione, prima con Niépce e poi con Daguerre. Quest’ultimo, basandosi su un processo di sensibilizzazione dell’immagine usando lo iodio, con cui Niépce aveva già svolto alcune sperimentazioni anni prima, riuscì ad ottenere nel 1839 il Dagherrotipo, una lastra di rame argentata ricoperta di ioduro d’argento sensibile alla luce. La prima fotografia.

Zootropio: uomo che balla; Prima fotografia (dagherrotipia) della storia in cui vi è presente una figura umana.

Il Dagherrotipo fa il giro del globo e riscuoterà un successo mondiale. Da queste prime ricerche sull’immagine ne seguiranno molte altre che si concentreranno sui tempi di esposizione, sulla qualità dell’immagine, sui supporti fotografici e sulla persistenza dell’immagine nel tempo: man mano che gli anni avanzano vengono perfezionate numerose invenzioni e fatte di nuove; anche l’invenzione dei libri animati contribuì largamente alla nascita dell’animazione. Chi, da bambino per esempio, non ha mai avuto uno di quei libri da cui fuoriuscivano figure tridimensionali coloratissime? O chi non ha mai sfogliato un Folioscopio?

Forse non eravamo consci si chiamasse così, ma il Folioscopio fu una delle forme più primitive dell’animazione. Solo i folioscopi si sono accostati efficacemente alla percezione ottica cinematografica, gettando quelle che saranno le prime basi per l’animazione cartoonistica, dai fogli animati, ai rodovetri, fino alle moderne tecniche di animazione digitale. Un Folioscopio è un libro, generalmente di piccole dimensioni, che contiene una serie di immagini in sequenza, che cambiano gradualmente da una pagina all’altra. Sfogliando velocemente le pagine, le immagini si animano muovendosi sul foglio.

Esempio di un Folioscopio.

Con la nascita del cinema dei fratelli Lumiére nel 1895, le invenzioni furono concentrate principalmente sulla creazione di macchine da presa e sul proiettore. Pochi anni dopo questo fermento inventivo nacquero i Rodovetri, da un’idea di Earl Hurd, animatore, regista e fumettista statunitense. Dal suo genio nacque l’invenzione che rivoluzionò completamente le tecniche animate utilizzate fino a quel momento. Nel 1914 Hurd brevettò un nuovo tipo di procedimento: il cel process. Questo procedimento prevedeva l’utilizzo di fogli di celluloide trasparente su cui venivano disegnati i personaggi delle animazioni. I disegni potevano essere sovrapposti l’uno all’altro, così da facilitarne il movimento e la ripresa cinematografica, oppure posti sopra delle scenografie precedentemente preparate.

Prendiamo per esempio un movimento semplice come l’alzata di una mano: mentre in precedenza vi era la necessità di disegnare tutto il personaggio per il numero di volte necessario a far alzare la mano, con questo sistema bastava semplicemente rappresentare il personaggio senza il braccio, porlo sul fondo di ripresa e, man mano che il movimento si sviluppava, disegnare su nuovi fogli trasparenti il singolo braccio che si alzava ponendolo sopra al disegno del personaggio intero precedentemente preparato. In questo modo si impiegava meno tempo nella realizzazione dei disegni e il movimento era più preciso e corretto.

Alcuni esempi di Rodovetri Disney

I rodovetri avrebbero il diritto di possedere un posto nel patrimonio artistico contemporaneo. Essi sono frutto di un lavoro artistico e creativo ormai svanito: le più moderne e avanzate tecnologie di cui oggi disponiamo per creare i nuovi film d’animazione hanno già sostituito definitivamente il lavoro che prima conduceva tutte le operazioni di creazione. Le nuove case di animazione, ormai all’avanguardia, non possiedono più tutti gli elementi di cui si componeva un film realizzato prima della rivoluzione tecnologica: ora tutti i disegni, i colori e il film stesso sono in formato digitale e prodotti a computer. La matericità dell’opera d’arte non esiste più, i film sono diventati immateriali.

Conoscere, preservare, conservare queste opere d’arte è l’unica via per costituire una storia del cinema fruibile e comprensibile per tutti coloro che vorrebbero approfondirla. A tal proposito concludiamo dicendovi che, recentemente, la conservazione ed il restauro dei rodovetri appartenenti al fondo Gamma Film di Brescia, è stato portato avanti grazie al talento di molti giovani restauratori e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Qui il link all’articolo con un bel video esplicativo dispobinile per chi volesse approfondire l’argomento!

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