Le Signore dell’arte. Storie di donne tra il ‘500 e ‘600

La mostra a Palazzo Reale di Milano dedicata alle pittrici dei primi del ‘500 e di fine ‘600 è sicuramente una delle esibizioni in corso più belle che si possano visitare attualmente in Italia. La mostra è stata organizzata con un rigore scientifico ed ha permesso agli studiosi di poter ampliare la conoscenza che abbiamo riguardo al panorama artistico femminile. La mostra è interamente dedicata a quadri realizzati da pittrici femminili, questa rappresenta un’assoluta rarità in Italia e per questo si riesce a comprendere immediatamente l’estrema difficoltà con cui si è riusciti a reperire ben oltre 130 opere, realizzate da 34 artiste diverse. Queste donne eccezionali durante la loro vita hanno dimostrato di possedere un’estrema ed intensa vitalità creativa, tutte hanno saputo destreggiarsi all’interno di un panorama artistico particolarmente sessista, il loro successo è stato a volte osteggiato anche dalle stesse famiglie di provenienza. Si comprende quindi, soprattuto al giorno d’oggi dove il tema dell’inclusione sta diventando sempre più fondamentale, l’importanza di raccontare l’altra faccia della storia dell’arte, ponendo particolare attenzione al ruolo che ebbero le donne. A questo proposito, non a caso la mostra è stata inaugurata a cinquant’anni esatti di distanza dalla pubblicazione del saggio “Why Have There Been No Great Women Artists?”, lo studio con cui Linda Nochlin dava di fatto avvio alla moderna ricerca storica sulle donne nell’arte.

Nella mostra sono presenti le artiste più note (come Artemisia Gentileschi, di cui lungo si è detto) ma anche quelle meno conosciute al grande pubblico; ci sono nuove scoperte, come la nobile romana Claudia del Bufalo, ci sono opere esposte per la prima volta come la “Pala della Madonna dell’Itria” di Sofonisba Anguissola, realizzata in Sicilia a Paternò nel 1578 e mai uscita prima d’ora dall’isola, che in occasione della mostra è stata nuovamente analizzata, i cui studi hanno individuato anche alcuni elementi autobiografici della pittrice nella pala (il volto della Vergine in cui è stato identificato un autoritratto di Sofonisba, e alcuni dettagli sullo sfondo che fanno riferimento alle vicende del primo marito dell’artista, il nobile siciliano Fabrizio Moncada). Allo stesso modo lascia per la prima volta Palermo la pala di Rosalia NovelliMadonna Immacolata” e “San Francesco Borgia“, unica opera certa dell’artista, del 1663, della Chiesa del Gesù di Casa Professa; o la tela “Matrimonio mistico di Santa Caterina” di Lucrezia Quistelli del 1576, della parrocchiale di Silvano Pietra presso Pavia. Le opere della mostra provengono da ben 67 diversi prestatori, tra cui, a livello nazionale, le gallerie degli Uffizi, il Museo di Capodimonte, la Pinacoteca di Brera, il Castello Sforzesco, la Galleria nazionale dell’Umbria, la Galleria Borghese, i Musei Reali di Torino e la Pinacoteca nazionale di Bologna e  dall’estero, dal Musée des Beaux Arts di Marsiglia e dal Muzeum Narodowe di Poznan (Polonia).

La mostra a mio avviso ha il punto di forza di analizzare e svilupparsi attorno alle tre diverse modalità attraverso le quali, tra Cinque e Seicento, una donna poteva avere accesso al mestiere d’artista: o perché era a sua volta figlia d’un artista, o perché praticava la professione da monaca in convento, o perché godeva dello status privilegiato di nobildonna che la sollevava da certe incombenze che toccavano invece alle donne d’estrazione sociale inferiore e le permetteva di poter seguire un’educazione formale in pittura. Il pregio d’un approccio simile è quello di evitare mitizzazioni e far comprendere la reale difficoltà che avevano le donne all’epoca. D’altro canto la mostra presenta un limite, ovvero non fornisce al pubblico elementi di storia sociale, che comunque sarebbero importanti per meglio inquadrare un fenomeno decisamente complesso qual è quello dell’arte al femminile tra XVI e XVII secolo, col risultato che si rischia d’uscire dalla mostra con la percezione d’aver assistito a una lunga carrellata di artiste. Questo limite, a mio avviso, si riesce a superare con la visita guidata, nella quale si è posta un’importante attenzione sia nella biografia delle artiste sia nel sottolineare sia la difficoltà educativa che pratica che avevano le donne nell’intraprendere l’attività artistica. Se da un lato l’educazione era accessibile solo alle nobildonne e questa inoltre si focalizzava unicamente su concetti religiosi, nozioni di lettura, scrittura e calcolo, e attività ritenute tipicamente femminili, come il cucito e la tessitura; dall’altro canto per le stesse era recluso, perché proibito, lo studio del corpo maschile e quindi l’unico modo che avevano per esercitarsi sull’anatomia era copiare dalla statuaria o dalle stampe. 

A mio avviso la sezione della mostra più interessante, e anche più corposa, è quella dedicata alle “figlie d’arte”, alle pittrici che si formarono nelle botteghe paterne. Le opere che mi hanno maggiormente incantato sono state “Cleopatra” di Lavinia Fontana, “Giovane in abiti orientali” di Ginevra Cantofoli e “Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno” e “Porzia che si ferisce la coscia” entrambe di Elisabetta Sirani.

Lavinia Fontana, figlia prediletta del pittore manierista Prospero Fontana, è passata alla storia per essere stata una delle più rinomate pittrici donne del Manierismo. La sua fama e il suo talento esplodono sin da giovanissima, tanto che dalla nativa terra bolognese viene fortemente richiesta a Roma, alla corte papale di Gregorio XIII. Per questo Lavina Fontana è stata soprannominata “la Pontificia Pittrice“. La mostra concentra però la sua attenzione sulla produzione insolita di Lavinia: i soggetti mitologici spesso con acuti accenti erotici, diventati oggetto d’indagini specifiche soltanto di recente. Tra questi spicca l’opera “Cleopatra”, attualmente conservata nella Galleria Spada di Roma. L’opera raffigura l’eroina in piedi e di profilo, elegantemente vestita con un mantello rosso con i bordi in velluto; sulla testa porta una tiara di panno rosso tempestata di gioielli preziosi e un lungo velo bianco che le avvolge il collo e si proietta in avanti come una visiera. Dalla testa scende, nella parte posteriore, il velo di seta bianca che la donna tiene con la mano sinistra. L’eroina è inserita all’interno di un ambiente domestico con un tavolino coperto da un panno rosso sul quale è poggiato un vaso d’ottone e dal quale l’eroina fa fuoriuscire un serpente. Le dita della mano sinistra poggiata sul coperchio del vaso d’ottone sembrano formare la lettera “C” di Cleopatra. Lavinia Fontana si allontana dalla tradizione iconografica che tende a immortalare la regina d’Egitto nel momento del suicidio e spesso nuda col serpente; la sua eroina è totalmente e riccamente abbigliata e ammalia il serpente che sembra alzarsi in una danza.

Ginevra Cantofoli studiò e operò presso l’Accademia del disegno di Elisabetta Sirani. Quando la Sirani morí prematuramente, alcuni sospettarono di un avvelenamento per mano o per ordine di Ginevra, indicando come movente una presunta accesa gelosia artistica di questa nei confronti di quella. In seguito fu però provato che la Sirani morì per una terribile ulcera perforante. La sua fu una produzione abbastanza ricca, ma molte delle sue opere andarono purtroppo disperse, per questo motivo quest’opera è stata inizialmente attribuita a Guido Reni e solo inseguito alla sua mano. Come la maggior parte delle sue opere possiamo osservare un giovane donna dallo sguardo orgoglioso ma abbastanza impenetrabile rivolto allo spettatore. Colpisce quest’opera per l’estrema delicatezza del volto e per la bellezza del copricapo.

Elisabetta Sirani era un’artista straordinaria, che nonostante la sua una morte prematura all’età di soli ventisette anni, viene ricordata come una delle migliori artiste donne mai esistite. È stata denominata con l’epiteto “Pittrice eroina” poiché raffigurava prevalentemente delle giovani donne dotate di estrema forza e tenacia, come avviene con l’opera “Porzia che si ferisce alla coscia”, dove l’eroina Porzia (dotata di un’estrema volontà) si infligge una ferita crudele per dare prova di coraggio e determinazione al marito e convincerlo che anche una donna può essere stoica, spingendolo così a condividere con lei le sue scelte politiche (il marito si osserva alla sue spalle nell’intento di escluderla dai suoi futuri progetti). “Timoclea uccide il capitano di Alessandro Magno” è altrettanto un’opera che mostra la forza ma soprattuto l’intelligenza femminile, nell’opera viene raffigurato lo spannung della storia di Timoclea, ovvero il punto esatto in cui sta per occludere il suo violentatore. Questo gesto in evidenza la superiorità morale dell’eroina, la sua furbizia, dignità e coraggio, rispetto al comandante che oltre ad averla abusata voleva anche derubarla.

In conclusione la mostra è assolutamente consigliata, a mio avviso senza la visita guidata risulterebbe estremamente lunga e complessa, infatti bisogna tenere in considerazione che solo la visita guidata dura circa 2h.  

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