“È la vita delle persone che mi interessa. Io ero un fotografo da strada, non uno da studio”.
Così Jean Marquis si descriveva in un’intervista alla Roger-Viollet Agency nel 2011, alla conclusione della sua pluriennale carriera iniziata nel 1951. Il fotografo nasce a Armentières nel nord della Francia: inizialmente interessato al teatro, abbandona questa strada per seguire la fotografia, che lo accompagnerà per tutta la sua vita. Dapprima sceglie di praticare una fotografia più umanista, ma poi, lasciandosi trascinare dai grandi avvenimenti e rivoluzioni sociali dell’epoca, inizia a fare degli scatti più contemplativi, con un nuovo e spiccato interesse alla recente industrializzazione, ai cambiamenti sociali in atto, e, in generale, al mondo del lavoro.

Il fotografo francese rivela in toto una visione sensibile e puntuale dell’uomo e della sua epoca. Si forma inizialmente nelle fila della Magnum Photo, per poi continuare il suo percorso singolarmente: conosciamo meglio, quindi, una delle identità meno note di questa famosissima agenzia che ha dato risalto alla fotografia in epoca moderna. La Magnum era un’agenzia fotografica che si strutturava come un ‘collegiale’ dove si discutevano, sempre insieme, i temi e l’estetica delle foto di ognuno dei fotografi che ne facevano parte. Le personalità artistiche, si sa, non sono facili da gestire, e spesso i fotografi si scontravano e avevano delle divergenze a causa di visioni diametralmente opposte. Per esempio, Henri Cartier Bresson era un uomo molto più posato di Robert Capa, con una personalità più frizzante. L’agenzia era stata fondata nel 1947 proprio dai due, insieme a Rodger, Seymour e Vandivert: è diventata negli anni una delle più famose agenzie fotografiche del mondo.
Come si collega Jean Marquis con la grande agenzia quindi? A 22 anni si trasferisce a Parigi con la moglie Susie, e lì entra in contatto proprio con uno dei fondatori della Magnum, Robert Capa, cugino di Susie, che nel ’51 inviterà personalmente lei e Marquis a far parte del progetto Magnum: la moglie si inserirà all’interno dell’agenzia come segretaria, scrivendo e traducendo le didascalie fotografiche; pensate che fu la prima vera stipendiata!
Nel 1953 Jean fece un reportage nel nord della Francia, il primo reportage per la Magnum: lo fece navigando il fiume Deûle con una barca. La macchina fotografica che utilizzò, la sua prima macchina, era una Leica di seconda mano, utilizzata in precedenza da Cartier Bresson, e da lui stesso donata a Marquis. Tra il 1955 e ’56, accompagnato da altri 7 prestigiosi fotografi dell’Agenzia Magnum partecipò per la prima volta ad una mostra: Magnum Photo; Gesieht der Zeit [il Volto del Tempo] presentata in cinque città austriache. La mostra è stata riscoperta tramite documenti di archivio nel 2006, ed è in tournée dal 2008 sotto il titolo di Magnum First (ha toccato l’Italia nel 2019 al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano).


Along de Deûle. Geese, Lille, 1953; Homme marchant, Lille, 1953.
Il clima dell’agenzia, forse troppo limitante per uno spirito come il suo, lo spinse solamente due anni dopo, ad iniziare la sua carriera come fotografo freelance lavorando regolarmente con Seienee & Vie, il gruppo di stampa americano Time Inc.: per loro ed altre agenzie di stamoa, fino al 1970, fotografa eminenti politici, scrittori, artisti ed economisti. Parallelamente alla sua carriera da fotografo ricomincia la sua passione per il teatro: da questo periodo e fino agli anni 2000 infatti, ogni estate lavora come attore al festival Les Nuits de l’Enclave a Valréas interpretando diversi ruoli di Shakespeare, Tchekhov, Goldoni e Audiberti. Inoltre recita e dirige laboratori per il teatro dell’Alta Corsica sotto la guida di Robin Renucci. Nel 1989 si ritira dalla carriera professionale come fotografo per la stampa, ma continua a fotografare per passione.
Diverse fotografie simboleggiano la varietà di temi affrontati durante i suoi reportage o in progetti commissionategli dalle testate giornalistiche. A esempio della tematica connessa ai cambiamenti e avvenimenti industriali e sociali, vi proponiamo scatti quali i Dockers, Solar, e Manifestation, l’iconica fotografia scattata durante la manifestazione parigina in Place de la Nation svoltasi il giorno precedente alla condanna dei coniugi Rosenberg. Il caso Rosenberg fu una vicenda che, negli anni della guerra fredda e in pieno clima di maccartismo, coinvolse i coniugi Julius ed Ethel Rosenberg e colpì profondamente l’opinione pubblica mondiale quando i due furono processati, giudicati colpevoli e condannati a morte come spie dell’Unione Sovietica.



Dokers, Liverpool (England) 1955; Manifestation, Parigi, 1953; Solar oven, Mont Louis (Pirenei Orientali), 1958.
L’intento di Marquis è proprio immortalare gli attimi in modo spontaneo, unico, senza apporre alcun filtro estetico, lasciando trapelare solo la verità del momento e dell’immagine; in Manifestation le mani delle persone sono le protagoniste assolute dello scatto, e si perdono fino a sconfinare i bordi dell’immagine stessa, i limiti dello spazio fisico, quasi coinvolgendo lo spettatore e invitandolo ad ‘entrare’. Nelle altre due fotografie palpabile è invece la voglia di cogliere e trasmettere il cambiamento industriale in atto negli anni ’50: due operatori portuali di Liverpool colti a riposo, contornati dalle vergini innovazioni inglesi in campo navale e degli operai a lavoro in un nuovo solaio dalla straordinaria modernità. In entrambi gli scatti la luce fa da padrona ed avvolge l’atmosfera. Il ruolo della luce e la verità dell’immagine sono due pilastri fondamentali della fotografia di Jean Marquis.
I percorsi in cui si addentra il fotografo, però, non sono solo quelli appena citati, ma moltissimi e dei più vari. Alcuni scatti, infatti, si connettono anche alla tematica della moda, con reportage durante le sfilate di famosi brand parigini come Givenchy; anche la tematica del ritratto è ben presente nella sua produzione, con gli scatti di alcuni dei personaggi più famosi degli anni ’50 e ’60 per importanti testate giornalistiche come il Times: in copertina Alberto Giacometti e qui sotto Salvador Dalì, impressionato proprio dentro la fonderia nella quale faceva scultura.


Parisian Haute-Couture, Givenchy Fashion Show, 1956; Salvador Dalì, Parigi, 1954.
Il rigore della costruzione, la perfezione della composizione non sono mai imposte agli occhi di chi ammira le foto di Jean Marquis. Egli guarda moltissimo alla fotografia di Bresson, colonna di quasi tutti i fotografi che fecero parte del progetto Magnum. Palmare è la voglia di cogliere quell’attimo che altrimenti fuggirà e che esiste solo adesso, in quell’ ’ora’ che basta per far scattare l’otturatore. Ma la grande fortuna di Marquis, oltre che passare per le fila della Magnum, fu quella di diventare poi un freelance, un artista libero di scegliere la moltitudine di tematiche che oggi costellano le sue fotografie.
Sperando aver suscitato curiosità e interesse, vi consigliamo di approfondire la l’argomento segnalandovi anche una mostra in perfetto allineamento con questo articolo, ovvero quella al Palazzo Ducale di Genova sulla Magnum Photo, L’Italia di Magnum da Robert Capa a Paolo Pellegrini, qui per saperne di più!