L’arte del videogioco

Risale allo scorso maggio la notizia del “riconoscimento” da parte del Ministero della Cultura dei prodotti videoludici come espressione artistica: nell’ambito dei decreti per il sostegno all’arte e alla cultura, il Ministro Franceschini, insieme con il Ministro dell’Economia Daniele Franco, ha esteso anche ai produttori di videogiochi la possibilità di riconoscere un’aliquota al 25% del costo di produzione. Il Ministro della Cultura ha infatti dichiarato:

“I videogiochi sono frutto dell’ingegno creativo ed è giusto che, analogamente a quanto avviene per il cinema e l’audiovisivo, possano ricevere un sostegno, se riconosciuti come opere di particolare valore culturale. In Italia il settore è in crescita esponenziale, con numerose start up di under 30 in grado di sviluppare prodotti di elevata qualità, attrarre le grandi produzioni internazionali e far crescere i giovani talenti. Si tratta di vere e proprie officine creative, che meritano ogni sostegno e possono contribuire a nuovi modi di conoscere e di apprendere”.

D. Franceschini

I dati sulle aziende videoludiche italiane sono infatti molto positivi, come si può notare dal censimento rilasciato da IIDEA il 18 maggio di quest’anno. Rispetto al 2018 si nota un aumento del 26% delle risposte valide al questionario online: il 73% di queste sono imprese collettive, il 18% liberi professionisti, il 9% appartengono ad altre forme organizzative. Proseguendo, il fatturato annuo ammonta a 500mila euro. I professionisti del settore sono aumentati da 1100 del 2018 a 1600 e il 79% di questi ha meno di 36 anni, con specializzazioni molto varie, dall’arte al design, dalla programmazione al management. Insomma, in un biennio difficile come questo, il settore videoludico ha registrato segnali molto positivi. Grazie anche a questa crescita, e ad un più ampio riconoscimento, publisher, banche e settore pubblico hanno aumentato i finanziamenti: rispettivamente dal 21% al 28%, dal 6% al 18% e dal 6% al 24%.

Questo quadro ha reso chiaro anche al governo e ai ministeri, le potenzialità e capacità delle aziende di sviluppo videoludico. Ma cosa prevede nello specifico il decreto? In sostanza, alla pari con i produttori di film, audio visivi, videoarte e videoclip, le case produttrici potranno accedere ai benefici del tax credit, ovvero il riconoscimento di un’aliquota del 25% del costo di produzione, fino ad un ammontare massimo di 1milione di euro. Per accedere a questi benefici l’azienda deve avere sede in Europa ed essere soggetta a tassazione italiana, inoltre deve avere un patrimonio netto di 10mila euro o superiore. Infine, deve aver speso in area europea una quantità pari o superiore al credito d’imposta che gli viene riconosciuto. Fino a qui queste disposizioni appaiono, almeno ad una occhiata superficiale, molto promettenti e frutto di una genuina voglia di sostenere un settore innovativo come quello dei videogiochi.

Nello stesso articolo si legge però anche questo: “La disposizione riconosce un’aliquota del 25% del costo di produzione a favore delle imprese produttrici di videogiochi di nazionalità italiana, riconosciuti di valore culturale da un’apposita commissione esaminatrice, fino all’ammontare annuo massimo di 1.000.000 di euro”. Sorgono quindi spontanee delle domande, soprattutto quando si conoscono fin troppo bene i preconcetti di cui soffrono i videogiochi, e quindi tutte le persone legate a quel mondo, soprattutto nel nostro paese. Cosa vuol dire “riconosciuti di valore culturale”? E come verrà scelta e da chi sarà composta questa “apposita commissione esaminatrice”? Tralasciando la questione commessione, per la quale si spera che il ministero si rivolga a persone esperte del settore in modo che siano preparati a valutare prodotti oggettivamente sfaccettati e complessi come i videogiochi, lascio a voi decidere se possa esistere un valore oggettivo minimo per cui un prodotto artistico posso essere ritenuto di valore culturale o meno. Personalmente ritengo questo genere di discorsi molto dannosi e frutto solo di stereotipi; sono del parere che, come qualsiasi prodotto artistico, sia il fruitore a scegliere il valore che per lui ha quel determinato medium: un film come 1917 può essere visto sia per il piacere dell’azione, sia per entrare in contatto con gli eventi e conoscere meglio la sensazione di vivere una guerra. Lo stesso si può fare con videogiochi come COD (acronimo per Call of duty): c’è chi li gioca per l’adrenalina e l’azione, chi per il piacere di entrare a far parte di una storia, “viverla” sulla propria pelle, far diventare le emozioni del protagonista le proprie.

Dal momento che, tranne che per le fasce più giovani, il mondo videoludico è ancora poco conosciuto in Italia, vorrei proporre qui una serie di videogiochi che, a mio parere, possono presentare, a occhi non esperti, le caratteristiche principali di questi prodotti artistici.

Innanzitutto, trattandosi qui di sviluppatori italiani sono secondo me da menzionare sicuramente Studio V e VLG Publishing, creatori di Dry Drowning, una celebre visual novel ambientata in un futuro distopico dove un investigatore privato dà la caccia a uno spietato serial killer, mentre la classe politica cerca di toglierlo di mezzo.

Sempre italiano è lo studio Naps Team, la più vecchia casa di sviluppo italiana e che presto rilascerà Baldo, un gioco di ruolo i cui disegni e scenari richiamano alla mente i film d’animazione giapponesi dello Studio Ghibli.

Entrambi i giochi sono classificati come “indie”, ovvero “indipendenti”, quindi prodotti senza finanziamenti esterni, nonostante quindi mancanza di grossi fondi per lo sviluppo, giochi come questi sono tra quelli che maggiormente propongono al fruitore/giocatore esperienze di storie appassionanti e coinvolgenti.

Come loro, infatti, ci sono molti prodotti videoludici, non italiani, diventati molto famosi e apprezzati, come Limbo, Little Nightmares o Cuphead. Questo non vuol dire che anche tra i “tripla A”, ovvero i progetti più finanziati e sponsorizzati, non ci siano prodotti altrettanto emozionanti, tutt’altro; abbiamo infatti giochi come Death Stranding, Assassin’s Creed, Dark Souls e Ghost of Tsushima; ci vorrebbero pagine su pagine per descrivere appieno queste opere, quindi invito tutti a giocarli o almeno a guardarne trailer e a leggerne le trame, vi accorgerete che non hanno nulla da invidiare e famosi prodotti cinematografici o letterari.

Infine, un piccolo consiglio per i più curiosi: sono disponibili su YouTube e altre piattaforme, documentari che illustrano il lavoro che sta dietro ad un videogioco, per portarvi un esempio propongo qui un breve documentario su Hellblade Senua’s sacrifice. Il gioco segue la storia di una ragazza pitta (i Pitti erano una confederazione di tribù stanziali presenti nella Scozia del IX secolo) affetta da una grave forma di psicosi: il documentario mostra la ricerca effettuata dagli sviluppatori, assieme a esperti, per creare questo personaggio in modo da rappresentare al meglio possibile il punto di vista della protagonista.

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