Per quanto annoverabile tra i più grandi artisti italiani del secolo scorso, la fama di Maria Lai sembra essere ancora ingiustamente confinata entro circoli artistici e intellettuali e solo negli ultimi anni, dopo la sua morte e in vista del quarantesimo anniversario della sua opera più celebre Legarsi alla montagna, il grande pubblico sta riscoprendo il valore e la potenza espressiva della sua produzione artistica. Il che, in realtà, è ironico, perché l’arte di Maria Lai è stata più di ogni altra cosa popolare e riesce ancora oggi a comunicare molto anche e soprattutto agli spettatori che vi si rivolgono privi di qualsivoglia conoscenza dei linguaggi e delle sovrastrutture degli ambienti accademici. Attraverso le storie e i simboli della Sardegna, della sua Sardegna, la Lai si è mossa nel panorama del Novecento partendo dall’Arte Povera, dall’Informale e lasciando in eredità i concetti e i messaggi di quella che da lei in poi diventerà l’Arte Relazionale.
Fin da quando, bambina, posò per la prima volta per lo scultore Francesco Ciusa, fin dalle lezioni di italiano del maestro e futuro amico Salvatore Cambosu in cui impara “il valore del ritmo delle parole che portano al silenzio”, la Lai dimostra una sensibilità artistica di innata delicatezza e sensibilità, che la porterà a trasferirsi a Roma per frequentare il liceo artistico e poi a Venezia per seguire il corso di scultura di Arturo Martini. La sua formazione, però, giunge davvero a compimento solo quando, dopo essere andata in Sardegna alla fine della guerra, ritorna a Roma, dove diventa dirimpettaia e amica dello scrittore Giuseppe Dessì e riscopre così il valore della tradizione, della leggenda e del mito – particolarmente di quelli legati alla sua terra natale – come espressione di qualcosa che è radicato nell’animo degli uomini al di fuori della Storia, di una verità ancestrale e immutabile.
Tutte le sue opere più celebri condividono un elemento comune: il filo, quello dei telai su cui cucivano le donne che hanno popolato la sua infanzia in Sardegna, ma anche quello della leggenda e il correlativo oggettivo delle connessioni e relazioni tra le persone. Gli stessi Telai, in un inedito intreccio di pittura e scultura, passando sotto le sue mani diventano opere negli anni ’60, opere che parlano di una quotidianità frugale che racchiude in sé qualcosa di eterno, la stessa quotidianità di cui parla anche la preparazione del pane raffigurata in disegni di quasi un ventennio prima. Maria Lai indaga i riti del passato, del suo passato, per arrivare al nocciolo duro della vita stessa, a quella verità che rimane sempre tale in ogni luogo e in ogni tempo per ogni uomo.
Il passo successivo all’immediatezza dei Telai sono i libri cuciti, una serie di pagine di stoffa in cui il filo si snoda e aggroviglia come una partitura musicale, ispirandosi ai libri sfogliati dai santi dei quadri barocchi del diciassettesimo secolo. In essi si fondono il cucito, emblema del lavoro femminile, e il libro, mezzo delle parole, del sapere, dell’autorità, ma, uniti, i due elementi diventano indecifrabili con gli strumenti che competono loro per come li conosciamo, diventano simboli di qualcosa che può essere letto da tutti, di un tessere fine a se stesso nel senso più alto. Il ritmo delle parole, quello imparato nelle poesie da bambina col maestro Cambosu, è tutto ciò che rimane.
È però Legarsi alla montagna il vero capolavoro della Lai, l’incontro fra i tanti significati del filo e del pane, la leggenda, la Sardegna e la gente. Quando il sindaco di Ulassai Antioco Podda le commissionò un monumento ai caduti, l’artista propose invece di fare qualcosa per i vivi, qualcosa che sì richiamasse il passato ma permettesse anche di guardare con speranza al futuro, destinando il denaro destinato al monumento al restauro del lavatoio pubblico. Ispirandosi a una leggenda popolare secondo cui, in seguito al crollo di una grotta, una bambina riuscì a salvarsi seguendo un nastro celeste che sfilava in cielo, la Lai propose di legare le porte, le case e le vie del paese con l’aiuto di tutta la popolazione. Per riuscire nel suo intento, però, l’artista dovette vincere le resistenze dei popolani, i quali, da sempre profondamente divisi da antiche rivalità, ostilità e offese, si lasciarono convincere soltanto dall’inserimento di un ulteriore livello di lettura: tra le case di famiglie legate tra loro sarebbero stati fatti nodi per le amicizie e fiocchi per l’amore e legati i tipici “pani pintau”, mentre tra quelle fra loro avverse il nastro avrebbe indicato il confine tra le due e il rispetto dello spazio concesso all’altra. In tre giorni vennero tagliate, distribuite e legate le stoffe, così, con 27 km di nastro celeste, documentata dal fotografo Piero Berengo Gardin e da un cortometraggio dell’artista Tonino Casula, la Lai legò la comunità al suo paese e il paese, infine, alla montagna che lo sovrasta. Gran parte della critica, per la verità, ignorò allora l’opera della Lai, semplicemente glissandovi o liquidandola come una festa di paese, e soltanto il critico Filiberto Menna ne capì subito l’importanza. È da quest’opera della Lai, infatti, che si inizia a parlare di Arte Relazionale, di arte che vuole entrare davvero in dialogo col pubblico stimolandone la creatività, caratteristica che supremamente lo distingue dagli altri animali. “Il vero problema dell’arte – ha più volte affermato la Lai – non è realizzare più musei o spazi deputati a ospitare mostre e opere, quanto piuttosto di educare gli individui a interpretarla.”

L’arte della Lai, quindi, è Arte nel senso più puro, perché vuol comunicare a chiunque la guardi qualcosa di profondo di sé e del mondo in cui vive e vuole davvero comunicarlo a chiunque, da qualunque prospettiva la guardi perché quel qualcosa è dentro tutti, è una verità che è parte della stessa umanità di ognuno. «L’arte è come una pozzanghera che riflette il cielo, ma può passare inosservata. Può essere calpestata, ma l’immagine del cielo si ricompone sempre.»




Una opinione su "Maria Lai: la forza della tradizione"