Margargaret Bourket-White
Oggi siamo liete di presentarvi la mostra fotografica, a Palazzo Reale di Milano, dedicata a Margargaret Bourket-White, finalmente visitabile dal vivo.
La mostra rientra nel progetto di promozione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato alle figure femminili di spicco, che hanno saputo apportare il loro talento e la loro passione all’interno del panorama artistico, ancora tristemente maschilista. Insieme alla mostra dedicata a Margargaret Bourket-White sono visitabili anche la mostra “Divine avanguardie” dedicata alle donne nell’avanguardia russa e la mostra “Le signore dell’arte” rivolta invece alle figure femminili tra il ‘500 e ‘600.
Dal mio punto di vista, la mostra su Margargaret Bourket-White rappresenta un piacevole ritorno alla normalità, a differenza delle altre due mostre a Palazzo Reale, la visita è piuttosto scorrevole e breve, poiché impegna soltanto un’ora e mezza a un attento osservatore. Nonostante la retrospettiva sull’artista raccolga unicamente 100 opere, è possibile conoscere fino a fondo la vita intensa della fotografa. Il punto di forza della mostra è rappresentato dalla scelta curatoriale di analizzare tutti i momenti più salienti dell’immensa carriera dell’artista in relazione agli avvenimenti sociali e politici più rivoluzionari dello scorso secolo. La mostra allora si divide in micro aree come: il progresso industriale degli anni ’20 in America susseguita dalla Grande Depressione, la nascita della prima rivista illustrata Fortune per poi arrivare alla creazione di Life, il quale rivoluzionerà completamente sia la comunicazione che il giornalismo di inchiesta, lo sviluppo economico della Russia e lo scontro con la Germania, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la scoperta dei campi di concentramento, la rivoluzione indiana prima con il distacco dall’Inghilterra e in seguito con il Pakistan, infine lo scoppio della guerra civile in Sud Africa a causa della segregazione razziale.
La scelta di scandire la vita artistica di Margargaret Bourket-White attraverso gli avvenimenti storici di rilievo del novecento non è casuale, in quanto l’artista è stata davvero una donna rappresentativa di un momento storico estremamente in fermento. La scelta del titolo della mostra “Prima, donna” rispecchia perfettamente la sua personalità, poiché è stata una donna di assoluti primati. Il primo fotografo nella storia ad ottenere il permesso dall’Unione Sovietica di poter immortalare Stalin, pur essendo Americana, la prima fotoreporter che ha parlato direttamente con Gandhi, la prima donna a ricevere la divisa di corrispondete di guerra nella Seconda Guerra Mondiale. Inoltre è necessario osservare come nel titolo sia presente una virgola, questa scelta stilistica è da associare al fatto che, nonostante nella sua immensa carriera l’artista si sia sempre apportata ad ambienti estremamente patriarcali e maschilisti (come l’industria meccanica americana, le miniere del Sud Africa, i dibattiti politici in India), Margargaret Bourket-White non ha mai perso il suo tratto marcatamente femminile, infatti era inconfutabilmente riconoscibile dalla sua estrema eleganza e dal gusto innato per i vestiti.
A mio avviso tutte le sale sono estremamente interessanti ma quelle maggiormente simboliche sono le ultime due dedicate: “Alle voci del sud bianco”, ovvero sulla segregazione razziale nel Sud America, e “La misteriosa malattia”, dove l’artista stessa diventa soggetto dell’obiettivo fotografico.
Nella penultima sezione “Alle voci del sud bianco” mi hanno particolarmente colpito le due foto ambientate nel 1956 a Greenvile, South Carolina. Nel primo scatto è immortala la classica famiglia allargata americana (a mio parere volutamente stereotipata), con al centro il “capo famiglia” maschile. L’allegra famiglia si sta visibilmente godendo all’aperto una tranquilla cena estiva, i colori sono estremamente caldi e il sentimento di convivialità è fortemente tangibile e marcato. Questo sentimento di gioia però immediatamente si scontra con la seconda immagine che raffigura l’altra faccia della medaglia della perfetta famiglia americana. Stavolta i colori sono tetri, al centro troviamo l’unica figura di colore dell’intera scena, ovvero la donna di servizio. Questa immagine stride fortemente con la precedente in quanto osserviamo tanti elementi di contrasto: innanzitutto colpisce il cambio di location, il primo scatto era collocato all’esterno dell’abitazione il secondo invece è all’interno, secondo elemento di differenza è questa figura femminile inizialmente assente che compare solo in seguito, terzo elemento ed ultimo riscontrabile è lo scontro tra le doppie figure centrali delle foto, da un lato il “capo famiglia” maschile dall’altro la donna di servizio, la quale (nonostante sia centrale) viene percepita dall’osservatore come il personaggio più marginalizzato di tutta la scena. L’artista, senza uno scatto volutamente plateale, ci fa probabilmente notare come la donna di servizio non sia stata invitata a partecipare alla cena; in oltre rimarca il suo profondo senso di solitudine in quanto, mentre nella prima foto i conviviali parlano e discutono, nella seconda immagine nessuno rivolge una parola alla donna. Con una fotografia delicata ma sapientemente calcolata Margargaret Bourket White ci parla di una spaccatura all’interno del sistema americano, causato dalla segregazione razziale.
L’ultima micro area “La misteriosa malattia” è sicuramente una tra le più sensibili sale della mostra, ma forse proprio per questo è anche la più elegante. Questa sala è dedicata al reportage realizzato dal suo collega Alfred Eisenstaedt, il quale ha immortalato le varie fasi di declino verso la malattia del Parkinson della fotografa indomabile. Questa malattia in breve tempo spense Margargaret Bourket White, ma soprattuto le causò il più grande dolore di sempre: l’impossibilità di fotografare, in quanto nel giro di pochi mesi si ritrovò totalmente immobilizzata. Questa sezione a mio avviso è di una bellezza unica in quanto nel corso di tutta la mostra si può osservare la grande tenacia di una donna assolutamente avanti rispetto ai tempi, ma in questi ultimi scatti la protagonista della mostra dimostra comunque di non aver paura a mostrarsi debole, invecchiata e soprattuto impaurita.
La mostra è assolutamente consigliata ed è visitabile entro il 28 agosto. La mostra non è provvista di audioguida, ma a mio avviso i pannelli esplicativi sono assolutamente chiari e coincisi.












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