
Con frequenza più o meno ciclica, negli ultimi anni è capitato di sentir parlare, soprattutto a chi si interessa di street art o a chi abita a Milano, di Biancoshock. Le opere dello street artist meneghino d’altronde nascono esse stesse col proposito di essere fruite anche attraverso la viralità che i social consentono loro: piccole, astute, ironiche e irriverenti; le sue installazioni o alterazioni di tutto ciò che è parte integrante della realtà e dello sfondo urbano veicolano, nella maggior parte dei casi, un più ampio racconto sociale. I modelli di riferimento vanno rintracciati nella lunga e autorevole tradizione della street art, che passa certo attraverso l’Artivism di Banksy, ma anche attraverso la produzione dei francesi SpY e OakOak, andata oltre i limiti della via, già percorsa in quasi in ogni modo possibile, delle pareti e dei graffiti. A questi artisti Biancoshock si ispira anche nello scegliere l’anonimato e di lui, in effetti, al di là dell’età e di qualche vaga indicazione circa la sua formazione, non si sa quasi nulla: si fa vedere soltanto con un passamontagna e il suo stesso nome, spiega nel suo sito, è ottenuto dalla giustapposizione al colore bianco – un non-colore, ma anche colui che contiene tutti i colori dello spettro elettromagnetico – della parola shock – la parte dello stupore, dell’immediatezza, e dell’effetto wow.

Definitosi autodidatta e artigiano prima ancora che artista, in realtà Biancoshock si è ormai da tempo affermato nel mondo della street art con più di mille installazioni e performance temporanee in Italia, Spagna, Portogallo, Norvegia, Croazia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca, Malesia e Singapore. La maturazione individuabile nel suo percorso artistico, dall’esordio nel 2004 a oggi, ha portato con sé la consapevolezza di non appartenere fino in fondo ad alcun mondo o movimento già esistente nell’arte, cosicché nel 2014 decide di dar vita a una nuova corrente di cui si propone come principale promotore: l’Effimerismo (Ephimeralism), al centro della quale pone l’idea di un’arte destinata a una breve esistenza fisica nello spazio, ma a una duratura permanenza nel tempo per mezzo dei video, dei social networks e della fotografia. Non a caso, il motto dell’artista “Sorry, this artist does not exist” concentra in sé i concetti di evanescenza e di anonimato, di qualcosa che esiste al di là di chi l’ha creato; dalla street art, poi, dice di voler prendere soprattutto l’elemento della strada in sé, delle persone che la popolano e attraversano, e ne paragona la grande varietà di tecniche e discipline alla zuppa, un piatto, per l’appunto, popolare. In più di un’occasione Biancoshock si è mostrato attento a come all’estero queste forme di arte vengano valorizzate meglio che in Italia, anche confrontando festival e mostre ai quali ha preso parte, ma nondimeno ha sempre cercato di mantenere una sorta di integrità artistica discostandosi da contenitori e mezzi troppo istituzionalizzati, nella convinzione che la credibilità, l’indipendenza e la funzione pubblica dell’arte non possano mai davvero coniugarsi con la pur legittima e potenzialmente valida capitalizzazione della stessa.
Nelle sue installazioni è possibile rintracciare dei temi ricorrenti: la vita ai margini e la povertà nel contesto urbano, il capitalismo, la crisi economica, l’immigrazione, l’inquinamento e soprattutto la città metropolitana, la contraddittorietà del suo essere allo stesso tempo il naturale assetto logistico e culturale di una comunità moderna e dinamica come quella dei nostri giorni e una macchina inarrestabile al cui ritmo cercano, arrancando, di tenersi tutti i suoi cittadini. Per capire fino in fondo Biancoshock, quindi, è forse meglio guardare alle sue opere che non cercare di ricostruire la sua figura.
Uno dei progetti meglio riusciti è sicuramente quello di Borderlife nel 2016: tre tombini tra Lodi e Milano allestiti come ambienti di un appartamento, con tanto di piastrelle, mobili e dettagli. Parte di queste installazioni ha richiesto una precedente preparazione in studio, parte, invece, direttamente in loco, per raccontare una realtà sotterranea in ogni senso, quella “di centinaia di persone che a Bucarest vivono sottoterra, nelle fogne… A Milano la situazione non è così estrema, ma anche qui abbiamo tante persone che vengono costantemente ignorate nonostante abitino in superficie e le loro difficoltà siano sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole”. Un’altra occasione in cui, recentemente, l’artista ha preso spunto da una notizia di attualità per dar voce a persone e comunità che spesso non ce l’hanno è quando, sempre a Milano, ha fatto comparire delle sedie a rotelle dallo stesso colore e logo di Enjoy, la nota compagnia di car sharing, soltanto con la scritta “Nojoy”, non tanto per criticare il servizio quanto piuttosto per proporne un’implementazione sul modello della startup francese Wheeliz. Degna di nota è poi l’installazione Public Speech, ispirata dalla notizia di un parlamentare ucraino al quale è stato lanciato un cassonetto, in cui l’artista rappresenta polemicamente politici ed elettori come sacchetti di immondizia.

In altre occasioni la riflessione è stata invece generica, meno specifica e socialmente orientata. È il caso del 9 sec show, un museo in miniatura allestito all’interno di un acquario contenente dei pesci rossi, dalla proverbiale breve memoria di soli 9 secondi, e davanti al quale lo spettatore è invitato a sostare per 8 secondi, la soglia media di attenzione negli anni dei social media secondo uno studio della Microsoft; è il caso anche dei ceri funebri nelle bombolette spray a Milano, davanti a un muro messo a disposizione dal comune ai writer, per commemorare la fine della street art come movimento artistico di controcultura; è il caso, ancora, di In-Globalized a Praga, in cui sembra che un uomo rimanga schiacciato sotto a un palazzo, schiacciato da una realtà che si muove a una velocità che lui non può sostenere, ma dalla quale nemmeno può fuggire.
Le sue ultime installazioni nel 2020 raccontano ancora, anche nell’anno dell’isolamento, un punto di vista diverso della società, guardano ancora coraggiosamente al quotidiano e alle problematiche, forse marginali, che la maggior parte delle persone che davvero popolano le strade in cui le sue opere appaiono interessano. Nel quartiere Darsena di Ravenna è apparso un gigantesco cruciverba intitolato UNTOLD, in cui le caselle nere formano il titolo dell’opera, un’opera che parla, appunto della storia di tutti coloro che vivono lì e che quella storia spesso non riescono a raccontarla. A Civitacampomarano, invece, laddove la vecchia pensilina dell’autobus era stata da tempo rimossa e mai sostituita, l’artista ne ha installata una nuova chiamata A VIA NOV (“strada nuova” in civitanese) accordandosi, con un dibattito via Zoom, con gli abitanti della cittadina, come gesto di speranza verso una futura riqualificazione del trasporto pubblico, accompagnata da un pannello in cui sono indicati tre tragitti fittizi per rappresentare anziani, adulti e giovani che, incrociandosi, si dirigono verso destinazioni diverse.
Biancoshock è, in conclusione, un artista che ha prima di tutto qualcosa da dire e al quale, in tempi caotici e confusi come i nostri, vale quindi forse la pena dare ascolto. Le sue opere non sono in mostra, il che magari può renderle difficili da individuare, ma la loro efficacia raffigurativa le rende al contempo facili da comprendere: sono, in fondo, un invito a tenere, sempre e in ogni senso, gli occhi aperti.






