Il quartiere di Brera è rinomato per essere il centro nevralgico del glamour milanese, il quartiere è secondo solamente alla celeberrima Via della Spiga (quadrilatero della moda di Milano). A Brera associamo spesso termini come avanguardie artistiche, design, arte, moda; bisogna poi ricordarsi che oggi nel quartiere bohèmienne della città si trovano l’Accademia di belle arti, la Pinacoteca e numerose gallerie d’arte. Insomma questa immagine idilliaca del quartiere Brera non può che scontrarsi con il passato storico, infatti è necessario sapere che un tempo il quartier era un luogo di perdizione, dove si potevano trovare la maggior parte delle case del piacere della città, le cosiddette case chiuse. In un tempo non troppo lontano, Brera era il quartiere a luci rosse più vasto e celebre dell’intera città di Milano e vantava la presenza delle più variegate case chiuse. Ogni casa annoverava infatti delle caratteristiche peculiari, così da poter soddisfare tutti i gusti della clientela.
Solo per offrire una panoramica generale, esistevano addirittura tre case chiuse nella sola strada di San Carpoforo. Uno di questi si trovava al civico 8, il bordello composto da tre sorelle gestito dalla madre stessa, la quale definiva le sue ragazze “figlie d’arte”. Possiamo facilmente intuire di quali doti si vantasse la padrona di casa. In via dei Fiori Chiari civico 17 sorgeva il casinò più celebre, il “Fior ciar”. In Via Formentoni, invece, le prostitute mostravano i loro seni dalle finestre, infatti il nome popolare e storico della via è “Contrada di Tett”, inseguito moralizzato con “Contrada dei Tetti”. In via Madonnina, le ragazze facevano cadere dai terrazzi dei cestini vuoti, per indicare la loro disponibilità per il prossimo cliente.
Era consuetudine da parte delle signorine esibire la propria mercanzia fuori dalle finestre o per strada per attirare la clientela, questa usanza si protrasse fino al 1888 quando entrò in vigore la legge Crispi. La norma ottocentesca regolamentava alcuni punti salenti della prostituzione, in particolare sancì l’obbligo di murare le finestre dei bordelli e l’impossibilità di adescare i clienti per strada. Dalla legge Crispi si comprende allora l’origine del nome “case chiuse”, proprio perché nascoste dagli sguardi indiscreti dei passanti.
Ogni casa chiusa si caratterizzava per una certa tipologia di approccio alla clientela, in alcune alle maîtresse era vietato adescare i clienti in qualunque maniera, quindi le ragazze erano tenute a rimanere ferme e impassibili, aspettando l’approccio del cliente stesso. In altre invece, le donne stesse adulavano in maniera esplicita e spudorata i clienti. Ogni casa allora offriva un servizio diverso, da un lato si soddisfavano i più intraprendenti, mentre dall’altro canto venivano spinti anche i più timidi.
In questo contesto a luci rosse si inserisce pienamente il Bar Jamaica, che fu inaugurato nel 1911. Luogo vivace ed estremante all’avanguardia, vantò fin da subito la presenza del primo telefono e della macchina per il caffè espresso. Le sue mura ospitarono personaggi illustri come Benito Mussolini (ancora con un conto da pagare) e poi Ernesto Treccani, Indro Montanelli, Lucio Fontana, Giuseppe Ungaretti, Quasimodo, Dino Buzzati, Ernest Hemingway, Dario Fo, solo per citarne alcuni. Il nome ufficiale si fa risalire ad un’ispirazione avuta da Giulio Confalonieri dal film “La taverna della Jamaica”, film del 1939 diretto da Alfred Hitchcock. In realtà, come molti ipotizzano, il nome deriverebbe dalla presenza delle prostitute della zona Brera, provenienti spesso in quegli anni dal continente africano.
Il Bar Jamaica è stato il luogo pulsante della politica italiana e dell’avanguardia artistica, propio per la presenza dei più importanti artisti e scrittori del nostro novecento. Sicuramente la sua illustre clientela affezionata era dovuta soprattutto dalla massiccia presenza delle case chiuse nella vicinanza. Molti dei sui clienti infatti si recavano al bar per incontrare le loro amanti o dopo aver già trascorso del tempo con le signorine. Il Bar Jamaica è stato sempre legato al luogo in cui dimorava, infatti con la chiusura delle case chiuse dovuta alla legge Merlin (che a partire dal 20 settembre del 1958 abolì definitivamente le case di piacere), piano piano il suo alone di magia si spense. Si pensa addirittura che “Addio Wanda”, il celebre libello di Indro Montanelli contro la Legge Merlin, sia stato composto proprio nel bar Jamaica. Quel che è certo è che Indro Montanelli, come tanti altri, partecipò all’ultima mitica festa all’interno della casa chiusa nel civico Fior Ciar 17, dove la notte del 19 settembre 1958 prima dell’entrata della legge Merlin, si celebrò l’ultima notte del piacere.
Oggigiorno Brera ha completamente cambiato identità, con il tempo si é evoluta fino a diventare il quartiere chic che è oggi, dimenticando però purtroppo la sua origine umile e il suo lato sicurante modesto. Da un lato il quartiere si è perfezionato, dall’altro il Bar Jamaica ha subito un lungo e inarrestabile declino. Da luogo di cultura variegato e dominato da artisti, scrittori e scenografi; oggi il bar al contrario accalappia e svena economicamente i poveri turisti, che si fanno ammaliare dalla posizione centrale all’interno del quartiere. Alla fine il bar Jamaica è stato il luogo che più di tutti ha sofferto l’avvio del nuovo cambiato culturale.
