Che sia per l’eccessiva vicinanza che ne rende forse troppo palese il sottotesto o che sia invece per la scelta di abbracciare un approccio più ironico e scanzonato, gran parte dell’arte contemporanea non sembra ricevere, nella nostra epoca, vero approfondimento né apprezzabile riconoscimento accademico. Tanto più, anzi, rifugge i codici e gli ambienti di quella che nella storia è stata l’arte alta, tanto più sembra destinata a cadere nell’oblio della storia, a rimanere un fenomeno prettamente di nicchia e tacciato di superficialità. Ma davvero l’arte contemporanea è tanto frammentata da non potervi ravvisare un filo conduttore? Davvero le sue voci sono talmente numerose e confuse da perdersi e mescolarsi, da non riuscire a dire nulla?
La Lowbrow Art nasce in California sul finire degli anni ’70 nell’ambiente underground e da esso eredita tutto il suo immaginario: i fumetti, i graffiti, l’arte pop, la pubblicità, i cartoni animati, l’iconografia gotica del punk rock. Ognuna delle sue ispirazioni fluisce nell’altra, si incrociano e ne nascono prodotti ibridi dal gusto kitsch, talvolta grottesco, inquietante e sarcastico. Un’altra grande radice, ovviamente, è il surrealismo – tanto da venire spesso usato, per definire questa corrente, il termine surrealismo pop, sebbene alcuni intravedano differenze tra questo e la Lowbrow Art – da cui prende l’inclinazione al fantastico, all’irreale e al sogno, combinandola poi con l’immediatezza e il citazionismo della cultura popolare, in ambientazioni già di per sé capaci di raccontare una loro storia. Un universo immaginifico orientato verso la narrazione, che dedica grande attenzione ai suoi personaggi, dai distintivi grandi occhi da cerbiatto e dalle proporzioni corporee caricaturali da cartone animato, e che non ha paura di essere insieme e in maniera oscura malinconico e maniacalmente curato. Chiunque abbia guardato della televisione commerciale, sfogliato Archie, Superman, Topolino o Mad Magazine, visto i film di John Waters o di Tim Burton, non farà fatica a trovare nelle proprie corde la sensibilità giusta per capire e amare questo stile.

Per la sua natura multiforme e le sue origini variegate, la Lowbrow Art non pare estranea alla caoticità dei suoi e dei nostri anni e infatti risponde a vari nomi: Nobrow, Newbrow, Kustom, Neo-Pop e non solo. Almeno nella sua genesi, pare si sia voluta definire soprattutto in negativo, in contrapposizione al concettuale mondo accademico che voleva (e forse ancora in parte vuole) respingere e da cui viene fieramente respinta. Sebbene ciò sia per molti sufficiente per accostarla alla Controcultura degli anni ’60, è importante ricordare che la protesta e l’anticonformismo resteranno soltanto una delle tante componenti della Lowbrow Art, molto meno politicamente connotata e provocatoria dell’affine Arte Underground, mescolandosi peraltro a più o meno scoperti richiami a opere e codici artistici tradizionali. In definitiva, insomma, si tratta di uno stile con non pochi elementi del Postmoderno, che non solo non rinnega ma anzi abbraccia la sua accessibilità e la sua origine popolare: i suoi esponenti e le sue manifestazioni investono ambiti inusitati, dai fumetti ai libri illustrati per bambini, dai tatuaggi al digitale finanche ai giocattoli e alle auto d’epoca hot rod. Ulteriore difficoltà analitica è rappresentata dall’estrema eterogeneità di tecniche e di concrete espressioni dello stile: il gusto del dettaglio, la raffinatezza e la meticolosità si mescolano ad artigianato e manualità, aggiungendo poi l’ennesima variabile dell’elemento geografico, che rende ancora più vari e specifici se non perfino folkloristici i richiami popolari.


Seppur dibattuta, pare che la paternità del movimento vada riconosciuta a quelli che allora erano dei fumettisti della scena underground: Gary Panter e, soprattutto, Robert Williams con la creazione della rivista Juxtapoz nel 1994. Da lì, la diffusione è stata capillare, attraverso canali certo più familiari per i suoi capostipiti come gli stessi fumetti, ma anche attraverso mostre dedicate presso, tra le altre, la Psychedelic Solution Gallery nel Greenwich Village di New York e La Luz De Jesus a Los Angeles. Alcuni attribuiscono la scelta del termine Lowbrow come identificativo a Phil Frost, ma pare più probabile che sia stato proprio Williams a usarlo per primo, in contrasto col termine Highbrow utilizzato per indicare l’Arte alta e accademica. Pare che la definizione fosse pensata per essere provvisoria, il che mette in una luce diversa la sua sopravvivenza: è ostentazione del disinteresse dei suoi esponenti nel cambiarla, della poca attenzione che gli stessi volevano tributare al definirsi e studiarsi e soprattutto al farsi definire e studiare, il rifiuto non offeso bensì indifferente che volevano rivolgere al mondo intellettuale. In realtà questo rifiuto non è sempre così netto: lo stesso Williams è rappresentato satiricamente da Shag, artista e pittore statunitense, come un vecchio in sedia a rotelle che si distoglie dalla sua opera soltanto per lanciare un lungo sguardo alla Morte, temendo quindi che questa lo colga prima che abbia finito di dire ciò che ha da dire, prima che abbia completato l’eredità artistica che spera gli sopravviva.
Tradendo l’origine ribelle e bohemienne, la seconda generazione di artisti Lowbrow, guidata da Mark Ryden, si è accostata allo stile solo in seguito a una preparazione più tradizionale e scolastica, scoprendo dunque nella propria arte un anelito universalista sinora inedito: i temi dell’identità, del corpo, della spiritualità e dell’ambiente sono il fil rouge di una corrente che non è, però, disposta a rinunciare alla sua molteplicità. Uno degli esponenti di spicco di questa seconda ondata è Ray Caesar, la cui esperienza e il cui stile presentano alcuni dei tratti paradigmatici della Lowbrow Art: dopo aver lavorato per alcuni anni in un ospedale pediatrico di Toronto nel programma di arteterapia, inizia un eclettico percorso artistico in studi di architettura, televisivi e di progettazione di videogame. I suoi soggetti sono bambini dallo sguardo inquietante e inquisitorio, spesso deformi a metà tra l’iperrealismo e il soprannaturale, calati in contesti fiabeschi, fantascientifici o d’ispirazione rinascimentale dal taglio comunque satirico o sarcastico; le opere sono realizzate partendo da un modello tridimensionale che successivamente e morbosamente riempie di dettagli.


Tirando le somme, l’arte Lowbrow, come l’arte di ogni epoca, altro non è che il testamento della sensibilità del nostro tempo, saturo di immagini, contenuti e riferimenti. Nel rapportarsi ai grandi modelli del passato, gli artisti contemporanei non si sentono mai all’altezza, sentono l’ansia del confronto con titani il cui nome, però, è già glorificato dall’altare della storia. I termini del paragone sono ingiusti per definizione, quindi si finisce per negarli e rielaborarli in un amalgama colorata e patinata che non vuole prendersi sul serio, ma che non per questo non va presa sul serio dal suo pubblico. Gustav Klimt diceva che l’arte è una linea intorno ai pensieri, ma a ogni pensiero ne succede un altro e tutti si perdono nel tempo, cosicché alla fin fine solo quello rimane, la linea. É presto per dire se la Lowbrow Art sarà la linea intorno ai pensieri di questo nostro momento storico, ma non lo è per dire che sicuramente ne costituirà una parte. Tanto vale seguirne il corso.


