“(..) Tra valent’ huomini, che qui in Roma operarono, principalmente è stato Cornelio Cort Fiammingo, il quale nel tempo del Sommo Pontefice Gregiorio XIII Bolognese fiorì, e bellissime opere incise co’l suo bulino, come si sono vedute e veggonsi l’esquisite carte di lui andare in volta con bella maniera, e di buon gusto fatte all’Italiana, le quali l’opera e l’eccellenza de’ nostri grandemente imitano”.
Cornelis Cort viene descritto qui, per la prima volta in letteratura, dallo storico Giovanni Baglione, in un breve resoconto che tratta principalmente il soggiorno a Roma dell’artista olandese, ed elogia le sue spiccate abilità incisorie.
Chi era quest’abile personaggio di cui parla lo storiografo? In questo articolo riassumeremo l’importanza che un artista incisore come Cornelis Cort ebbe soprattutto nel panorama veneziano del secondo Cinquecento, come traduttore e interprete più di ogni altri del modus pittorico di Tiziano Vecellio. Dagli studi più recenti desumiamo informazioni ancora poco certe riguardo la data ed il luogo di nascita dell’incisore: probabilmente nato ad Hoorn, comune dell’Olanda Settentrionale, riceve un apprendistato da orefice e/o da incisore. Cort parte poi per Venezia, dove soggiornerà negli anni 1565-66, e poi dopo il 1571; nel mezzo il suo trasferimento a Roma. L’olandese non fu solo il più grande collaboratore di Tiziano, ma è conosciuto anche per essere l’incisore più copiato dopo Rembrant: si conoscono infatti più di 400 copie di Rembrandt eseguite a partire dalle stampe che Cort realizzò nel suo ultimo periodo di attività a Roma, ma questa sarà un’altra storia da raccontare!
Cornelis, quindi, arriva a Venezia come ospite di Tiziano stesso, e il connubio artistico tra i due si muove da subito sotto pratiche ufficiali: in seguito alle prime stampe prodotte dal Cort, Tiziano decise di richiedere il privilegio editoriale. Cosa vuol dire in poche parole? Che il Maestro non è solo l’ideatore dei soggetti rappresentati, e poi incisi dall’olandese, ma si dichiara apertamente anche il loro editore: è lui a riservarsi gli utili delle opere e a gestirne, in prima persona, o mediante agenti, la distribuzione dal punto di vista commerciale. Tiziano richiese il privilegio esclusivamente per le incisioni di Cornelis Cort, nonostante avesse collaborato e collaborerà nella sua vita con tantissimi altri incisori. Cornelis fu il più abile riproduttore delle opere del Vecellio: i suoi bulini non sono mai frutto di una derivazione meccanica e banale, o di una traduzione letterale delle opere tizianesche.
Molti elementi inducono a pensare che, pur in presenza dei dipinti, Cort lavorasse sulla base di disegni finiti, creati, ad hoc, da Tiziano stesso; purtroppo l’unico foglio giunto fisicamente fino a noi è quello di Ruggero e Angelica. La stampa connessa a questo foglio fa parte di quelle della cosiddetta ‘prima fase’ del soggiorno veneziano, negli anni 1565-66: è l’unico caso in cui abbiamo ben due riscontri grafici dell’incisone di Ruggero e Angelica , di cui però non ci è pervenuto alcun corrispondente pittorico. I disegni in questione, entrambi a penna, sono da identificarsi uno a Bayonne, ad oggi considerato autografo di Tiziano e uno a Chatsworth, ritenuto un’ottima variante di altra mano. Ambedue si discostano dall’incisione del Cort nel particolare dell’anfora dietro la testa di Angelica, ma anche nel paesaggio di fondo.


- Cornelis Cort, Ruggero e Angelica, da Tiziano, 1565, incisione, 305×405 mm; 2. Tiziano, Ruggero e Angelica, 1560c., Penna e inchiostro bruno, 266x400x50 mm, Musée Bonnat, Bayonne
Ad oggi si è concordi nel ritenere il disegno di Bayonne eseguito ai fini dell’incisione, creato appositamente come modello, anche se poi non venne utilizzato fisicamente per il trasferimento della composizione sulla lastra di rame: ciò è evidente dall’assenza di danni che un simile impiego avrebbe procurato al foglio. Dopo esser tornato a Roma e aver trascorso circa due anni a Firenze, tra il 1569 e ’ 71 Cornelis Cort si presta ancora alla traduzione di altri lavori del Vecellio e si reca nuovamente nella Serenissima dove incide: l‘Annunciazione, Tarquinio e Lucrezia, e Il Martirio di San Lorenzo.
L’Annunciazione, si mostra abbastanza fedele all’omologa pala d’altare, recando modifiche poco appariscenti ma di strategico valore, come la sostituzione della pianta nella caraffa di difficile lettura con un canonico giglio, simbolo di purezza. Il bulino di Tarquinio e Lucrezia riproduce in controparte il dipinto eseguito tra il 1568 e ’71, per Filippo II e ora a Cambridge: tra l’incisione e il dipinto esistono differenze solo di minor momento, quali nel vestito di Tarquinio, nell’acconciatura di Lucrezia e nella piattaforma rialzata sulla quale poggia il letto della donna, che nel dipinto sembra esser stata ritagliata. Questa è infatti una delle stampe che segue in maniera più fedele il modello, e che il Cort avrebbe potuto vedere nella bottega del Maestro durante il suo soggiorno a Venezia.
Il martirio di San Lorenzo è invece un foglio ancora oggi molto studiato e dibattuto: una delle ipotesi vuole che il Cort avrebbe iniziato a lavorare su quest’incisione già dal suo primo soggiorno veneziano, per poi concluderla quattro anni dopo, tramite una rielaborazione più o meno profonda, e giungere alla sua forma definitiva. Per quando riguarda la composizione, la stampa rimane sostanzialmente fedele al dipinto oggi nella chiesa dei Gesuiti a Venezia; a differenza del Maestro, il Cort innesta i personaggi in primo piano non in uno sfondo architettonico, ma bensì in uno scenario invaso da nuvole e fumo. Anche qui, l’olandese dimostra particolare attenzione nel sottolineare la paternità tizianesca del soggetto, mettendo ben in evidenza la scritta “ TITIANVS INVENT, AEQVES CAES”, che si legge in primo piano sulla graticola.


- Tiziano, Martirio di San Lorenzo, 1548-67, Chiesa di Santa Maria Assunta detta I Gesuiti, Venezia; 2. Cornelis Cort, Martirio di San Lorenzo, da Tiziano, 1571, incisione, 408×347 mm
Cornelis Cort è riuscito a creare dei bulini con un valore intrinseco, che va ricercato al di là dei confronti che, giustamente, si tendono a fare per motivi di studio ma anche di pura estetica, con le opere del Vecellio, e che sta nella loro cifra stilistica, nella maestria del rendere i dettagli, nel chiaroscuro che non fa pesare l’assenza del colore e nella forza che scaturiscono nell’osservatore quando ancora oggi si ha l’occasione di ammirarli da vicino.



