Acclamiamo la Leonessa Nera

Prosegue la nostra narrazione dei grandi personaggi femminili nel mondo dell’arte, oggi la nostra attenzione si concentrerà su un’artista emergente del panorama artistico internazionale: Zanele Muholi.

L’artista, che preferisce farsi definire ‘attivista visiva’ è uno dei fondatori del Forum for the Empowerment of Woman (organizzazione femminista per la tutela, l’educazione e l’azione delle donne lesbiche nere) e di Inkanyiso, una piattaforma dedicata all’attivismo queer e visivo. Per lungo tempo l’‘attivista visiva’ è rimasta totalmente ignota al grande pubblico Italiano, ma è uscita alla ribalta con la 58 biennale d’arte di Venezia curata da Ralph Rugoff, dove ha dimostrato di essere la vera grande protagonista indiscussa della biennale. Le sue fotografie sono graffianti, provocatorie e ammalianti, tanto che è del tutto impossibile distogliere lo sguardo da uno dei suoi autoritratti dalle serie “Somnyama Ngonyama, Hail the Dark Lioness (Acclamate la Leonessa Nera)”. In questa serie Muholi rivolge l’obiettivo verso di sé, ricorrendo alla stessa tecnica adoperata da Carrie Mae Weems oppure da Cindy Sherman, ma a differenza degli altri autoritratti, la sua arte esplora temi difficili come il razzismo, il eurocentrismo, il femminismo e le politiche sessuali. Il corpo dell’artista diventa teatro della segregazione razziale, infatti spesso nei suoi scatti la osserviamo incatenata al collo con delle corde (simbolo della schiavitù) oppure da dei tubi che richiamano alle aspirapolveri, per ricordare le usuali mansioni domestiche che venivano affidate alle donne di colore in Africa e in America. In maniera esplicita nell’opera “Sibusiso, Cagliari, Sardinia, Italy, 2015” è presente uno sgabello al di sopra della testa dell’artista, questo elemento, all’interno della composizione, vuole far riflettere in maniera esplicita su come la storia dei neri sia costantemente segnata dalla supremazia bianca, colore (il bianco) visibile in maniera implicita dalla corda fatta di paglia che apparentemente sembra stritolare e soffocare l’artista stessa.   

Zanele Muholi ha anticipato i tempi, da sempre si è schierata nei confronti delle minoranze, perché d’altronde lei stessa fa parte di tutte le minoranze possibili (donna, nera, africana, lesbica), e allo stesso tempo con il motto “Acclamate la Leonessa Nera” direttamente ha richiamato fin da fin da subito l’organizzazione rivoluzionaria afroamericana Black Panthers, attualmente confluita nel movimento su scala globale del Black lives matter. La sua arte è politicante schierata in quanto Muholi, davanti all’obiettivo, letteralmente si addossa tutte le ingiustizie subite dalla sua gente nel corso dei secoli, ma allo stesso tempo incarna uno spirito di rivoluzione, di denuncia e di propaganda. L’artista osserva direttamente negli occhi l’osservatore, che istantaneamente si percepisce come un’intruso indesiderato al cospetto di Muholi. Nelle suo opere avviene un rovesciato della medaglia, se abitualmente nel passato (ma anche ai tempi attuali) erano i bianchi-europei a raffigurare i neri, con i loro pregiudizi e il senso estremo di superiorità, ora diventa la stessa leonessa nera a incutere timore nello spettatore, è una donna lesbica nera a mostrarsi superiore e a comandare. Per questo Somnyama Ngonyama vuole essere un lavoro che stimoli le coscienze e il pensiero critico; si rivela utilissimo per noi bianchi occidentali, che, dall’alto di secoli di eurocentrismo, ancora pensiamo che la nostra civiltà abbia qualcosa da insegnare a tutte le altre.

Parktown, Johannesburg del 2016

Altra opera del 2016, a mio avviso indispensabile per conoscere l’artista, è “Parktown, Johannesburg”, nella quale l’artista rimanda alla tradizione pittorica europea della raffigurazione del corpo femminile, in particolare al ciclo delle “veneri ”. L’artista, nell’opera, si mostra sdraiata su un pavimento, avvolta soltanto da un panno leggero e dalla presenza ingombrante di palloncini di plastica. La posa dell’artista sul suolo, volutamente seducente, vuole richiamare l’opera di Giorgine “Venere dormiente”, ma allo stesso tempo se ne distacca marcatamente. Mentre la Venere di Giorgione dorme beatamente, serena e indisturbata, la Leonessa Nera come sempre ci osserva, ci scrutata come se fossimo dei nemici pronti a violarla o attraccarla. Il suo sguardo non è seducente né invogliante come quello della “Venere di Urbino” del Tiziano, al contrino ci sfida. Per certi versi la potenza del suo sguardo potrebbe ricordare l’ “Olympia” di Manet, ma non è così. La leonessa nera non vuole un corrispettivo di denaro per una prestazione sessuale, il suo tono di sfida ha lo scopo di indagare l’osservatore. Noi che la osserviamo siamo costretti a tenerle lo sguardo e ad ammirala nella sua nudità.

L’opera a mio avviso è disturbante, perché da un lato osserviamo il suo sguardo carico di tensione, ma dall’atro il nostro senso di angoscia viene amplificato dalla doppia presenza ingombrante dei palloncini e soprattutto dai giornali. I palloncini rimandano al modo in cui spesso le donne vengono viste dagli uomini, come delle bambole gonfiabili, capici di soddisfare solamente i bisogni sessuali e poco più.

Infine sono presenti i giornali, l’elemento più importante dell’opera, che però in un primo impatto non concentrano la nostra attenzione, ma al contrario emergono soltanto in un secondo momento. I giornali stanno ad indicare le modalità cui le donne vengono quotidianamente dipinte dalla stampa o dall’opinione pubblica. Spesso infatti l’attenzione dei giornalisti non si concentra tanto sulle qualità tecniche di una donna o sulle sue doti professionali, bensì spesso si fa ricondurre tutto all’aspetto estetico del suo fisico. Questo tema è più che mai vivo nella nostra società, perché fortemente radicato nel nostro contesto culturale, basti pensare che tutt’ora ad esempio con il festival di Sanremo (per citare un caso italiano) più che parlare di prestazioni canore delle cantanti, spesso si analizzano le loro trasformazioni fisiche (ad esempio loro fantastiche diete dimagranti), la bellezza dei corpi, la seduzione dei loro vestiti. Donne che tutt’ora vengono prevalentemente valutante per il loro aspetto, nonostante però non siano mai abbastanza magre o abbastanza formose a seconda di canoni estetici che ormai dovrebbero essere superati. La percezione della donna deve ancora progredite, perché ancora oggi persiste l’idea che una donna possa considerasi di pregio solo se ha “la capacità di stare vicino a un grande uomo, stando un passo indietro”, giusto per citare ancora i fatti di cronaca di Sanremo.

Tutto questo non si addice con la Leonessa Nera, che al contrario spezza la tradizione e si mostra in tutta la sua diversità e forza. La sua fotografia ha lo scopo di decolonizzazione l’immagine (principalmente data dei giornali e della televisione) e l’immaginario collettivo, storicamente controllato e indirizzato da una visione occidentale, bianca, maschile ed eterossesuale. La sua arte si instaura nella coscienza dell’osservatore, per porre degli interrogativi su questo sistema fortemente patriarcale, con la speranza della creazione di una società migliore.

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