Marzo è un mese che vede la donna come protagonista, nel quale vengono ricordati i traguardi raggiunti dai primi movimenti femministi. Sebbene le prime manifestazioni di rivendicazione dei diritti delle donne risalgano alla fine del ‘700, è solo nella seconda metà dell’800 che si formano le vere e proprie organizzazioni femministe, ricordate per la rivendicazione del diritto di voto. Le lotte e la genesi di questi movimenti riguarda paesi diversi che condividevano gli stessi obiettivi: la riconsiderazione del ruolo della donna nella società dal punto di vista giuridico, politico ed economico. Nei primi decenni del ‘900 in molti paesi le donne conquistarono il diritto di voto grazie alle numerose azioni delle suffragette; una lotta che coinvolse tutti i canali di comunicazione inclusa l’arte. L’arte è sempre stata un veicolo di propaganda e anche per le lotte femministe fu un veicolo fondamentale per la diffusione delle idee e degli obiettivi. Importante fu la campagna inglese e statunitense che produsse materiale propagandistico (poster, manifesti, francobolli) e vignette dal carattere politico. Negli Stati Uniti la propaganda femminista veicolava soprattutto tramite le vignette dei giornali, dal tono più politico e riflessivo, di cui ricordiamo le illustratrici Lou Rogers e Nina Allende.
Queste vignette oltre a seguire le vicende del suffragio universale, raffiguravano un nuovo tipo di donna: forte, attiva nella vita politica e un’amorevole madre, sdoganando i pregiudizi di una vita legata esclusivamente alla casa, oltre che a creare dell’attivista: moderna e fiera. Nel Regno Unito, a supporto delle organizzazioni femministe come National Union of Women’s Suffrage Societies (NUWSS) e il National League for Opposition to Women’s Suffrage (NLOWS), nacquero l’Artists Suffrage League (ASL), un collettivo d’arte, e il Suffrage Atelier (SA), un laboratorio\scuola d’arte nella quale venivano insegnate le tecniche di stampa, la cui produzione era impiegata nella propaganda dei movimenti.
A indagare le origini e lo sviluppo dei primi movimenti femministi britannici è l’artista contemporanea Olivia Plender. Nata nel 1977 a Londra, Plender incentra la sua produzione artistica sull’identità nazionale costruita attraverso una meticolosa ricerca storica, creando un parallelismo con i giorni presenti. Attraverso istallazioni, disegni e novels l’artista rende omaggio e da voce a movimenti e organizzazioni quasi dimenticati nell’oblio, come la rivista Urania, il Kibbo Kift Kindred realtà contemporanee e, più o meno, legate alle suffragette britanniche; realtà protagoniste delle recenti esposizioni dell’artista.
Urania (1910-1940) è una rivista che ha creato un’ampia community nella quale venivano raccontate le varie problematiche derivanti da situazioni\posizioni disagevoli come l’omosessualità e le condizioni della donna, non solo nel Regno Unito ma anche in diversi paesi come Egitto, India Giappone. In questa realtà utopica non esistevano generi, e venivano diffusi ideali di rispetto nei confronti dell’umanità in ogni sua forma: dal riconoscimento dell’omosessualità e dei diritti delle donne di tutto il globo. La rivista viene studiata attentamente e omaggiata dalla Plender nella personale Many Maids Makes Much Noise, tenutasi nel 2015 all’ar\ge Kunst di Bolzano.
Qualora il mondo veda la dolcezza e l’indipendenza combinati nello stesso individuo, tutto il riconoscimento di tale dualità dovrà essere abbandonato. Poiché essa comporta inevitabilmente il suggerimento di quelle distorsioni convenzionali del carattere che sono basate su di essa. Non esistono “uomini” o “donne” in Urania.
Urania
In questa mostra si nota la poliedricità dell’artista che fra performance, installazioni audio a corredo delle gigantografie della rivista, disegni delle protagoniste dei primi movimenti femministi, alterna la storia britannica con una riflessione di quello che è il tempo contemporaneo. Infatti, oltre a riabilitare la memoria di questi movimenti, Olivia Plender crea una connessione fra il passato e il presente utilizzando la filosofia femminista “personal is political“; in quest’ottica ogni vissuto personale è influenzato dalle strutture istituzionali. L’artista spiega che anche il nome della mostra, un esercizio vocale per il recupero della voce, parla del potere collettivo della voce. Ed è proprio sulla voce che i workshop e le performances di Olivia Plender si basano, dove si riflette sul potere e l’uso della voce e della differenza convenzionale che c’è fra i toni “maschili” e “femminili”.
Dall’inizio delle sue ricerche sulle suffragette, nel 2010, il tema storico dei primi movimenti femministi, diventa per la Plender un perno nella sua ricerca artistica. Dalla raffigurazione grafica delle protagoniste della prima ondata femminista, inizia a collaborare con un con altre artiste indagando la storia con il punto di vista di donne contemporanee, come in Hold Hold Fire (2019) in collaborazione con la scrittrice e regista Ed Webb-Ingall. La base storica rimane sempre solida, infatti anche l’ultima mostra Neither Strivers Nor Skivers, They Will Not Define Us (2020) è incentrata sulla sceneggiatura ‘Liberty or Death’ (1913) by Sylvia Pankhurst, sulle lotte delle suffragette. La Plender crea un parallelismo con i giorni nostri e trattando le sofferenze della donna del XXI secolo quali la violenza domestica, il sistema di welfare, la disparità nella retribuzione e il carcere.














