Tantissimo è stato scritto su Peggy Guggenheim, famosa collezionista e mecenate d’arte. Questa donna ha segnato la storia dell’arte per il suo spirito all’avanguardia, per la promozione dell’arte surrealista negli Stati Uniti, e, nota ai più, per aver contribuito a lanciare uno degli artisti più quotati del nostro tempo: Jackson Pollock.
In questo articolo vi racconteremo le tappe fondamentali della sua vita, con un focus su tutti quegli avvenimenti che precorsero il suo successo come collezionista e mecenate dei più importanti artisti del XX secolo. Peggy Guggenheim, infatti, riuscì a collezionare nel corso della sua vita opere che oggi valgono migliaia di dollari, ma che al tempo venivano vendute per poco denaro: basti pensare che il primo contratto che fece a Pollock fu di soli 150 dollari al mese, e per l’artista questo fu sufficiente a lasciare il suo lavoro stabile e dedicarsi interamente alla carriera nell’arte. Il tutto sembra quasi ironico, ma Peggy, riuscì davvero ad essere una visionaria e percorritrice del proprio tempo: riuscì infatti a scommettere su tutti quegli artisti, statunitensi e non, da Tanguy a Marx Ernst, da Leger a Mirò e Giacometti, che per la storia dell’arte di oggi sono icone del contemporaneo di metà Novecento. Tutto ciò fu possibile grazie alle amicizie di cui si circondò e che coltivò per tutta la vita: uno dei suoi maggiori consiglieri era Marcel Duchamp, e un’altra personalità al cui giudizio dava molto peso Piet Mondrian.

Ma chi era Peggy Guggenheim prima di essere la musa degli artisti surrealisti? Prima di aprire l’Art of This Century e poi trasferirsi a Venezia? Le origini di Peggy erano costituite da una tribù di abilissimi uomini d’affari ebrei, molto eccentrici e con il fiuto per gli affari, dote che sicuramente le trasmisero. Era nata a New York nel 1898; il padre morì nell’affondamento del Titanic nel 1909, e le lasciò un vuoto incolmabile: per tutta la vita ricercò, nelle sue innumerevoli e tormentose storie d’amore, la figura paterna. Dopo la morte del padre, dovette rimboccarsi le maniche perché la situazione della famiglia non era delle migliori economicamente parlando, e quindi la madre mise in vendita quadri, gioielli e pellicce. Anche se non furono mai davvero povere, da quel momento venne a Peggy il complesso di non essere una vera Guggenheim, sentendosi molto inferiore al resto della famiglia; questo desiderio di riscatto, di arrivare, di essere qualcuno nella vita, la accompagnò per sempre. Iniziò a lavorare come segretaria di uno studio dentistico, e questo la rese davvero, per la prima volta, emancipata rispetto alla sua condizione di nascita di ricca borghese, chiusa nel suo mondo e nelle sue abitudini.
A 23 anni si trasferì a Parigi con la famiglia, e in quel periodo lesse Berenson e la sua Critica all’Arte, iniziandosi ad appassionare alla materia. Parigi fu essenziale per l’inizio della sua carriera da collezionista e mecenate, ma Peggy ancora non lo sapeva: qui conobbe molti pittori surrealisti e dada. L’incontro con Marcel Duchamp, fu fondamentale, egli le fu sempre consigliere e grande amico. A Parigi si appassionò al surrealismo, tanto da farne uno vero e proprio stile di vita: non a caso, alla fine, scelse di trasferirsi a Venezia, la città surreale per eccellenza. Trasferitasi a Londra, nel 1938 inaugurò la sua prima galleria d’arte, Guggenheim jeune; a quell’epoca Peggy non riusciva a vendere nessuna delle opere, quindi iniziò ad acquistarne qualcuna per se, per non deludere gli artisti: era il vero inizio della sua collezione. Tantissime personalità accorsero all’inaugurazione della galleria, tra cui Samuel Beckett, all’ora compagno di Peggy, Vasilij Kandinskij e Yves Tanguy, che ospitò anche una retrospettiva. A Londra incontrò anche Marx Ernst, destinato a diventare, successivamente, suo marito, e Piet Mondrian, che godeva della stima di Peggy e fu un altro suo findato consigliere. Il periodo a Londra fu prolifico anche per gli acquisti: Peggy infatti comprò La nascita dei desideri liquidi di Salvator Dalì, ancora oggi esposto a Venezia, e alcune opere di Brancusi.

Il periodo della guerra fu molto difficile per lei, data la sua etnia: infatti dovette nascondere la collezione a Parigi, prima in un castello vicino Vichy dove viveva una sua amica, e successivamente al Museo di Grenoble, mentre si rifugiò nuovamente in America, dopo diverse peripezie, portando in salvo anche Marx Ernst e andando a vivere con lui nell’Est River, a New York. La loro casa divenne, all’inizio degli anni ’40, il vero e proprio quartier generale dei surrealisti europei, anch’essi trasferitisi in America; l’unico artista americano che a quei tempi faceva parte della collezione Guggenheim era Alexander Calder. Quando la sua collezione riuscì a tornare in territorio statunitense, avvenne l’inaugurazione di Art of This Century, la galleria di Peggy Guggenheim a New York, il 20 ottobre 1942: uno spazio che già di per se era un’opera surrealista, con pareti ricurve e quadri montati su mazze da baseball, che potevano essere inclinate a piacimento. L’inaugurazione della galleria cambiò l’arte americana, che si scontrò non solo con il pensiero surrealista, ma anche con la corrente astrattista e cubista europea, ben rappresentata nella galleria. Fu un avvenimento catalizzatore per gli artisti americani, che si sentirono sia ispirati sia ‘infastiditi’ da questi europei così eleganti appena arrivati, e che, per la maggior parte, parlavano unicamente in lingua francese; insomma, fece scattare qualcosa. Fu dopo che alcuni surrealisti come Ernst e Breton abbandonarono l’America, per tornare in Francia, che Peggy volle aprire i suoi orizzonti all’arte americana, scommettendo sul giovane Jackson Pollock.

Servirebbero davvero tantissime righe per analizzare il rapporto di mecenatismo che ci fu tra queste due personalità: il talento di Pollock fu subito intercettato sia da Duchamp che da Mondrian, (che definì Stenographic Figure di Pollock “il quadro più interessante che aveva visto in America”); entrambi spinsero Peggy Guggenheim a dargli una possibilità. Peggy presentò la mostra di Pollock l’8 novembre del 1943, definendola “un evento nella storia contemporanea dell’arte americana”. La mostra fu davvero un successo, complice anche il fatto che un grande artista come Mondrian, all’epoca settantenne, aveva dato il suo benestare a questo giovane americano dai modi molto esuberanti; Pollock venne definito dalla stampa come “il primo pittore americano originale”. Da quell’anno e fino al 1947, fece altre tre personali nell’Art of This Century; con Peggy Guggenheim che lasciò definitivamente New York per trasferirsi a Venezia nel 1947, la fortuna di Pollock continuò ad essere grande e la sua evoluzione come artista immensa. Purtroppo nel 1956, come è a tutti noto, egli morì in un incidente d’auto. La Guggenheim nel frattempo aveva trovato la sua base ideale in Laguna, che è quella che tutti noi ancora oggi abbiamo il privilegio di visitare, ovvero Palazzo Venier dei Leoni, nel Sestiere Dorsoduro di Venezia. Anche questa dimora divenne un polo per mostre e feste, a cui parteciparono i personaggi più illustri del tempo nel campo dell’arte e della scrittura. Peggy fece una mostra nel 1949, interamente dedicata alla scultura, dove espose artisti come Arp, Brancusi, Calder e Giacometti. A questa esposizione si aggiunse anche la statua di Marino Marini L’Angelo della Cittadella, una delle opere d’arte preferite dalla Guggenheim e che oggi possiamo ancora ammirare nella sua posizione originale. In generale, Peggy non era attratta dall’arte italiana del tempo, pensava non apportasse nulla di nuovo a quella già esistente; fece però delle eccezioni, come per Marini già citato e per altri artisti: Santomaso, Edmondo Bacci e Vedova. Questi furono da lei apprezzati e inseriti nella sua, ormai diventata inestimabile, collezione. A Venezia Peggy, più che essere mecenate come lo era stata negli anni passati, fu catalizzatrice per la nuova arte europea: La Biennale curata da Roberto Longhi nel 1948 decise infatti di esporre la sua collezione. Adesso erano gli artisti americani ad essere di ispirazione agli europei, che non avevano mai visto così tante opere di arte astratta, come quelle di Rothko, Pollock e Baziotes; il suo padiglione divenne uno dei più visitati della Biennale di quell’anno.


Peggy Guggenheim e Lionello Venturi fotografati alla Biennale del 1948; Peggy Guggenheim nel cortile che affaccia sul Canal Grande di Palazzo Venieri dei Leoni, con L’Angello della Cittadella di Marino Marini,
“Penso che questa sia l’epoca di collezionare, non di creare. Ho cercato almeno di conservare e preservare alle generazioni future alcune delle opere più importanti prodotte dai grandi artisti del nostro secolo”
La collezione che si era creata duramente e tra molto difficoltà divenne l’unico scopo della vita di Peggy Guggenheim, delusa dai suoi molti amori burrascosi, e da una famiglia che amava, ma per cui, come diceva lei stessa ‘non era portata’. Venezia, di cui era stata proclamata anche cittadina onoraria nel 1962, iniziò ad essere la città prescelta per il lascito del suo lungo lavoro: ella volle che la sua collezione diventasse un museo visibile per tutti. Già dal 1970, con la grandissima pubblicità che la stampa stava riservando all’arte moderna, Palazzo Venier dei Leoni divenne visitatissimo. Alla fine si decise che la collezione sarebbe rimasta a Venezia, nulla sarebbe stato spostato, il nome non cambiato, ma dell’amministrazione si sarebbe occupata alla Fondazione Solomon Guggenheim di New York.
Peggy Guggenheim è una figura che fa parte del nostro secolo in modo radicato: anche se la sua collezione è legata al nome della grande fondazione newyorkese, resterà per sempre ’la collezione di Peggy’. Questa grande mecenate ha realizzato una collezione unica al mondo, e ha fatto in modo che rimanesse nel suo palazzo, nella città che più di tutte aveva amato e capito come pochi: regalò a Venezia, luogo sinonimo di gloria passata, qualcosa che la collegasse idealmente al presente, e che testimoniasse per sempre la grandezza dell’arte contemporanea. Alla domanda “Cosa rappresenta l’arte per te?”, postagli dal suo amico e collaboratore Paolo Barozzi, rispose con un verso de La Tempesta di Shakespeare “stuff as dreams are made on”. E a questo sogno Peggy dedicò tutta la sua vita.