Regno di Svezia, 16 novembre 1632. Il re Gustavo II Adolfo cade in battaglia, a Lützen, nel bel mezzo della Guerra dei Trent’anni. Lascia la moglie, Maria Eleonora del Brandeburgo, e la figlia Cristina, che è costretta a salire al trono alla tenera età di sei anni, il 15 marzo 1633.
Nonostante fosse una femmina, il padre, che la amava moltissimo, aveva deciso per lei un’educazione completa, al pari di quella riservata ai maschi. Le vennero dunque impartite lezioni di religione, filosofia, lingue, greco, latino, storia, politica… Questo le permise di avere una raffinata cultura.
Durante il suo regno, la Svezia visse un periodo di grande prosperità culturale e Stoccolma ottenne il soprannome di “Atene del Nord”. Nella collezione della regina figuravano dipinti, sculture, manoscritti, libri, medaglie, monete… Insomma, tutte le raffinatezze che una corte europea del Seicento poteva offrire.
Nonostante queste ricchezze, il regno di Svezia era povero e indebolito dagli anni di guerre e governarlo aveva portato Cristina ad una crisi nervosa, che affliggeva anche la sua salute. Nel 1654 prese l’irrevocabile decisione di abdicare. Il regno passò al cugino Carlo Gustavo e, dopo la solenne cerimonia di abdicazione, Cristina iniziò il suo lungo viaggio diretta a Roma. Dopo un soggiorno nei Paesi Bassi, arrivò a Roma il 20 dicembre 1655 e fu accolta trionfalmente dal papa Alessandro VII. In suo onore venne restaurata la Porta del Popolo e apposta la scritta «Felici faustoque ingressui» (suo felice e fausto ingresso). Gian Lorenzo Bernini, inoltre, progettò la lettiga sulla quale la sovrana raggiunse il Vaticano.
Uno dei principali motivi che spinse Cristina a abdicare, fu la sua conversione al cattolicesimo, rimasta segreta per lungo tempo in quanto la Svezia era un paese protestante e temeva che, rivelando la sua conversione, non le venissero garantite le finanze necessarie per andarsene. Finalmente, il giorno di Natale del 1655 ricevette i sacramenti per mano del papa, nella Basilica di San Pietro.
A Roma, Cristina si insediò a palazzo Farnese, dove decise di aprire l’Accademia Reale, ospitando spettacoli di musica, danza, teatro e poesia. Nel 1659 si spostò a palazzo Riario alla Lungara, oggi conosciuto come Palazzo Corsini. Qui allestì la sua interessante collezione d’arte, aiutata dal fidato amico il cardinale Decio Azzolino. Nell’alcova del palazzo, Cristina morì il 19 aprile 1689 e venne sepolta nelle Grotte Vaticane.

Ci sarebbe molto altro da dire su questa raffinata sovrana, ma è tempo di dare un’occhiata alla sua collezione. Al suo arrivo a Roma ella portò con sè una parte delle collezioni svedesi, che nel 1648 si erano arricchite notevolmente a seguito del saccheggio di Praga. Tuttavia fu nell’Urbe che iniziò a incrementare i pezzi in suo possesso, aiutata anche da Decio Azzolino, che spesso anticipava alla sovrana i soldi per acquistare le opere.
Nel 1663 Cristina riuscì ad acquistare la predella e i latelari della pala Colonna di Raffaello. Gli inizi degli anni Sessanta furono quelli più proficui, nel registro delle spese figurano pagamenti a diversi collezionisti per oggetti antichi quali colonne, statue, vasi… E, ovviamente, vennero acquistati anche diversi dipinti.

Nel 1667 Cristina acquistò la collezione del senatore di Roma Carlo Imperiali e nel 1669 dieci quadri e la biblioteca del principe Giambattista Ludovisi.
Al piano terra del palazzo Riario si trovava la sala delle Muse, che venne adornata con otto sculture di Muse e un Apollo scolpito appositamente da Francesco Maria Nocchieri. Si narra che nelle giornate estive la regina amasse vestirsi come femminile controparte di Apollo, ricreando scene dell’antica Grecia.
Certamente tra gli artisti più apprezzati da Cristina c’era il Bernini, con il quale intessè una buona amicizia. Egli progettò per lei il grande specchio con la ricca cornice in stucco dorato raffigurante il Tempo (andato perduto), eseguito dal collaboratore Ercole Ferrata nel 1662, che era al servizio di Cristina anche come restauratore.

Il palazzo Riario divenne dunque un museo: al piano terra erano esposte le antichità, tra le quali c’erano la Cleopatra-Arianna giacente e la Cleopatra di Pietro Paolo Olivieri (scultura del 1574), una Dea Roma, il Satiro in riposo (copia da Prassitele), le Muse, due Leda col cigno, una Venere inginocchiata su una tartaruga, un busto di Antinoo, il Fauno col capretto e il gruppo dei Dioscuri.
Al primo piano si trovava la collezione di circa 300 quadri, tra i quali spiccavano i nomi di Raffaello, Correggio (la Danae ora in Galleria Borghese), Tiziano, Annibale Carracci, Rubens, Velazquez… La regina si era procurata esemplari di artisti molto diversi tra di loro.

Alla sua morte, la collezione venne messa in vendita ed ebbe la meglio il principe Livio Odescalchi, che la acquistò tutta nel 1692.
Il palazzo, invece, venne acquistato nel 1736 dal cardinale Neri Maria Corsini, che affidò a Ferdinando Fuga i lavori di ristrutturazione e ampliamento. Attualmente è sede della Galleria d’Arte Antica comprendente la collezione dei Corsini e dell’Accademia dei Lincei. Nei giardini si trova invece l‘Orto Botanico di Roma.