
Elisabetta II, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, 69 anni di regno lo scorso 6 febbraio e 95 di vita il 21 aprile, è senz’altro una delle icone di questo secolo e di quello passato. La sua storia, il suo ruolo nella Storia e la sua posizione sono intrecciate al punto con la sua personalità e il suo privato da risultare inscindibili: il suo è il volto del suo paese nel mondo, che questo la celebri o la rinneghi. Quanto della sua identità abbia definito quella del suo paese e quanto invece sia successo il contrario è oggetto d’indagine di più o meno accreditati film, serie televisive, libri. Tra i tanti modi in cui si può scegliere di raccontarla, l’arte non è forse il più incisivo, essendosi sempre scelto di rappresentarla – e avendo lei stessa sempre scelto di rappresentarsi – in modo superficiale, studiandone l’immagine più che l’animo. Nondimeno, però, il modo in cui si vuol apparire e quello in cui si appare restano parte, certamente, di chi si è, e magari, proprio in virtù delle limitate pretese, il rapporto della regina con l’arte ha saputo cogliere di lei e dell’istituzione che rappresenta qualcosa su cui vale la pena soffermarsi.
Non in quanto singolo individuo ma in quanto sovrana, la regina è la proprietaria della British Royal Collection, della quale – seppur di frequente vi si faccia riferimento come a una collezione privata – è custode in vece del suo popolo e dei suoi eredi. Fanno parte della raccolta 7000 dipinti, 500 000 stampe e oltre 30000 acquerelli testimoni del gusto dei regnanti degli ultimi 500 anni: un assortimento di opere e manufatti la cui precisa estensione rimane, in realtà, imprecisata, in cui ogni oggetto rappresenta, del suo genere, una delle istanze più raffinate; include molti dei più grandi artisti (Rembrandt, Da Vinci, Rubens, Canaletto, Caravaggio) e tutto ciò che si trova all’interno dei palazzi reali, distribuito fra varie sedi di cui la Queen’s Gallery a Buckingham Palace rappresenta soltanto la punta dell’iceberg.

Negli ultimi anni la collezione ha attirato su di sé non poche critiche: non c’è alcun registro che ne assicuri trasparenza di contenuti e gestione e i già scarsi prestiti fatti a musei e mostre (soltanto 20, sembrerebbe, per esempio, tra il 2004 e il 2005) prevedono criteri eccessivamente rigidi di conformità; molti, inoltre, tacciano Elisabetta II di disinteresse viste le poche aggiunte fatte alla collezione da quando è lei a sedere sul trono, tra le quali meritano una menzione nel 2012, in occasione del Giubileo di Diamante, le serigrafie del suo volto di Andy Warhol, Reigning Queens. L’indole della regina è probabilmente di natura pragmatica e pare, infatti, che la sua attenzione, più che alla cura e alla selezione dei pezzi, sia diretta all’organizzazione logistica e che le due cose riescano a coniugarsi soprattutto nella sua residenza privata dove l’arte incontra le sue note, grandi passioni, come i cavalli e la caccia nei quadri di George Stubbs.
Proprio per rafforzare nell’immaginario comune l’idea di una regina comunque umana, una regina che, pur non avendo mai voluto essere, in senso stretto, regina del popolo, non rimane indifferente ai piaceri più semplici e comuni della vita, spesso la sovrana ha scelto di farsi raffigurare, in ritratti e fotografie più informali, in compagnia dei suoi corgi, come nelle foto di Annie Leibovitz o nel quadro di Michael Leonard del 1984. Più frequenti, però, sono i ritratti istituzionali, cominciati prima ancora che fosse regina, nel 1933, con Philip Alexius de Laszlo, e protrattisi fino ai giorni nostri, l’ultimo – il primo a essere inaugurato virtualmente – nel 2020, opera di Miriam Escofet.



A essere rappresentata in questi quadri – in tutti, in fondo – è sempre la sovrana, non la donna: anche quando sceglie un approccio inedito, anche quando si fa rappresentare senza corona, Elisabetta rimane sempre il volto della monarchia, che si prende sul serio perché deve farlo, perché la sua è una posizione importante a cui lei e tutta la sua famiglia hanno dedicato la vita e che non può quindi in alcun modo sminuire. Uno dei più interessanti e riusciti, infatti, fra i ritratti recenti ha ben colto questo aspetto, consegnando allo spettatore l’immagine della regina con gli occhi chiusi, rilassata, a suo agio nei panni della regnante con tanto di capo coronato (vale la pena segnalare, poi, che l’artista, Chris Levine, ha avuto soltanto per caso l’intuizione degli occhi chiusi, vedendo la regina riposare durante le ore di posa per il ritratto).

Senz’altro degno di menzione è il ritratto commissionato a Lucian Freud, nipote del padre della psicoanalisi, la cui rappresentazione della regina ha diviso l’opinione pubblica, considerato poco lusinghiero dai più, ma apprezzato per il maggiore spessore artistico da parte della stampa.

Non tanto diversi, quindi, sono i ritratti che della sovrana fa il suo popolo da quelli che la stessa famiglia reale commissiona, in un certo senso: in primo piano c’è sempre la corona, l’icona. Del rapporto della nazione con Elisabetta II, però, sono forse una migliore cartina al tornasole le istanze artistiche più popolari in senso stretto, rimaste nella cultura e nella memoria; storici sono diventati, infatti, la provocatoria copertina del singolo dei Sex Pistols del 1977 – stesso anno del Giubileo d’argento – God Save the Queen e i graffiti di Banksy, sia quello in cui cinicamente una scimmia viene mostrata indossare la corona reale che quello in cui la regina indossa, invece, nostalgicamente l’iconico trucco di David Bowie. Come coi genitori, il rapporto del Regno Unito con la sua istituzione madre vive fasi di ribellione e fasi in cui, invece, della figura della regina viene sentito un affettuoso bisogno. Se si è inglesi, in fondo, parte della propria identità ed eredità culturale è proprio quella di suddito, pur in senso ormai molto lato, di Elisabetta II, regina del Regno Unito e dell’Irlanda del Nord.


