Perché si collezionano opere d’arte? Per spirito di possesso? Per l’ambizione di avere un lungo progetto in cui dedicarsi? Per avere un investimento a lungo termine? Ma soprattutto, cosa spinge i collezionisti italiani ad accumulare l’arte africana? Forse sarà lo spirito innato di ognuno di noi all’avventura? Ma soprattutto perché l’ossessione del collezionismo d’arte è una patologia squisitamente occidentale?
James Clifford, rinomato antropologo statunitense, ha affermato che il collezionismo europeo delle così dette “arti tribali” è da ricollegarsi all’insaziabile desiderio dell’occidente moderno di collezionare il mondo, di dominarlo a suo piacimento come avveniva nel passato. In particolare James Clifford riconduce la “bulimia collezionistica” europea al passato recente del colonialismo, tanto da esserne noi europei ancora tangibilmente condizionati. Non a caso spesso in Europa persiste nell’immaginario collettivo la percezione che l’Africa sia ancora un luogo inesplorato, carico di pericolo ma allo stesso tempo affascinate perché dominato dalla natura e da superstizioni millenari. La realtà dei fatti però è ben lontana dalla nostra immaginazione.
In generale possiamo affermare che le persone collezionano per 2 motivazioni di fondo: “un po’ per celia, e un po’ per non morire”. Si colleziona per esorcizzare la morte, infatti il collezionismo rimanda a concetti come la memoria ma sopratutto alla morte. La raccolta d’oggetti d’arte rappresenta un ricordo che il collezionista vuole lasciare di se ai suoi eredi, in questo modo la collezione diventa a tutti gli effetti un “autoritratto” della sua personalità, nondimeno la traccia indelebile del suo passaggio in questo mondo. Il collezionismo quindi non è altro che una metafora dell’esistenza umana, della strenua resistenza dell’uomo alla morte. La collezione infatti è destinata a non perire insieme al suo creatore, anzi ha la possibilità di arricchissi nel tempo o altrettanto potrebbe anch’essa malauguratamente soccombere. Sicuramente la collezione rappresenta un dono che il suo proprietario ha voluto concedere alla sua progenie o anche alla sua stessa comunità, un suo smembramento costituirebbe a tutti gli effetti un torto ai danni del defunto. Oltre che ad esorcizzare la morte, la collezione d’arte ha anche un’altra valenza simbolica: rimanda all’infanzia, a quando da piccoli si radunavano assieme tutti i giochi. D’altronde si sa che l’immaginazione si sviluppa in quegli anni per poi essere soppiantata dalla visione utilitaristica dell’era adulta. A tal proposito Walter Benjamin affermava che il sortilegio più profondo del collezionista consiste proprio nel sottrarre l’oggetto alla materia dell’utilità per ricondurlo in un “cerchio magico”, dove “la caccia al tesoro” (ovvero la volontà insaziabile di completare la collezione), resta sempre aperta perché non arriva mai a un punto di arrivo.
In fondo la collezione non è altro che una pratica amorosa del collezionista verso l’arte, o in generale verso il suo oggetto del desiderio. Ogni giorno la sua promessa d’amore si rinnova perché alimenta da un invaghimento continuo dettato da un senso di insazietà verso la sua collezione. In qualsiasi momento il collezionista si lascia attrarre della bellezza di nuove opere che ancora non gli appartengono. La ricerca del pezzo unico per la collezione richiama gli accaniti collezionisti al senso della conquista amorosa infatti prima avviene un’esplorazione, in seguito la scoperta, poi la decisone di assumersi dei rischi e infine l’agognata cattura dell’opera. Questo senso esotico della conquista, della cattura dell’opera è fortemente amplificato per i collezionisti di opere africane. Le collezioni specificamente di arte africana risvegliano ogni giorno il senso della meraviglia agli occhi del collezionista, l’Africa d’altronde offre ancora oggi il destro ai più svariati desideri dell’altrove, di un mondo esotico, raro e incontaminato.
La prima forma di collezionismo di arta Africana nell’era moderna la ritroviamo nelle Wunderkammer, ovvero le cosiddette “camere delle meraviglie” cinquecentesche, dove venivano esposte tutti gli oggetti che potevano animare nell’osservatore il senso della meraviglia, dello stupore, del desiderio, del raro ma anche dell’osceno e del mostruoso. Nei “gabinetti delle curiosità” gli elementi venivano classificati nei seguenti compartimenti: mirabilia, naturalia e artificialia, in quest’ultima era presente anche l’exotica vale a dire le bizzarrie trovate nel continente africano. In questo contesto cinquecentesco emerge già la concezione del meraviglioso e dello stupore dell’arte africana, visione ancora riscontrabile ai giorni nostri. Tutt’oggi il mercato dell’arte africana si rifà all’immaginario collettivo dell’esoticità, gli stessi collezionisti concentrano prevalentemente la loro attenzione su oggetti dalla forte carica magica, come le statuette votive e le maschere tribali. I collezionisti in oltre ricercano oggetti il più possibile autentici e rari, proprio per acquistare e possedere quest’aura di magia in maniera assoluta; per verificare che effettivamente le opere siano originali (e che quindi siano state impiegate concretamente nei riti votivi) si devono osservare le tracce dei passati proprietari, ad esempio nel caso delle maschere tribali è possibile verificare la presenza di solchi all’interno delle cavità. In questo mercato, il valore delle opere si incrementa al maggiore utilizzo pratico e sopratutto visibile che hanno avuto gli oggetti. I collezionisti quindi hanno il desiderio di acquistare i reperti di una realtà distante, che orami non esiste più.
Il collezionismo d’arte Africana in Italia costituisce prevalentemente un fenomeno di nicchia, legato a scelte prevalentemente individuali ed esistenziali, privo di ampia risonanza collettiva. Le motivazioni che portano alla marginalità, in termini però quantitativi e non qualitativi, delle collezioni italiane d’arte africana vanno ricondotte alla mancanza di rapporti storici solidi fra l’Italia e l’Africa subsahariana, unita a anche un’eredità coloniale di poco conto, che non ha segnato profondamente la storia italiana. Il colonialismo italiano in Africa ha avuto un carattere marginale e tardivo, ed è stato limitato a regioni in gran parte islamiche o cristiane (Libia, Eritrea, Somalia, Etiopa), in cui quel che convenzionalmente consideriamo “arte africana tribale” era del tutto assente. A questo si deve anche aggiungere il duplice veto nei confronti del “primitivo” posto sia dalla cultura classica sia dall’avanguardia futurista, che di fatto ha limitato ed ostacolato la ricezione delle arti africane nel nostro paese. Anche oggi in Italia mancano del tutto dei musei che sappiano coinvolgere il grande pubblico in questo genere artistico.
Nonostante queste avversità, il collezionismo, se pur limitato, di arte africana in Italia è presente, questo sicuramente si deve al senso di esterofilia verso la Francia, in cui è presente il maggior numero di opere africane sia in termini privati che pubblici. Le collezioni italiane quindi sono cresciute all’ombra di questi limiti storici, così che le opere di grande pregio sono passate pressoché inosservate fino ai tempi molto recenti. Vale infatti costatare che solo dal 2011, con la mostra “l’africa delle meraviglie” a palazzo ducale a Genova, si sono incominciate ad esporre nelle mostre opere africane di collezionisti italiani.
Oggigiorno continuiamo a meravigliarci di fronte alle opere africane, le quali ci sembrano tutt’ora così distanti dalla nostra cultura e realtà, ma in realtà dovrebbe maggiormente colpirci il fatto che ben il 90% delle opere africane risiedano in Europa e in nord America. Di questo 90% la maggior parte viene detenuta da collezionisti privati. Nasce spontaneo chiedersi: ma è davvero gusto che l’identità culturale di un intero continente risieda altrove? Questa discussione incide fortemente sull’identità africana, sul patrimonio artistico nei musei etnografici e antropologici di mezzo mondo, per lo più europei, ma allo stesso tempo solleva un’altra domanda che è innanzi tutto morale, etica, di principi, di diritti: gli Stati africani hanno diritto a riavere l’arte strappata alle loro terre con le armi o con la forza iniqua del colonialismo?Ancora oggi non abbiamo una soluzione a questo dilemma; sicuramente la recente affermazione di Macron, circa una restituzione totale da parte delle Francia di tutte le opere africane collocate nel suo territorio, causa non poche polemiche, vista anche la possibilità di restituire pure le opere di proprietà privata. In conclusione, dovremmo affermare che orami più che opere distanti dalla nostra quotidianità, sono opere presenti nel nostro stesso contesto e che l’insaziabile desiderio dell’occidente di colonizzare il mondo non si placcherà mai fin tanto che non si affronterà seriamente il problema della collocazione eticamente giusta delle opere africane.







