Il tema del Natale nell’arte contemporanea

Il soggetto della Natività diventa piuttosto raro nell’arte dopo il XVIII secolo, anche in considerazione del declino generale della pittura religiosa. Allo scadere del 1800, infatti, non troviamo molte rappresentazioni della nascita di Cristo, ma chi vi si dedica lo fa in modo diversificato e sorprendente. È il caso di due artisti che vissero e produssero arte negli stessi anni, ma con influenze e stili diametralmente opposti. Uno inglese e legato alla corrente preraffaellita e l’altro francese, che spazia oltre i connotati estetici del nostro continente. Stiamo parlando di Edward Burne-Jones e Paul Gauguin. Nelle due opere qui proposte non potremmo assistere ad un concetto di Natività così lontano l’uno dall’altro.

Edward Coley Burne-Jones, Natività, olio su tela, Carnegie Museum of Art, Pittsbirgh, 1888.


Sir Edward Coley Burne-Jones, è stato un artista e designer britannico, che ha lavorato e fondato con William Morris lo studio di arti decorative Morris, Marshall, Faulkner & Co (semplicemente conosciuto come Morris & Co). La Natività è uno di una coppia di dipinti monumentali commissionati all’artista dalla chiesa di San Giovanni Apostolo a Torquay, in Inghilterra, nel 1887. La neogotica chiesa era stata decorata nelle sue vetrate nel 1860, proprio dagli artisti della Morris & Co. Burne Jones raffigura Maria riprendendo le antiche iconografie che la ritraevano distesa su un letto, con accanto il bambino Gesù, mentre Giuseppe osserva di spalle e ai suoi piedi. A sinistra ci sono tre angeli recanti i simboli della passione, ovvero la corona di spine, un contenitore di mirra e un calice. Se da una parte Burne-Jones iconograficamente si rifà al passato ma con uno stile completamente proprio e in linea con l’estetica preraffaellita, lo stesso non si può dire di Gauguin.
Il pittore espressionista raffigura una sorta di realtà parallela, come se Cristo non fosse nato in una fredda grotta di Betlemme, ma nelle calde e paradisiache isole della Polinesia: in Te tamari no Atua, La nascita di Cristo, figlio di Dio del 1896, Paul Gauguin trasporta l’immaginario cattolico nel mondo polinesiano. Una Natività diversa da quella a cui siamo abituati dalla tradizione iconografica, prodotta negli stessi anni in cui Burne-Jones rappresentava in molto così classico, ed estetico la stessa scena. Quella di Gauguin appare più semplice e diretta, capace di far arrivare un messaggio puro.

Paul Gauguin, La nascita di Cristo, figlio di Dio (Te tamari no Atua), olio su tela, Neue Pinakothek, Monaco di Baviera, 1896


La protagonista è una donna tahitiana, coperta solo da un pareo, che dorme all’interno di una capanna. Al suo fianco due donne si stanno prendendo cura del Cristo-bambino appena nato. Sullo sfondo, in una mangiatoia, ci sono i classici simboli della Natività, due buoi e l’asinello; assente è, in questo caso, la figura di Giuseppe, ma non c’è da meravigliarsi, perché nelle opere d’arte di Gauguin le vere protagoniste, spesso, sono personaggi femminili, quindi questa “omissione” appare in linea con tutta la sua produzione. Se non fosse per le due aureole che cingono i capi della donna-Maria e del Bambino- Gesù il dipinto sembrerebbe raffigurare un’ordinaria scena di una nascita: in questo modo invece l’evento è continuamente in bilico tra il sacro e il quotidiano. Al contrario di quella dell’artista inglese, che ci porta in una dimensione onirica e di perfezione, dove tutto è irreale e sospeso, la Natività di Gauguin è profondamente umana e reale. Maria è una donna semplice che trasuda al contempo purezza e sacralità.


Esempi di come l’arte della stessa epoca può essere completamente differente, anche in un tema apparentemente canonico e fisso come quello della Natività. L’interpretazione di questa iconografia, se pur rara, la ritroviamo anche nelle avanguardie come nel futurismo, considerato all’opposto del sacro, come due mondi inconciliabili perché così diversi da sembrare inevitabilmente distanti. Eppure nella storia dell’arte è avvenuto un incontro, che possiamo definire ad “alta quota” ed assolutamente raro nel suo genere, che è sorprendentemente ignoto per i più, stiamo parlando della pittura di Dottori.
Gerardo Dottori (Perugia, 1884-1977) è stato il personaggio centrale della seconda stagione futurista a Roma, dove abitò dal 1926 al 1939, accanto a Filippo Tommaso Marinetti del quale è stato in quel periodo, di fatto, il portavoce. Il futurista perugino dalla metà degli anni Venti non era più soltanto il protagonista più accreditato dell’Aeropittura, ma anche dell’Arte Sacra Futurista. Dottori fu inoltre un acuto critico di “L’Impero”, di “Oggi e Domani” e di molti altri periodici dove spesso, oltre a seguire eventi e mostre in Italia, annunciava, appunto, le posizioni del Movimento marinettiano e lanciava campagne artistiche.
Il soggetto sacro per Dottori fu fondamentale durante tutta la sua carriera quasi quanto l’Aeropittura, di cui però è più celebre. Per Dottori, la pratica di tematiche a sfondo religioso è stata particolarmente importante, poiché lo condusse spontaneamente a dedicarsi alla traduzione futurista, dunque moderna, del sacro. Dottori costatò per primo la necessità di superare l’attardarsi del linguaggio sacro su stilemi ottocenteschi. Il Futurismo aveva l’obiettivo di rivolgersi a ogni forma di espressività, di “ricostruire l’universo” e per questo anche l’arte sacra doveva esser radicalmente rinnovata. Per questo nacque l’”Arte sacra futurista” grazie proprio all’intervento di Dottori, infatti nel Manifesto del 1931 dedicato appunto all’iconografia ecclesiastica, Marinetti e Fillia definirono Gerardo Dottori “il primo futurista che rinnovò con originale intensità l’arte sacra”. L’artista umbro rivoluzionò perciò con un linguaggio del tutto innovativo i temi della tradizione cristiana, intrecciandoli al divisionismo e all’aeropittura.

Questi aspetti di modernità si rintracciano nell’opera “la Natività” 1930 – presentata a Roma in occasione della I Mostra Internazionale d’Arte Sacra del 1930 – come è visibile la scomposizione dello spazio rimanda al lessico cubista, mentre i molteplici accenti dinamici sono intuizioni squisitamente futuriste. I personaggi, collocati all’interno di un’esile capanna, sono investiti da un cono di luce spiovente dall’alto, le cui diagonali si innestano nelle linee curve che, replicandosi, descrivono sinteticamente il paesaggio sullo sfondo, caratterizzato da morbide colline, stralci di città e uno specchio d’acqua. Un ulteriore dinamismo luminoso si espande dai cerchi concentrici delle aureole verso lo spazio del cielo, suddiviso in elastiche campiture colorate di varie gradazioni di blu. In questo suggestivo paesaggio notturno, che sembra rileggere Giotto e i “primitivi” alla luce della spiritualità novecentesca, confluiscono alcuni elementi caratteristici della pittura di Dottori, come la visione dall’alto, dettata dalle esperienze aereopittoriche, e il sentimento mistico e contemplativo, di memoria francescana, della Natura, in un incantato equilibrio fra tradizione e modernità.


Pur nel dispiegarsi caleidoscopico e multiforme delle sue tante sfumature, l’arte contemporanea sceglie un approccio al trascendente più genericamente spirituale che religioso in senso stretto. Le scene topiche della tradizione cristiana sono rielaborate in un’ottica dissacrante, calate in contesti nuovi per veicolare attraverso la loro immediata riconoscibilità messaggi attuali o anche solo diversi, spesso, paradossalmente, proprio per parlare della generale crisi di ideali dei nostri anni.
Non sfugge a questo schema il momento della natività: sacrificata all’altare del capitalismo nella rappresentazione che ne dà Edward Kienholz nel 1961, è stata invece ripresa con maggior risonanza e in più di un’occasione dal popolare street artist Banksy nell’affrontare la questione palestinese. Esponente del cosiddetto artivism, l’artista britannico unisce da sempre il lavoro artistico all’impegno politico: dopo aver inaugurato nel 2017 proprio a Betlemme il Walled Off Hotel di fronte alla barriera di separazione israeliana, con lo slogan “l’albergo col peggior panorama al mondo”, nel 2019 vi ha posto un’installazione che, col tramite della natività cristiana, vuol riconsegnare al pubblico un dramma profondamente attuale.

Scar of Bethlehem, 2019, Walled Off Hotel

Una ricostruzione in scala della sopracitata barriera – costruita in Cisgiordania da Israele per limitare il passaggio di attentatori palestinesi, ma vissuta dalla Palestina come confine di separazione razziale che limita l’accesso ai servizi ostacolando le possibilità di dialogo e pertanto condannata dalla Corte di Giustizia Internazionale dell’Aia – comprensiva di graffiti di libertà, pace e amore si staglia sullo sfondo dei personaggi chiave della nascita di Gesù. La stella cometa della tradizione viene sostituita da un foro di proiettile, cicatrice che deturpa il muro e dà il nome all’opera. Oltre al primo e più immediato impatto visivo, dunque, l’opera ha un secondo livello di lettura che va inquadrato all’interno del contesto globale in cui il suo autore l’ha inserita. Nella città in cui ha luogo la stessa scena rappresentata, in un albergo che, nei fatti, soltanto albergo non ha mai voluto essere, la nascita di Cristo assume significato soltanto alla luce di quello che è rimasto della sua terra; la sua raffigurazione non vuole più indagarne i protagonisti bensì sollecitare la coscienza e la responsabilità di chi, religiosamente o culturalmente, si sente ancora chiamato in causa dalla sua sola immagine, immagine che Banksy non aveva peraltro avuto paura di arrivare a eliminare in un provocatorio biglietto natalizio del 2017 in cui Maria e Giuseppe, sempre a causa della muraglia, non riescono ad arrivare a Betlemme. La Scar of Bethlehem, la Cicatrice di Betlemme, è il racconto di due terre e di due popoli la cui storia e vita sono e rimarranno irrimediabilmente segnate da questo muro, quale che sia la prospettiva politica da cui lo si guarda (questo nonostante quella dell’artista non sia certo ignota, essendosi più volte esposto a sostegno del popolo palestinese).
Lo scenario della natività ha, proprio in forza della sua lunga tradizione e rielaborazione, ancora molto da dire e non smetterà probabilmente mai di raccontarci qualcosa, qualcosa che riguarda noi, la nostra identità culturale e la nostra storia.

Sezione fine Ottocento a cura di Valentina Volpe

Sezione avanguardia a cura di Bianca Buccolini

Sezione artivism Francesco Triga

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