La Natività dalle origini a Caravaggio

Per celebrare il Natale vogliamo proporre un excursus tra le iconografie della Natività nel corso della storia dell’arte, partendo dalle prime raffigurazioni cristiane fino ai nostri giorni.

Negli anni dei primi cristiani la natività non aveva una raffigurazione ben definita: a differenza di altre iconografie, che hanno ereditato molto dalla scena classica, il Natale non ha schemi compositivi dai quali attingere. Dunque, una delle prime rappresentazioni di Natività, sebbene lontana dall’immaginario odierno, può essere ricondotta a una nicchia delle Catacombe di Priscilla a Roma, lungo la Via Salaria. Esse sono uno dei cimiteri sotterranei più importanti dell’Urbe, nonché uno dei più grandi con una lunghezza di ben 13 chilometri; devono il nome a una nobildonna che donò il terreno nel II secolo d.C.

Natività (Catacombe di Priscilla, Roma)

L’affresco rappresenta la Madonna con in braccio Gesù Bambino e accanto a lei un profeta, probabilmente Balaam, che indica una stella. Difatti, in un oracolo di Balaam si legge: “Io già lo vedo, ma non al presente, / io già lo contemplo, ma non da vicino: / un astro spunterà da Giacobbe, / uno scettro sorgerà da Israele. / Tale re schiaccerà le tempie di Moab / e il cranio di tutti i figli di Set.” (Numeri, 24, 17)

Una rappresentazione più vicina a quella canonica si trova nel Sarcofago di Adelfia, di età costantiniana (325 – 350 d.C.), chiamato così dal nome della defunta iscritto sopra il medaglione.

Sarcofago di Adelfia – particolare della Natività (Museo Paolo Orsi, Siracusa)

La decorazione della facciata principale del sarcofago è a tema cristiano e comprende sia l’Antico che il Nuovo Testamento, per esempio in un’unica scena troviamo sia i sacrifici di Caino e Abele che San Pietro con il gallo. Sul coperchio, a destra dell’iscrizione, troviamo la rappresentazione della Natività, divisa in tre registri: a sinistra i Re Magi seguono la cometa, al centro Gesù Bambino è posto in fasce nella mangiatoia con vicini il bue l’asinello, a destra vi è Maria con un pastore.

Il bue e l’asinello, che troviamo anche nel Sarcofago di Stilicone datato al IV secolo d.C., non sono presenti nei Vangeli canonici ma in quelli apocrifi come il Vangelo dello Pseudo-Matteo, “un bue e un asino lo adorarono“. Secondo i Padri della Chiesa come Sant’Ambrogio e Sant’Agostino il bue rappresenterebbe il popolo ebraico, mentre l’asino i pagani, i cui peccati verranno rimessi da Cristo al momento della sua Passione.

Sarcofago di Stilicone – Natività (Basilica di Sant’Ambrogio, Milano)

Le prime raffigurazioni della Natività cercano di ricollegarsi alla deposizione del Cristo subito dopo la Crocifissione e questo lo si nota dal fatto che Gesù Bambino è avvolto dalle bende come se fossero un sudario e la mangiatoia stessa assume la forma di una sarcofago. La valenza è squisitamente simbolica, quasi ciclica, perché se non ci fosse stata la Natività Cristo non sarebbe morto per liberare il popolo dai peccati: la Nascita che porta alla Passione e la Passione che porta alla Resurrezione, la rinascita.

Frammenti di Sarcofagi dei Magi (Musei Vaticani, Roma)

Una particolarità dell’arte paleocristiana è che la Natività originariamente non rappresentava la Sacra Famiglia insieme al bue e all’asino all’interno della grotta o della capanna ma il praesepium era per lo più l’Epifania, ossia i Re Magi che portano l’oro, l’incenso e la mirra al Bambino rappresentato sulle ginocchia di Maria.

Nel Medioevo, invece, l’iconografia della natività riprende molto dalla tradizione bizantina, sia da un punto di vista compositivo che dalle “fonti letterarie”.

La prima caratteristica delle natività medievali è che raramente si concentrano sulla singola scena della sacra famiglia nella stalla, ma spesso condensano vari attimi precedenti o successivi al momento della nascita di cristo: ad esempio l’annuncio ai pastori e la loro adorazione, la scena della levatrice dalla mano arsa, episodio tratto dal Protovangelium Iacobi (19,3-20,4) .

Bisanzio, Natività, X sec

 Ad esempio, in questa lastra di avorio del British Museum, proveniente da Bisanzio e datata al X secolo, vediamo come gli elementi descritti in precedenza occupano tutta la lastra. Al centro vi è la Vergine Maria stesa su un giaciglio accanto alla culla di Gesù bambino, riscaldato dal bue e dall’asino; in alto a sinistra vi sono angeli che assistono alla scena mentre il primo da l’annuncio ai pastori. In basso troviamo San Giuseppe in disparte e accanto la levatrice che lava il piccolo Gesù.

L’episodio a cui si accennava in precedenza, tratta dal protovangelo, narra di Salomè (poi raffigurata come una levatrice) che incredula della verginità di Maria va a visitarla dopo il parto, a causa della mancanza di fede la mano viene arsa per poi essere guarita dallo sguardo di Gesù bambino. Questo episodio, anche se non appartenente ai testi canonici, verrà spesso raffigurato nelle scene di natività, per poi sparire in epoca moderna.

Come si evince da queste opere, l’iconografia bizantina della natività non subisce un’evoluzione, se non da un punto di vista stilistico.

Torniamo in occidente, dove il culto mariano è molto diffuso così come le sue varie raffigurazioni. Specialmente dal XII secolo il culto della Vergine si rafforza, vedendo realizzati numerosi cicli pittorici e musivi con le storie della vergine. Esempio è la chiesa di Santa Maria in Trastevere dove sotto l’abside monumentale, che vede la Vergine in trono, sono raffigurate le scene salienti della vita della vergine: la sua nascita, l’annunciazione, la natività, l’adorazione dei magi, la presentazione al tempio e la dormitio di cui ne abbiamo parlato qui.

Siamo a Roma, nel 1290 ca., ma riconosciamo molti elementi già presenti nell’icone del VII secolo e della lastra arborea del X sec.: infatti vi è l’annuncio ai pastori, gli angeli che assistono al miracolo, San Giuseppe accovacciato e la Vergine al centro della rappresentazione, stesa su un giaciglio. La composizione è più chiara, meno densa di personaggi, ma non di aneddoti. Infatti sotto la Vergine troviamo una struttura con l’indicazione Taberna Meritoria, un vecchio ospizio per soldati, che si riferisce al miracolo connesso alla natività. Infatti, nel 38 a.C. dalla struttura cominciò a sgorgare un fiume d’olio che affluì al Tevere, questo miracolo venne letto come una previsione della nascita di Gesù.

Per quanto riguarda l’età moderna, l’iconografia della Natività acquisisce una forma più intima e famigliare, con protagonista la Vergine che adora il Bambino. Spesso troviamo scene di Adorazione dei pastori o dei Magi.

Tra le innumerevoli opere raffiguranti la Natività, ne abbiamo scelte due tra le più interessanti, sia per scelte stilistiche che per la storia che hanno dietro. Si tratta di due tele di Caravaggio: la Natività con i santi Francesco e Lorenzo (1600) e la Natività di Messina (1609).

La Natività di Palermo è stata a lungo ritenuta un’opera del 1609, quando Caravaggio risiedeva in Sicilia, solo recentemente è stata proposta la data del 1600. La grande pala era destinata alla Venerabile Compagnia di San Francesco detta dei Bardigli o delli Cordiggeri con sede nell’Oratorio di San Lorenzo e potrebbe essere identificabile con la commissione che Francesco Nuti affidò a Caravaggio nel 1600. Il pittore, dunque, avrebbe eseguito l’opera a Roma e l’avrebbe inviata a Palermo in quell’anno.

L’episodio scelto è una Adorazione dei Pastori con i santi Lorenzo, a sinistra, e Francesco d’Assisi a destra. Maria ha un aspetto dolce e giovane, san Giuseppe al contrario è un uomo anziano, come capiamo dal bianco dei suoi capelli messo in risalto dalla luce. In alto un angelo cala a benedire la scena, tenendo in mano il cartiglio “Gloria in eccelsis deo“. Il Bambino è posizionato in basso al centro e su di lui culminano tutti gli sguardi ad eccezione di quello di Giuseppe. Non si tratta di un Bambino santo, idealizzato, ma di un normalissimo neonato, inconsapevole del suo destino. A completare il Presepe ci sono il bue e l’asinello, nascosto nell’ombra.

Questa tela ebbe una sorte sfortunata: nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 venne rubata dall’Oratorio e da allora non è stata ritrovata, nonostante le costanti ricerche. Dietro al furto si cela la mafia siciliana, e nel corso degli anni alcuni pentiti hanno fornito informazioni circa la sua ubicazione, ma ogni pista si è rivelata inconcludente. Esiste, purtroppo, la possibilità che la tela sia andata distrutta e che dunque non potrà mai tornare nell’Oratorio.

Tuttavia, nel 2015 Sky ha commissionato alla società Factum Arte una riproduzione della tela, di altissima qualità e fedeltà all’originale. Il 12 dicembre la Natività venne posizionata sull’altare dell’Oratorio, con una solenne cerimonia alla quale partecipò il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Su Sky, il 27 gennaio 2016, andò in onda il documentario dedicato alla storia del dipinto: Operazione Caravaggio.

Non si tratta però dell’unica Natività di Caravaggio. Egli ne dipinse una anche per l’altare maggiore della Chiesa di Santa Maria della Concezione di Messina, nel 1609.

Questa volta Caravaggio sceglie uno spazio più ampio, mostrando la stalla nella quale si è rifugiata la Sacra Famiglia per accudire il neonato. Maria lo stringe affettuosamente a sé, mentre i pastori si protendono verso di lui per adorarlo. Il colore predominante è il marrone, insieme al rosso della veste della Vergine. La semplicità e la povertà della scena avrà grande fortuna nel Seicento, in pittori che seguendo l’esempio del Merisi scelgono di raffigurare il divino avvicinandosi all’umano.

Sezione arte paleocristiana a cura di Ambrogia Rita Cavagna

Sezione arte medievale a cura di Valentina Varvarà

Sezione arte moderna a cura di Giada Enni

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