Emilio Vedova: una vita per l’arte

Nell’articolo di oggi vogliamo presentarvi uno degli artisti più emblematici del Novecento, che con la sua arte e la sua personalità ha di certo lasciato un segno indelebile in Italia e nel mondo. Parlare in poche righe di tutta la produzione artistica di Emilio Vedova sarebbe troppo pretenzioso da parte nostra e pressoché impossibile: cercheremo di riassumere le parti più salienti della sua vita, le figure che lo hanno circondato, e raccontare da cosa deriva il suo modo di fare arte, il suo gesto così frenetico e al contempo così intimo. Per delineare questo tracciato una fonte essenziale è stata il film uscito lo scorso anno in occasione del centenario della nascita dell’artista: per questa occasione la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova ha presentato Emilio Vedova. Dalla parte del naufragio, un documentario di Tomaso Pessina. Il film vede l’appassionata partecipazione di Toni Servillo, che dà voce ai diari personali dell’artista; è acquistabile sulla piattaforma Wantedcinema, qui il link, ed è sicuramente consigliato.

Confronto tra la locandina del film Emilio Vedova. Dalla parte del naufragio e l’Autoritratto di Jacopo Tintoretto del 1588; il pittore fu un grande punto di riferimento per Vedova

Il documentario è stato proiettato in prima assoluta in occasione della 76. Mostra del cinema di Venezia, nella sezione Notti Veneziane delle Giornate degli Autori. Ed è proprio a Venezia che nasce Vedova, nel 1919. Già osservando i suoi primi disegni da ragazzo cogliamo i segni che poi svilupperà nella sua arte: il coagularsi delle macchie, i nervi tesi che si esprimono con gesti decisi. I genitori però non lo assecondarono nella sua grande passione, e lo misero a lavorare in una fabbrica di decorazioni a smalto (il padre era un decoratore), all’età di 11 anni. Durante la scuola serale per decoratori l’estro di Vedova prevaricava le visioni geometriche e il rigore imposti dalle regole canoniche: le sue erano linee che non rispettavano alcuna precisione. Egli stesso, nei suoi diari personali, definisce “un disastro” questa esperienza. Cresciuto, tra il 1944 e il 1945 partecipò alla Resistenza e ne usci in malo modo, depresso, soprattutto moralmente. Il suo modo di concepire la pittura cambiò radicalmente: la pittura figurativa, dopo la guerra, non poteva essere una pittura pacifista, ma doveva parlare, doveva urlare un messaggio, una sensazione; Vedova fu inghiottito da questo sentimento.

Emilio Vedova, Autoritratto, olio su tela, 1938-39; Emilio Vedova, Schizzi (architettura veneziana, San Salvatore), 1938-39; Emilio Vedova, Il Cantiere, olio su tela, 1946.

A Venezia molti artisti si radunarono intorno al ristorante All’Angelo, facendolo diventale un luogo abituale di riunioni proficue: qui nel 1946 nasce il Fronte nuovo delle arti, con il manifesto firmato il 10 ottobre, che si concretizzò artisticamente nella sala della 24. Biennale di Venezia del 1948. Ciò segnava l’inaugurazione di una nuova stagione per l’arte italiana, la pittura della resistenza, la fine delle pratiche novecentiste. Vedova, fin dagli anni ’40, aveva iniziato ad esporre in mostre personali e collettive ottenendo presto fama internazionale che si concretizzò nel 1947 All’Angelo, quando incontrò Peggy Guggenheim, interessata ad investire nei giovani artisti italiani; Emilio Vedova e la Guggenheim erano due forze che si sostenevano e si comprendevano durante il periodo delle avanguardie, lei fu sempre una sua costante sostenitrice.

Emilio Vedova, Combattimento, olio su tela, 1948 (esposto alla 24. Biennale d’arte); Foto che ritrae Giuseppe Marchiori, Giovanni Comisso, Peggy Guggenheim, Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso sullo scalone del Comune di Venezia il giorno in cui viene conferita a Peggy la cittadinanza onoraria di Venezia, 5 febbraio 1962.

Nel 1948, alla Biennale, la produzione a colori di Vedova raggiunge il suo apice, e, nel contempo, inizia un periodo in cui si fa vivo l’interesseper l’arte informale. Non dobbiamo dimenticare che negli stessi anni si stava sviluppando anche la corrente del neorealismo, il cui rapporto con gli artisti astratti fu molto conflittuale: questi venivano visti in malo modo dagli esponenti norealisti e dall’opinione pubblica. Si consumò inoltre una rottura del Fronte nuovo delle arti, che ha sempre visto però Vedova continuare imperterrito con le sue premesse di una pittura astratta: per lui l’astrattismo non era un’evasione dalla realtà, ma esprimere sentimenti dell’attuale in un suo linguaggio contemporaneo. Importantissima nella sua crescita professionale e personale fu Annabianca, che diventa sua moglie nel 1951. Fu fondamentale nel consigliarlo, e determinante nella sua crescita culturale in senso lato: leggevano e studiavano assieme nonché viaggiarono molto, anche negli Stati Uniti, e ciò permise all’artista di allargare i suoi orizzonti. Annabianca fu una donna che dedicò la sua intera vita a questo artista, con amore e grande comprensione della sua personalità e della sua natura; andarono a vivere nella casa di Arturo Martini, sulle fondamenta delle Zattere a Venezia, e non la lasciarono fino alla morte.

Emilio e Annabianca Vedova nello studio del pittore a Venezia, 1971.

Se non si conosce Venezia, neanche un po’, infatti, allora non si può capire Emilio Vedova. Nei suoi quadri si percepisce anche l’umidità dell’aria della laguna; egli è un pittore estremamente veneziano, è stato influenzato dall’architettura di questa città, come quella del Longhena, ma anche da pittori come Tiziano, Tiepolo, ma soprattutto Tintoretto.

Il Tintoretto fu una grande ispirazione per Vedova: egli lo definiva un fulmine, un pittore terremotato. In un certo senso, vedere le opere di Vedova, è come vedere che le opere del Tintoretto arrivano ad una sorta di compimento nell’età contemporanea: questa, per noi, è la vera essenza dell’arte, quando la pittura moderna continua a battere nel cuore dei pittori contemporanei, che la guardano e la reinterpretano. Il Tintoretto aveva esplorato gli spazi, le luci, le quinte, e Vedova si inoltra in una rivisitazione di tutti questi schemi. La forza della pennellata, la velocità nel dipingere sono esigenze comuni a entrambi, ed entrambi per questo rompono con lo stile dell’accademia più canonico.

Jacopo Robusti detto Tintoretto, Crocifissione, olio su tela, 1564-65, Scuola Grande di San Rocco, Venezia; Emilio Vedova, Crocifissione contemporanea, olio su tela, 1953, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Il gesto istintivo di Emilio Vedova, peculiarità della sua produzione artistica, è al contempo fisico ma responsabile, mai casuale. Soffermandoci sui quadri di questo straordinario artista notiamo come siano frutto di una specie di combattimento: l’opera di Vedova vive grazie ad un rapporto fisico e intimo con la tela, un lavoro libero, ma strutturato e organizzato nello stesso tempo. Germano Celant lo definiva così:

Vedova è un artista non concettuale, ma organico perché si buttava nella tela, si buttava in un vuoto bianco. Comunicava attraverso la materia del colore. Aveva bisogno di possedere la materia

Vedova lavorava non per un compiacimento estetico, ma per un impegno umano, sociale e politico, in cui si faceva carico del contrasto delle situazioni della sua attualità: lui stesso definiva le sue opere dei “territori di inchiesta”.  “Sono qui per dire dell’uomo. Della lacerazione dell’uomo”, sono le sue parole, riportate nei filmati d’epoca che potete vedere nel documentario sopracitato. Ad un certo punto non gli inizia a bastare neanche una semplice tela quadrata, standard, perché ha dei confini spaziali troppo rigidi. Il messaggio dell’arte doveva uscire dallo spazio: perché, infondo, la tela doveva essere solo quadrata? Doveva andare oltre, oltre le linee convenzionali; da questa sigenza nascono le esperienze dei Plurimi, e dei Tondi, per tornare alle tele di grande formato negli anni ’80, fino alle opere dell’ultimo periodo.

Emilio Vedova, Tondi, dalla mostra “Vedova in tondo”, Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, Venezia, 2014; Emilio Vedova, Plurimo 1962/63, n.7 ‘Opposti’, tecnica mista su legno, 1962-63, Museo del Novecento, Milano.

Nel 1997 vince il Leone d’oro alla carriera nella 54. Biennale di Venezia, uno dei più alti riconoscimenti per un artista, che fino al 2006 ha arricchito il mondo con la sua arte e la sua personalità. Emilio Vedova diede una scossa nel panorama italiano degli anni ’50, con un visionario e nuovo approccio all’arte: fu il grande maestro dell’Arte Informale in Italia, ed il suo lascito si può ammirare oggi nella Fondazione che porta il suo nome e quello della sua amata Annabianca a Venezia, che consigliamo di visitare appena riapriranno i musei del nostro paese.

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