Il digitale sta diventando sempre di più il nuovo spazio d’azione della cultura. In questo periodo, in cui tutti i luoghi della socialità e dell’intrattenimento sono stati costretti a chiudere, internet ha dimostrato di essere l’unica soluzione possibile per sentire il distanziamento prettamente nella sfera fisica e non in quella sociale ed emotiva. Il covid senza dubbio ha devastato e continuerà a mettere a dura prova il sistema culturale, ma d’altronde allo stesso tempo, nelle difficoltà, ha spinto il settore dell’arte, spesso barricato nella sua comfort zone tradizionale, a uscire fuori dai suoi schemi desueti e a confrontarsi con le nuove tecnologie. Il pubblico ha lanciato una sfida, ha richiesto ai musei, ai teatri e ai tanti altri luoghi di intrattenimento di ripensare la propria identità, attraverso l’abbandono della concezione prettamente fisica dei luoghi della cultura, verso una visione di un organismo sempre attivo e a disposizione del pubblico anche quando la visita fisica non è possibile. Da marzo allora tutti i più grandi musei ma anche le piccole realtà locali hanno tentato di dare al pubblico la stessa offerta educativa di prima ma in formato digitale, anzi hanno arricchito i loro siti web con approfondimenti ma soprattuto con eventi che prima non si erano mai visti, questo perché le conferenze dal vivo richiedevano un dispendio di tempo e di denaro che spesso non ci si poteva permettere. I musei in assoluto sono state le istituzioni che hanno reagito al meglio nel nuovo contesto che si era creato, per non parlare dei teatri come la Scala o il Bolshoi che per la prima volta hanno reso disponibile, in maniera del tutto eccezionale, le registrazioni di molti dei loro spettacoli più celebri.
Da questo contesto di partenza allora bisogna chiedersi, ma allora le esposizioni come hanno reagito in questo contesto? Al contrario dei musei, per le mostre è stato molto più difficile offrire una visita interamente online perché per la maggior parte queste sono gestite da privati o da aziende esterne alla pubblica amministrazione. Per questo motivo molte mostre semplicemente hanno visto scadere il loro periodo di esposizione oppure sono state prorogate dopo la quarantena forzata, senza offrire del materiale online. Ora che siamo di nuovo a un blocco tra regioni e di conseguenza a una chiusura di mostre e musei, si rivive l’impossibilità di ammirare tutte le esposizioni del nostro territorio a eccezione della mostra “TRASMISSIONE”, la quale è stata interamente pensata dagli studenti del corso Arts Museology and Curatorship (AMaC) per il digitale.
Sorge spontaneo chiedersi ma le mostre online hanno davvero lo stesso peso di quelle vissute dal vivo? Per sincerità io non mi sono mai dichiarata una grande amante dei tour virtuali dei musei, inizialmente ero piuttosto scettica riguardo questo progetto pensato interamente online, però TRASMISSIONE è assolutamente un’eccezione alla regola. A mio avviso il digitale non potrà mai sostituire la visita in presenza, si può sicuramente rivelare un abile alleato, un supporto nella ricerca e nel sostegno delle attività culturali ma decisamente non un sostituto se non nei casi di estrema emergenza come quelli che stiamo vivendo. Trasmissione è una fantastica sorpresa perché al contrario di altri eventi che si sono trasformati dal vivo al digitale per via del covid, è nata e si è sviluppata con la consapevolezza che si sarebbe tenuta solo ed esclusivamente online e secondo me questo è il punto di forza dell’intera mostra. Inizialmente la mostra nell’avvio del 2020, prima dell’emergenza sanitaria, era stata pensata come un’esposizione canonica ovvero fisica, ma con il sopraggiungere degli eventi contrari immediatamente si è chiesto agli artisti non di riadattare le opere al contesto digitale, ma alla luce di questa situazione, di creare un’opera nuova sul tema della trasmissione e delle nuove generazioni (che in futuro dovranno riportare e quindi trasmettere quanto hanno in questi anni burrascosi o per richiamare la scorsa biennale d’arte a Venezia “questi anni interessanti che stiamo vivendo”). Gli artisti hanno accolto la sfida e in particolare si sono concentrati sul significato della “trasmissione” con il pubblico, un rapporto spezzato ma ricreato in un nuovo contesto mai esplorato prima, ottenendo un dialogo inedito e assolutamente interessante.
La scelta del titolo della mostra, Trasmissione, deriva da una riflessione fatta sulla situazione che stiamo vivendo in questo momento. Sempre di più siamo appunto connessi con ogni singola parte del mondo, è necessario interfacciassi non solo con la nostra realtà locale che ci circonda ma anche quella internazionale. D’altronde come viene riportato nella prefazione della mostra: “La condivisione è un’attitudine naturale per l’essere umano e un obiettivo da sempre insito in tutte le società: raccontare la memoria di ciò che è stato per educare il prossimo è la prima azione conscia che l’uomo compie per la sua sopravvivenza, è la base per scrivere la storia e consolidare le convenzioni ed i legami sociali. Ciò che muta nel tempo sono la modalità e i mezzi tramite cui questa memoria viene trasmessa. Dal consolidarsi della globalizzazione prima e della digitalizzazione poi, siamo i protagonisti di una nuova forma di trasmissione senza averla ancora del tutto compresa nel suo funzionamento e utilizzo, senza averne colto del tutto le potenzialità e anche i suoi pericoli.”
Le opere presenti in mostra sono 10 e sono visitabili sul sito http://www.mostratrasmissione.it/artworks.html. A mio avviso tutti gli artisti hanno saputo interpretare al meglio il tema, sicuramente alcuni destano maggior attenzione tra queste le opere che ho apprezzato maggiormente per ordine di gradimento sono: Archivio del Contemporaneo di Francesco De Conno, The Amazing Journey of Cassandra Mandela di Caps Lack, Dreamsaver di Davide Allocca. Archivio del contemporaneo stupisce per il suo estremo realismo, sulla nostra non libertà quando apriamo i siti web dove (come con l’opera) veniamo letteralmente bombardati dagli annunci tra i più disparati e strampalati, in questa situazione l’unico atto di liberazione possibile è la rinuncia stessa alla ricerca e quindi al distacco da internet. The Amazing Journey of Cassandra Mandela invece indaga il nostro rapporto con i social e di come esso sia cambiato con il tempo, l’opera si compone delle foto dell’artista in chiave divertente ma ci fa riflette sul fatto che prima il gesto di pubblicare una foto creasse quasi imbarazzo mentre ora è diventato la nostra quotidianità. Dreamsaver possiamo definirla un’opera collettiva dove delle persone del tutto casuali raccontano dei loro sogni e questi vengono classificati in base a un tema specifico come il desiderio, l’eros, il sacro; questi sogni in fondo dimostrano come siamo tutti simili nella nostra semplicità; l’aspetto più interessante dell’opera è che i racconti possono essere ascoltati su Spotify.



