Chiusura dei luoghi della cultura, le due facce della medaglia

Oggi stiamo vivendo in un deja-vu, la situazione odierna ha l’odore di un nuovo lock down: chiusure anticipate di ristoranti e bar, pub che si reinventano in nuovi orari e la domanda che dobbiamo porci in questa situazione di emergenza sanitaria, in cui ci chiedono di uscire soltanto per motivi di vera necessità (ad oggi con il nuovo dpcm un obbligo per alcuni e ancora un caldo suggerimento per altri) è: ma se mi inviti ad uscire di casa solo per questioni urgenti, allora perché mi lasci aperti i musei? Anticipato da Dario Franceschini in un modo apparentemente freddo e distaccato a Fabio Fazio a Che tempo che fa i musei e le mostre seguono i teatri e i cinema, e resteranno chiusi per tutta la durata del nuovo decreto. La decisione, non ancora ufficializzata, ci fa ritornare in mente la situazione vissuta nei primi mesi di pandemia da marzo a maggio.

Come ogni situazione ci sono due lati della medaglia, da un lato il grande calo economico subito dall’intera industria dell’arte (operatori, strutture private, fiere, gallerie); dall’altra parte questa situazione ha fatto ripensare a un nuovo modo di approcciarsi con il pubblico e rivedere il ruolo del museo, non più solo meta turistica ma istituzione legata al territorio con un ruolo sociale. Dal punto di vista personale, in prima persona ci siamo rese conto di quanto l’arte serva allo spirito, soprattutto nei momenti di difficoltà; sembra banale dirlo, ma nel primo lock down la cosa che più ci è mancata è stata farci una passeggiata in solitaria nei nostri musei preferiti. Leggendo testimonianze di musei abbiamo capito di non essere le uniche, infatti durante la riapertura estiva, molti sono stati gli italiani che hanno frequentato i luoghi della cultura, cambiando il target che prima vedeva la maggior parte dei visitatori come turisti. La mancanza di cultura ha portato alla riscoperta del nostro patrimonio e delle nostre radici, costatando che questi non sono luoghi di diletto e intrattenimento, ma sono posti edificanti.

Il primo effetto del coronavirus e della conseguente chiusura delle attività è stata la notevole accelerazione dei processi di digitalizzazione: ad esempio i “virtual tour” museali oppure l’apertura di piattaforme sui canali “social” su Instagram o tiktok.

Si tratta di una tendenza che, pur essendo già iniziata in modo assai rilevante negli ultimi anni, con la pandemia ha subito una notevolissima accelerazione con risultati estremamente positivi, dimostrati dal notevole incremento dei visitatori giovani nel periodo estivo.

Lo sviluppo dei contenuti digitali in tutte le loro molteplici forme, oltre a dimostrare come questa soluzione può rappresentare la strada maestra intorno a cui rivedere in futuro molti aspetti della conservazione e della fruizione del patrimonio culturale, costituisce un esempio virtuoso di come si possa cercare di trasformare un periodo di grave crisi in un’occasione di crescita.

Complessivamente, il processo di digitalizzazione del patrimonio culturale e dei servizi erogati presenta ancora ampi margini di miglioramento nel nostro Paese. In base ai dati rilevati dal censimento Istat del 2018 solo l’11,5% dei musei e degli istituti similari statali ha effettuato la catalogazione digitale del proprio patrimonio. Di questi, solo il 20,8% ha completato il processo di digitalizzazione, il 43,4% ha riversato in digitale circa la metà delle opere mentre il 35,8% ha digitalizzato meno della metà delle proprie collezioni.

Degli esempi positivi che vi invitiamo a seguire sono:

  • il museo del novecento a Milano
  • Il museo gam, galleria d’arte moderna di Milano
  • Il museo MAXXI di Roma
  • La TATE di Londra

La nota positiva, oltre all’implemento della digitalizzazione che ha sbancato la paura del diritto d’immagine, è il clima di solidarietà che si è creato attorno ai luoghi della cultura, sia dai fruitori che dagli operatori del settore, soprattutto privati che hanno fatto partire piattaforme, consorzi (come Italics) ed eventi in cooperazione.

La faccia negativa della medaglia è il collasso di un settore utile alla società, che aldilà dei suoi contenuti nasconde un mondo di operatori che di arte ci vivono. Crolla (metaforicamente ma non così tanto) anche l’ultima parte del settore culturale al quale era rimasto ancora po’ di respiro, se pur con aperture ridotte al minimo ( solo i weekend) per alcuni importanti enti, personale in cassa integrazione e nuove assunzioni bloccate a tempi da definire ( si pensi solo alle borse indotte dalla fondazione Musei civici di Venezia per assumere giovani storici dell’arte, conservatori ed archivisti, bloccate da marzo 2020 e mai riprese). Sicuramente, ed è inutile anche scriverlo, tutta la situazione metterà a dura prova budget, personale e programmazione, in un anno complicato che aveva già costretto il settore a rimettersi in discussione. Con la seria e plausibile ipotesi che tutto questo impatterà anche sul 2021. I danni sono già tangibili, infatti il primo lock down ha riportato delle conseguenze molto serie e preoccupanti. Secondo un rapporto dell’ICOM del mese di maggio, a livello mondiale tutti i musei hanno dovuto ridurre (o comunque modificare) le loro attività e di questi circa un decimo potrebbe essere costretto a chiudere in via definitiva.

In Italia si stima che nel periodo marzo-maggio 2020 vi siano stati, nei soli musei statali, un mancato afflusso di 19 milioni di visitatori e una perdita di circa 78 milioni di euro.

In Italia al momento si è garantito che non vi saranno riduzioni di personale nel settore museale ma questo non si può dire altrettanto degli USA, dove le più grandi istituzioni come il Metropolitan, Boston il Museum of Fine Arts e Philadelphia Museum of Arts hanno già annunciato pesanti manovre di licenziamento e prepensionamento. Le motivazioni di queste azioni sono ben chiare, negli Stati Uniti i fondi museali si basano prettamente sulle donazioni dei privati più che su quelle statali e in questo periodo le donazioni sono ricadute più su organizzazioni sanitarie che invece culturali.

In Italia, dopo questa seconda ondata, sicuramente i musei statali riapriranno ma le istituzioni private o le gallerie (come in America) vivono nella totale incertezza. Nonostante i ricchi collezionisti abbiano continuato ad acquistare, per le gallerie si è perso un terzo del fatturato da un’analisi sui primi sei mesi dell’anno di Clare McAndrew per Art Basel e Ubs.

Secondo quanto risulta, nel primo semestre le vendite delle gallerie si sono ridotte di più di un terzo rispetto allo stesso periodo del 2019: in media le vendite sono scese del 36%. Ciò ha causato la chiusura di alcuni spazi o il licenziamento di personale. I costi del personale, infatti, rappresentano una delle più significative voci di costo per le gallerie (in media il 26% nel 2019). Un terzo delle gallerie, quindi, ha ridotto il personale: in media sono stati licenziati quattro collaboratori, di cui la metà erano lavoratori a tempo pieno. Secondo le previsioni, potrebbero esserci altre chiusure entro la fine dell’anno, con effetti negativi su tutta l’economia dell’arte e conseguenze anche per gli artisti, che si trovano senza rappresentanza e senza spazi espositivi.

A rigor di logica se il tutto è focalizzato a ridurre la circolazione delle persone, allora è “giusto” che luoghi come musei cinema e teatro rimangano chiusi. Virgolettando la parola giusto, dato che, parlando francamente, abbiamo visto più persone sovraccaricare i mezzi pubblici per raggiungere i propri uffici che in coda per musei, teatri e cinema. Quindi è giusto se questo si traduce nell’effettiva chiusura di tutte quelle attività che comportano riunioni sociali. Quindi “ben venga” un sacrificio di un mese, o almeno questo è quello previsto, per poi ripartire ma con fondi e incentivi statali ben precisi e mirati anche alle nuove assunzioni (i giovani professionisti del settore sono quella categoria che più ci ha rimesso lavorativamente parlando) e perché no richiudere a ondate programmate fino a che non si troverà un vaccino per il COVID. Sperando che la cultura riesca a rialzarsi con gli aiuti dello stato che merita e sperando che aspiranti professionisti del settore come noi trovino il loro spazio anche dopo tutto questo.

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