Le ceramiche architettoniche dei campanili romani

In occasione della settima giornata di studi dedicata a Graziella Berti, che si è tenuta il 29 ottobre 2020, pubblichiamo un articolo sulle ceramiche architettoniche romane.

Passeggiando per la città notiamo i campanili delle chiese, caratterizzati dalla loro altezza e dal rigore prospettico, ma l’occhio spesso non coglie la decorazione. Se aguzziamo bene la vista, si può notare come nella muratura sono inseriti materiali differenti dai marmi policromi di varia forma (croci, dischi e blocchi) alle ceramiche di vario colore e di varia provenienza.

Questo tipo di decorazione è diffusa in Italia, soprattutto nelle città costiere, fra l’XI e il XV secolo. In questo articolo ci limiteremo a mostrare il panorama delle ceramiche romane superstiti, dette bacini.

Fra l’XI e il XIII secolo a Roma vengono edificati molti campanili e alcuni sono decorati con scodelle e piatti in ceramica, provenienti dall’Italia meridionale e da paesi esotici come Spagna e Maghreb, segno di una ripresa di commercio nel Mar Mediterraneo. In questo periodo le ceramiche importate erano di fattura più pregiata rispetto alle produzioni locali, che ancora non usavano rivestimento vetroso. Le ceramiche Arabe, nel basso medioevo, erano realizzate con tecniche “all’avanguardia” come il lustro metallico e coperture in smalto e sostanze vetrose.

Per questo motivo i campanili e le strutture edificate nel XII secolo presentano ceramiche importate inserite nella muratura. Questi fittili non avevano forme speciali, ma sono del semplice vasellame da mensa, ovvero ceramiche usate anche nel quotidiano.

Nel corso dei secoli troviamo inseriti negli edifici ceramiche provenienti da diverse aree: XIII secolo comparsa delle ceramiche pugliesi, sempre vasellame da mensa.

Nel XIV secolo diventa numeroso il numero delle ceramiche dalla Spagna, che con la sua produzione del lustro metallico ha conquistato il gusto italiano. Inoltre compaiono anche produzioni più vicine all’area romana, come le ceramiche di Orvieto ancora visibili nella vecchia facciata dell’Ospedale di San Giovanni.

Una svolta significativa è rappresentata dal campanile di Santa Maria Maggiore, ornato da 134 ceramiche uguali, di cui ne rimangono 64, create appositamente per la decorazione del suddetto campanile, a cui si aggiungono dei lustri metallici spagnoli. Da questo momento le ceramiche cominciano ad avere un legame più stretto con l’edificio e non costituiscono più un semplice ornamento di riuso.

Bacino con stemma Barbo

Esempi romani in questa direzione sono il campanile del Belvedere di San Marco a Palazzo Venezia, dove le ceramiche che adornano il campanile portano lo stemma della famiglia del committente, il cardinale Barbo.


L’ultimo campanile che sappiamo essere decorato a bacini ceramici è il campanile di Sant’Agnese fuori le mura, dove su ogni piatto è dipinta una l’epitaffio di Sant’Agata, intensificando il rapporto fra decorazione ed edificio.

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Lo studio incrociato di scavi archeologici e delle ceramiche architettoniche ha restituito coerenza con i flussi commerciali e con le produzioni ceramiche:

  • . XII secolo: produzioni islamiche e siciliane
  • . XIII secolo: produzioni dell’Italia meridionale
  • . XIV secolo: produzioni orvetiane e spagnole
  • . XV secolo: produzioni locali e toscane

A partire dagli anni ’70 le varie ceramiche architettoniche sono state studiate, in alcuni casi sono state staccate restaurate e sostituite con copie, per evitare la deteriorazione di questi manufatti. Di queste ceramiche studiate solo quelle del campanile di Ss. Giovanni e Paolo sono state musealizzate, nella sede di Case Romane al Celio, le altre sono andate incontro all’incuria e nella maggior parte dei casi risultano disperse, come ad esempio le ceramiche dei campanili di Sant’Eustachio e San Bartolomeo all’Isola. Molte sono note solo da fotografie, mentre nei casi di Santa Maria della Luce, Santa Prassede, Santa Maria Maggiore, San Lorenzo fuori le mura, Santa Francesca Romana e l’ospedale di San Giovanni le ceramiche originali rimangono nella cortina muraria degli edifici, esposte agli occhi dei curiosi ma anche agli agenti atmosferici.

Come ha anche suggerito il prof.ssor Benente dell’Università di Genova, bisognerebbe riflettere molto sulla problematica della conservazione di questi manufatti, testimoni di commerci e di una società ormai scomparsa.

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