Shepard Fairey: 3 decades of dissent

L’autunno romano è dedicato alla street art. Dopo l’inizio della preannunciata mostra su Banksy al Chiostro del Bramante, la Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale ha inaugurato una esposizione su Obey, curata dall’artista in persona insieme a Claudio Crescentini, Federica Pirani e Wunderkammern Gallery.

Shepard Fairey: 3 decades of dissent non è l’unico modo di ammirare i lavori di Obey in Italia: al Palazzo Ducale di Genova è iniziata il 4 luglio Obey fidelity. The art of Shepard Fairey. Decisamente un anno felice per chi è appassionato di street art o desidera conoscere due dei nomi più noti nel campo.

La mostra romana ha un grande pregio: le didascalie delle opere sono state scritte da Obey stesso, che spiega la genesi e il significato di ognuna di esse. Insieme alle serigrafie, sono presenti alcune riproduzioni in bianco e nero di alcuni dei suoi murales, ricordando che la sua attività è iniziata e continua nelle strade.

Un ulteriore punto di forza della Galleria d’Arte Moderna è l’aver messo a confronto le serigrafie con i dipinti che fanno parte della collezione permanente, spesso con risvolti interessanti e sempre coerenti.

Nella prima sala ci addentriamo nella storia di Obey, che nel 1989 mentre era ancora uno studente creò lo sticker di Andre the Giant che lo fece passare alla storia. Il successo lo portò a sperimentare sul tema, fino a creare Andre Hendrix, serigrafia nella quale l’immagine del famoso wrestler è mischiata con quella psichedelica di Jimi Hendrix.

Nel 1995 Fairey si allontanò dall’immagine di Giant, anche per paura di eventuali risvolti legali, e creò un volto più ambiguo e meno specifico, arrivando in questo modo a OBEY, parola che si riferisce al film di John Carpenter Essi vivono (1988). L’inserimento di questo volto stilizzato dentro una stella, divenne una vera e propria firma per Fairey.

Nella seconda sala, viene affrontato il tema della critica politica. Le serigrafie dedicate ad Angela Davis e Jesse Jackson Sr. della serie Brown Power sono di grande attualità.

Obey hammer e Obey Fist sono esposti ai lati dell’opera Compagni, compagni di Mario Schifano, nella quale sono delineate tre figure di uomini con in mano una falce e un martello.

La mostra prosegue al secondo piano, dove nel corridoio troviamo uno dei simboli dell’arte di Obey: la rosa. In Rose shackle una rosa si erge con intorno il filo spinato e una grossa catena, mentre da una spina scende una goccia di sangue. Il messaggio che l’artista vuole comunicare è potente: la rosa rappresenta la società che persevera di fronte alle avversità e si eleva, rise above.

Nella sezione viene affrontato anche il soggetto femminile, rappresentato da Commanda, dove il soggetto è la moglie di Fairey, Amanda, e Mujer fatale, rappresentante una donna misteriosa, con il volto parzialmente coperto dal velo. A confrontarsi con queste due opere ci sono Donna alla toletta di Antonio Donghi e Violette di Enrico Lionne.

Accanto, War by numbers illustra una tenera bambina che tiene in mano una bomba, dalla quale esce una rosa. Sopra, volano degli aerei minacciosi. L’innocenza infantile si scontra con gli orrori della guerra, rischiando di rimanerne vittima. Ma il messaggio dell’artista potrebbe essere anche quello di speranza: la bambina potrebbe spezzare il ciclo della violenza con un atto di pace. Vicino alla bambina, ne troviamo un’altra, Bimba con i fiori di Bruno Saetti, che con un gesto pensieroso si morde le dita della mano destra, mentre l’altra sorregge un mazzo di fiori.

Il tema della guerra continua con Proud Parents, in cui una coppia di genitori modello tiene in braccio una bomba come se fosse il loro bambino. La stampa venne creata durante il secondo mandato della presidenza di George W. Bush e mette in discussione i valori nazionali, criticando fortemente la politica bellicosa americana.

D’altronde, la posizione anti-guerra di Obey è chiara nella stampa Make art not war, realizzata nello stile dell’Art Nouveau, in riferimento all’influenza che questo stile ebbe nella cultura hippie degli anni sessanta. Accanto alla stampa si trova un dipinto di Eurolo Eroli, Santa Cecilia, del 1890-1900, dunque in pieno periodo dell’Art Nouveau.

Una sezione della mostra è dedicata ai dollari con raffigurati i leader politici: Lenin, Nixon e Mao campeggiano al centro delle banconote. Come scritto nel pannello esplicativo, il conio di una nuova moneta con il ritratto del leader è uno degli atti caratteristici di un regime totalitario. A completare le banconote, c’è la frese In lesser gods we trust, chiaramente riferita alla dicitura In God we trust presente sui dollari statunitensi.

Il terzo piano della mostra continua con il tema della guerra, accostando la stampa Guns and roses con La resa delle armi di Giuseppe Salvatori (1996) e la fotografia Claudio Abate di Pino Pascali (1965). L’opera di Feirey prende ispirazione da una frase di Mao del 1927, “il potere politico nasce dalla canna di un fucile”, che aveva lo scopo di invitare i cittadini alla rivoluzione. Tuttavia, l’intento dell’artista ora è mandare un messaggio pacifista, mettendo delle rose nelle canne dei fucili, come erano soliti fare i manifestanti americani al tempo della guerra in Vietnam.

Nell’ultima sala troviamo uno degli ultimi lavori di Obey, Earth Crisis, stampa realizzata nel 2014 per sostenere l’impegno del Natural Resources Defense Councile nei confronti di una legislazione a difesa dell’ambiente. Il colore azzurro, infatti, sottolinea l’importanza di avere acqua e aria pulite. Nel 2015 la stampa divenne un’installazione e a Parigi tra il secondo e il terzo piano della torre Eiffel venne posizionata una sfera sospesa, in omaggio alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici.

Fa parte dello stesso progetto anche A delicate balance, al cui interno ci sono quattro scudi che rappresentano minacce alla natura e motivi per rispettarla. Il ricavato delle vendite di questa opera è stato devoluto alla Sweet Stuff Foundarion, associazione che assiste le famiglie delle vittime dell’attacco terroristico al Bataclan.

Tutti i proventi per queste due opere andranno all’organizzazione non-profit 350.org che si occupa di clima globale.

La stampa Obey Lotus Ornament si distacca da tutte le altre, in quanto è assente qualsiasi messaggio di critica politica o sociale. L’artista sceglie il fiore di loto, simbolo di purezza e speranza, circondato da una falce di luna ornata di stelle, in riferimento alla Vergine di Guadalupe. L’immagine raffigura “bellezza e determinazione che affiorano dal caos” e ci ricorda che, nonostante le avversità, da ogni situazione possono sempre emergere speranza e umanità.

La mostra si conclude con Defend dignity, opera che fa parte della serie We the People, commissionata ad Obey nel 2017 per celebrare la diversità etnica, culturale e religiosa, in contrasto con la politica del neo presidente eletto Trump. In questa stampa, la donna sorride amara, consapevole della realtà che la circonda, rappresentata dai titoli dei giornali che parlano di immigrazione. “I know! Outsource all the jobs… but blame immigrants!”, “Defend Dignity” e “The American Dream Border closeout” spiccano tra i ritagli di giornali che circondano la donna.

In conclusione, la mostra vale decisamente la pena, sia per conoscere uno degli artisti più importanti del nostro tempo, sia per riflettere su tematiche politiche e sociali talvolta scomode. A corredo delle numerose opere, ci sono video e oggetti come libri e bombolette usate dall’artista.

Info utili:

Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale, via Francesco Crispi 24.

Dal 17 settembre al 22 novembre 2020
Da martedì a domenica ore 10.00-18.30
La biglietteria chiude mezz’ora prima
Chiuso lunedì

Tariffe: 

Ingresso ordinario
Intero € 7,50
Ridotto € 6,50
Per i cittadini residenti nel territorio di Roma Capitale (mediante esibizione di valido documento che attesti la residenza): 
Intero € 6,50
Ridotto € 5,50

Gratuito con la MIC.

Se non avete avuto la possibilità di visitare questa bella mostra, potete acquistare il catalogo edito da Silvana Editore:

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