Mostra “Letizia Battaglia, storie di strada” alla Mole Vanvitelliana di Ancona

Le due parole che compongono il suo nome (Letizia = gioia e Battaglia = conflitto) sono la sintesi perfetta dell’approccio dell’artista alla realtà, della sua capacita di partecipare alle vicende del mondo e della sua relazione con gli altri esseri umani. Battaglia è un’artista che non ha mai ricercato la “bella immagine” fine a se stessa, bensì ogni suo scatto è pervaso da un irrinunciabile rispetto della realtà, da una presenza impregnate di contenuti sociali profondi.  La stessa Battaglia ha più volte affermato: “il mio mestiere è quello di documentare; poi, se ci scappa anche la bella foto sono solo che contenta”. Come il contrasto del suo nome, nei suoi scatti ritroviamo contemporaneamente la violenza delle stragi mafiose e la dolcezza dei bambini palermitani. Le sue foto sono sempre caratterizzate da un taglio fotografico prettamente giornalistico che mostra la realtà in tutta la sua asperità. Il sottotitolo della mostra è “storie di strada”perché Battaglia è nata come fotoreporter e proprio per riuscire a comprendere la realtà è necessario immergersi, immischiarsi tra le persone, entrare nelle case popolari, chiedere ma soprattuto osservare.

Come afferma Francesca Alfano Miglietti curatrice della mostra:  “Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre del percorso di Letizia Battaglia, sono le ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”.

Nata a Palermo nel 1935, Letizia Battaglia è la prima donna-fotografo a lavorare per un giornale italiano, in oltre l’artista è nota non solo in Italia, ma anche all’estero: nel 2017 il New York Times l’ha infatti citata come una delle undici donne straordinarie dell’anno. Battaglia ha raccontato da insider tutta Palermo, per non parlare del contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina. È riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia.

Nel corso della sua vita Letizia Battaglia ha raccontato anche i volti dei poveri e le rivolte delle piazze, tenendo sempre la città come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà, oltre che del suo paesaggio urbano.  L’artista ‘tratta’ il suo lavoro come un manifesto, esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera, poetica e colta, rivoluzionando così il ruolo della fotografia di cronaca. Impara la tecnica direttamente ‘in strada’, e le sue immagini si distinguono da subito per il tentativo di catturare una potente emozione e quasi sempre un sentimento di ‘pietas’. Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il più recente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival. Il film Shooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica e la propria movimentata vita è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La mostra si compone di 300 fotografie, molte delle quali inedite, queste attraversano l’intera vita professionale della fotografa siciliana. La mostra si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche che spaziano anche in base ai soggetti ritratti come le donne di famiglia, gli uomini al lavoro, i bambini poveri per strada, i politici, le vittime della mafia, la passione degli innamorati. I soggetti, scelti non casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le ideologie e convinzioni dell’artista in merito alla società (che ritiene debba essere più inclusiva), all’impegno politico, alle realtà marginate, alla violenza provocate della guerre di potere, all’emancipazione della donna. La fotografia di Battaglia si pone uno scopo giornalistico, documentaristico, la fotocamera è strettamente legata alle tematiche sociali; il suo stile personale è un approccio diretto e senza compromessi, uno sguardo acuto che ha saputo identificare i lati peculiari dell’universo umano.

La mostra inizia con una sezione dedicata all’aspetto festoso dell’artista, la volontà di immergersi nella realtà quotidiana la spinse a partecipare a cerimonie di battesimo, matrimoni, dove si poteva incontrare il lato più giocoso delle persone. Come la stessa Battaglia afferma la realtà quotidiana è spesso pervasa da eventi negativi imprevedibili, allora basta veramente poco per essere felici in un attimo che sembra eterno, attraverso una festa in piazza, un gelato, una gita, un ballo sotto le stelle e soprattuto un bacio carico di passione. La felicità viene espressa in tutte le sue forme, alcuni festeggiano, chi nello sfarzo, chi avvolto nel calore umano e chi nella semplicità più assoluta. Questi sono gli scatti che in assoluto mi hanno colpito di più perché da osservatori è impossibile non immedesimarsi nei soggetti ritratti, la loro felicità è talmente potente e persuasiva che il visitatore non può far altro che sorridere.

Successivamente la mostra si concentra sul ruolo delle donne nella fotografia di Battaglia, da sempre uno dei suoi temi centrali, in particolare l’artista, durante tutta la sua carriera, ha messo in luce come la figura femminile sia il perno della società e allo stesso tempo in maniera indissolubile la sua emancipazione sia fondamentale per la comunità. Per questo motivo nella sue foto si ritrovano più spesso le donne rispetto agli uomini, come essa stessa ha affermato: “non fotografo quasi mai gli uomini (non mi vengono bene), fotografo le donne, questo sì, anche perché in loro ritrovo me stessa, in ogni caso, in genere fotografo persone”. Sempre a proposito di questo argomento ritroviamo i nudi femminili, che oggi più che mai, sono frutto della mercificazione del corpo femminile. Secondo l’artista i fotografi attualmente cercano di far rientrare la bellezza all’interno di certi canoni, ma questi non ne amplificano la bellezza al contrario la banalizzano mortalmente. “Noi siamo terra, siamo vita. E dunque le banalizzazioni, ovvero il fianco messo in un certo modo, la schiena e gli occhi sexy, li detesto! Il mio nudo è semplice e sto provando a raccontare la bellezza della semplicità delle donne.”

La mostra continua con una retrospettiva sui bambini, uno dei suoi soggetti prediletti insieme alle donne non a caso la Battaglia fotografa quasi esclusivamente le bambine. In particolare l’artista più volte ha affermato di ricercare bambine di 10 anni, che le ricordassero fisicamente se stessa, per questo motivo le bambine esposte alla mostra presentano dei tratti simili sono particolarmente magre, con i capelli lisci, con un po’ di occhiaie ma soprattuto con uno sguardo intenso, carico di sofferenza, di voglia di libertà, di desiderio di vivere in un futuro prossimo una vita migliore.

“I morti di mafia? L’odore del sangue non mi ha più abbandonato” si apre con questa frase l’ultima sezione della mostra, dedicata alla fotografia documentaristica che ha reso la Battaglia famosa nel mondo. Questa sezione non è facile da osservare e lascia particolarmente inquieti i visitatori, le foto non fanno sconti e tutte le stragi per mafia sono riportate nella loro esatta violenza. La Battaglia è sempre stata presente per prima a ogni avvenimento con la sua Leica impugnata come un’arma dall’obiettivo inesorabile, (ed esattamente come con i bambini) in queste foto lo spettatore si sofferma sempre sui volti, ma anche sui sentimenti espressi dalle persone ritratte, le reazioni, gli scenari più macabri. L’aspetto stilistico che colpisce è che i suoi soggetti sono ritratti tra le strade granitiche della città da un obbiettivo che non invade il loro spazio ma che si avvicina il giusto, come se la fotografa stesse cercando di non spaventarli per non perdere la loro autenticità. Lo sguardo della Battaglia non giudica e non critica, non infierisce perché non è crudele né cerca di abbellire le cose: la realtà è quel che è. Questo stile artistico però non pregiudica una composizione comunque elegante e attenta sintomo di una grande sensibilità e di vera cura e dedizione.

Una curiosità: è impossibile non accorgersi durante la mostra che l’artista non fa ricorso ai colori per le sue foto. La scelta del bianco e del nero ha lo scopo di far prevalere il contenuto sulla forma, l’anima della fotografia sul suo aspetto. E’ una scelta di stile che rispecchia il lutto interiore che vive una persona così dedita alla sua città e alla sua Sicilia, attraversa dagli eventi più tragici del passato recente italiano.

La mostra a mio avviso è imperdibile, gli scatti dell’artista sanno penetrare nel profondo l’anima del visitatore nel bene e nel male, per questo la visita è profonda e difficilmente dimenticabile. In questo caso, visto la bellezza delle scatti e l’atipicità di alcune opere poiché mai mostrate al pubblico, mi sento di consigliarla anche per chi dovesse fare un luogo tragitto per recarsi ad Ancona. Unica nota dolente della mostra è che sicuramente non è di facile comprensione per chi non è esperto di fotografia o non conosce gli “anni di piombo” del passato italiano, manca purtroppo una spiegazione del contesto o dello stile artistico della fotografa. Spero che questa recensione vi possa essere utile a comprendere al meglio la mostra, in caso sono comunque presenti delle visite guidate che in questo caso le raccomando poiché se no certi aspetti chiave andrebbero perduti.

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