La mostra su Keith Haring a Palazzo Campana, ad Osimo, fa parte del progetto della città dedicato alla street art, infatti precedentemente vi era stata un’esposizione su Banksy. La mostra è stata curata da Gianluca Marziani ed è visitabile fino al 10 gennaio del 2021.
La mostra si sofferma piuttosto approssimativamente su Keith Haring, ma sicuramente ciò che la rende interessante è l’analisi che compie a proposito dello stretto rapporto d’amicizia che l’artista aveva con Paolo Buggiani, su cui la mostra prevalentemente si concentra. A mio avviso, Gianluca Marziani strumentalizza il nome dell’artista statunitense per invogliare maggiormente il pubblico alla visita; uno stratagemma di marketing che, per i veri appassionati o semplici interessati a Keith Haring, desta non poche critiche. Questa mostra era già stata esposta prima a Firenze e in seguito a Cagliari, quindi a tutti gli effetti si può parlare di un prodotto culturale “preconfezionato” che gira tra le città italiane.
L’artista americano Keith Haring (Reading, 1958 – New York, 1990) è considerato uno dei padri della street art. Le sue opere dallo stile inconfondibile e i suoi personaggi sono diventati un’icona degli anni Ottanta. La sua formazione si sviluppa già in casa poiché suo padre era un disegnatore di cartoni animati. Saranno proprio quei disegni, insiemi a quelli del celebre Walt Disney ad ispirare il giovane artista. A diciotto anni si iscrive all’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh per iniziare un corso come grafico pubblicitario, che lascia dopo due semestri. Il suo carattere irrequieto e la sua fame di vita lo portano a New York, dove frequenta la celebre School of Visual Art, nella quale incontra uno dei suoi più grandi amici Jean-Michel Basquiat, con cui condividerà una vita frenetica, portata all’eccesso. La sua carriera si avvia con i primi graffiti posti sulla metropolitana di New York, questa strategia gli consente di avere grande successo con i giovani, che per primi ne apprezzano le opere. In poco tempo passa, da un’attività illegale, ad avere un proprio studio sulla ventunesima strada. La scelta dell’artista ricade nella volontà di dipingere la città intera come un’immensa tela, questo perché per Keith Haring l’arte deve essere aperta a tutti, abbattendo le barriere tra arte di alto e basso livello. Nel 1985, esattamente nel pieno della sua attività, scopre di avere contratto il virus dell’AIDS. L’artista lotta con tutte le sue forze contro la malattia, continuando a lavorare per realizzare il suo murales a Pisa “Tuttomondo”, fino al 16 febbraio del 1990 quando una complicazione del morbo lo ucciderà a soli trentuno anni. Prima di ciò, riuscirà a fondare la Keith Haring Foundation, a supporto della lotta contro l’AIDS.
La prima sezione della mostra si concentra sull’iniziale fase dell’artista americano dedicata ai “subway drawings”, ovvero i disegni realizzati con il gessetto bianco sopra i fogli di carta nera della municipalità di New York, che venivano affissi per coprire le pubblicità scadute delle banchine della metropolitana. Già da questa sala si scopre come sia stato Paolo Buggiani a conservare queste opere, che quasi sicuramente senza il suo intervento sarebbero andate perdute. I primi lavori di Haring, infatti, erano ben lontani dal circuito di gallerie e musei, poiché rappresentavano l’essenza genuina della Street Art newyorkese. I “subway drawings” venivano realizzati in rapida sequenza, contro il volere delle autorità e sotto gli occhi complici dei passanti. Questi graffiti sono solo un accenno del grande talento dell’artista, ma riescono a far cogliere all’osservatore l’evoluzione delle figure stilizzate tipiche di Haring.
La seconda parte della mostra, lungo il corridoio, si concentra più approfonditamente sul rapporto di Paolo Buggiani con Keith Haring. Tra i due artisti era nato un profondo rapporto di amicizia, tanto che Haring era solito dipingerlo in molti dei suoi quadri; tutt’ora è possibile ritrovarlo in molti suoi murales, ad esempio nel murales a Pisa “Tuttomondo”, con la caratteristica sagoma d’uomo stilizzato dotato di ali nell’intento di volare. Questa immagine era nata a seguito della performance di Buggiani a New York intitolata appunto “Icaro”. Lo stesso artista ha più volte affermato:“L’altro mio desiderio è sempre stato quello di volare, ma non avendo mai fatto corsi d’aviatore, ho imparato a farlo simbolicamente con le mie opere d’arte dedicate a Icaro, simbolo di libertà e desiderio d’evasione..personaggio disubbidiente e meraviglioso!”.
La parte della mostra dedicata a Keith Haring termina alla fine del corridoio, lasciando al visitatore non pochi dubbi sulla figura dell’artista americano così scarsamente analizzato. La mostra però non termina qui, infatti si prosegue in altre 4 sale interamente dedicate a Paolo Buggiani.
Paolo Buggiani, nato a Castelfiorentino il 9 maggio 1933, negli Anni Cinquanta partecipa alle ricerche d’avanguardia a Roma con Turcato, Burri, Dorazio, Accardi e Novelli. Appartengono a questo periodo le tele caratterizzate da gesti violenti che si “aprono” davanti allo spettatore, trasportandolo emotivamente dentro le passioni dell’artista. La sua ricerca si è poi rivolta ad un coinvolgimento diretto con la realtà. Nel 1962 Buggiani si trasferisce a New York e si confronta con la Pop Art, il Living Theatre, la fotografia di ricerca. Incontra artisti quali Andy Warhol, Richard Avedon e Robert Frank, partecipando al clima di fermento del periodo con tele dagli elementi luminosi. Dal 1968 al 1979 Buggiani lavora tra Roma e Milano: sono di questo periodo le “Sculture Umane Sottovuoto”, i “Dipinti sulla Realtà”, “l’Arte Indossabile” e il “Fuoco come Arte”. Buggiani torna a New York nel 1979 dove, con le sculture di fuoco in movimento e le installazioni dei Rettili Meccanici inserite nel tessuto urbano, compare tra i maggiori protagonisti del movimento della Street Art, in compagnia di amici come Keith Haring, Les Levine, David Finn, Richard Hambleton e Ken Hiratsuka. Nelle opere recenti l’artista torna a lavorare sulla fotografia in rapporto alla pittura. Dal 1979 l’artista divide la sua vita tra New York e il borgo medievale di Isola Farnese (Roma).
Paolo Buggiani è stato in assoluto il primo artista a comprendere il potenziale della street art, come fenomeno sociale e linguistico, non a caso ha conservato fin da subito le opere di Keith Haring, prima ancora che diventasse un fenomeno globale.
La penultima sala si focalizza sull’attività fotografica dell’artista. Nelle fotografie dell’artista vengono uniti sia le sue sculture, sia i suoi spettacoli pirotecnici spesso illegali, nelle zone più improbabili di New York. Lui stesso definisce la sua arte come un concetto di “realtà parallela”, nella quale gli ostacoli possono essere accantonati. Tra ferro e fuoco, la sua arte comprende anche delle vere e proprie imprese, come la macchina a cui fece sparare dei razzi contro la nave portaerei americana Intrepid, che combattè contro l’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Insieme a Keith Haring, Buggiani, vide nascere lo street art newyorkese, che tra un azione illegale e l’altra riuscì a smuovere molte coscienze, e a sollevare diverse polemiche su tematiche molto controverse in quegli anni, come per esempio l’AIDS.
Nell’ultima sala della mostra, che consiste in una meravigliosa cappella sconsacrata del ‘700, troviamo l’allestimento di alcuni dei suoi animali in lamiera leggera: coccodrilli, serpenti e altri rettili, accompagnati dalle celebri opere “il Minotauro” e “Icaro”, due corpi mitologici che sono stati indossati dall’artista durante le sue performance dal vivo a New York. Come l’artista afferma: “La mia attività di ricerca è divisa in due parti: la prima continua il mio gioco intimo della pittura, mentre la seconda mi coinvolge in prima persona attraverso le sculture indossabili, gli oggetti, le macchine metamorfiche inserite nel contesto urbano e nella natura.” La scelta di usare anche la cappella, come sala espositiva, ha creato non poche polemiche in città, primo perché raramente nelle scorse esposizioni si era utilizzata la sala, secondo perché per molti si tratta di un tentativo non necessario, anzi volutamente provocatorio, di mischiare il sacro con il profano. A mio avviso, l’ultima sala è sicuramente la più interessante dell’intera mostra. Gli animaletti di Buggiani riescono ad integrasi perfettamente nell’ambiente della sala, tanto è vero che danno, al visitatore, l’effetto di volersi riposare in un luogo ameno dopo i lunghi viaggi in giro per il mondo.
La visita della mostra è molto breve, richiede al visitatore massimo un’ora e mezza, quindi la consiglio per chi è di passaggio nelle Marche. Sicuramente la figura di Keith Haring poteva esser approfondita maggiormente; ciò che manca all’esposizione, rendendo la visita purtroppo leggermente superflua, è un’analisi del contesto in cui la street art è nata, una panoramica sull’esatte motivazioni che hanno spinto questi artisti a diventare a tutti gli effetti dei ribelli rispetto alla società dell’epoca, ritenuta troppo soffocante e chiusa. Nonostante i difetti della mostra, mi sento di consigliarla perché costituisce un’occasione per visitare la fantastica Osimo, uno dei comuni più carini della realtà marchigiana. Invito in oltre il visitatore a scoprire all’interno del comune le motivazioni che portano gli osimani ad essere definiti “senza testa”. In oltre è assolutamente imperdibile il meraviglioso panorama visibile nei giardini di Piazzanova.
Mostra a Palazzo Campana










































