Henri Cartier-Bresson.Le Grand Jeu

La mostra sul famoso fotografo francese si snoda nel primo piano di Palazzo Grassi a Venezia, una delle due sedi della Fondazione Pinault in laguna, con l’obiettivo di riproporre allo spettatore la visione soggettiva che, di questo grande rappresentante della fotografia del Novecento, hanno cinque personalità dell’arte e della cultura di oggi. Sono infatti curatori della mostra François Pinault, collezionista e di cui la Fondazione porta il nome, Annie Leibovitz, fotografa, Javier Cercas, scrittore, Wim Wenders, regista, e Sylvie Aubenas, conservatrice e storica della fotografia. Si è chiesto a queste cinque personalità di scegliere per l’esposizione una cinquantina di immagini dell’artista, operando la selezione all’interno della Master Collection.

La Master Collection o, per gli intimi, Le Grand Jeu, è una rassegna fatta da Bresson stesso quando, all’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo, due collezionisti, mecenati e amici del fotografo, John e Dominique de Menil, gli chiesero di passare in rassegna le migliaia di stampe del suo archivio con l’idea di scegliere le opere più importanti e significative della sua carriera. Queste furono stampate nel 1973 da Georges Fèvre, in sei set completi, ciascuno composto da 385 stampe ai sali d’argento in formato 30×40; proprio l’omogeneità formale della raccolta è stata essenziale nel caso di questa mostra, poiché le immagini si possono collocare tutte su un piano di uguaglianza, senza alcuna classificazione.

La prima cosa da rimarcare è sicuramente l’originalità dell’idea di partenza: come in un gioco nessun curatore era al corrente delle scelte degli altri, e ciascuno ha deciso liberamente tutto l’allestimento, dai colori delle pareti delle sale alle cornici. Ogni spazio è una mostra a sé, indipendente ma nel contempo legata a tutte le altre. Questo significa anche che, talvolta, capita di trovare le stesse fotografie proposte in più di una sezione, perché scelte da più di un curatore tra le 50 previste. Ma la singola immagine assume intenti e scopi diversi a seconda della sezione in cui è collocata, e ciò risulta molto interessante ai fini di una visione a 360° dell’opera, che viene compresa da più punti di vista.

Queste cinque diverse sensibilità ci consentono infatti un’immersione nell’arte di Bresson da un’angolazione molto interessante, con una nuova consapevolezza dell’opera fotografica del maestro, delineata in cinque diversi contesti che forniscono un quadro chiaro delle sensazioni e del peso che queste immagini hanno avuto nella vita e nel lavoro dei curatori stessi.

Appena entrati a Palazzo Grassi, si svolgono come da prassi tutti i controlli che questo periodo richiede: il personale è molto attento sia a misurare la temperatura corporea sia a scaglionare le persone in entrata, in modo tale da non creare assembramenti all’interno degli spazi espisitivi, che comunque sono molto grandi e in totale sicurezza. Attraversato il grande scalone che conduce al primo piano, si entra nelle sale espositive.

Visione da una delle sale espositive dell’ingresso della mostra Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu. Palazzo Grassi, Venezia.

Lo sguardo di Fraçois Pinoult si snoda nelle prime tre sale della mostra, che presentano le stesse colorazioni parietali ed espositive delle successive tre sale, curate da Annie Leibovitz e Javier Cercas, con leggeri cambiamenti solo per quanto riguarda il colore e la dimensione delle cornici. In tutte le sale si ha la sensazione di un equilibrio allestitivo che sfiora gli occhi dello spettatore, e che si coniuga perfettamente con lo stesso equilibrio formale, compositivo ed emotivo delle foto di Bresson.

Protagoniste dell’allestimento di François Pinault soprattutto le tematiche della strada e della quotidianeità; in una didascalia dal titolo La felicità dei giorni, il collezionista afferma come questa sia: “ un’evocazione di istanti banali, di scene di strada che si somigliano e si ripetono in ogni paese e in ogni cultura: il piacere di ritrovarsi per una colazone sull’erba, di stare insieme intorno ai musicisti di strada, o di divertirsi con gli amici del quartiere restano i medesimi. Tutti codividiamo questi istanti di vita quotidiana e, fotografandoli, Henri Cartier-Bresson ha saputo tradurne l’universalità“. Altra sezione trattata da Pinault sono i ritratti del maestro, testimonianze di bellezza e grande semplicità delle sue fotografie.

Visita di re Giorgio VI, Versalilles, Francia, 35,5x 23,7cm; Livorno, Italia, 35,5×23,9cm; Domenica sulle rive della Senna, Francia, 23,8×35,5cm; Montreal, Canada, 23,9×35,7cm.

Proprio la tematica del ritratto appare molto pressente nelle sale curate da Annie Leibovitz, che nel 1976 fa il suo debutto come fotografa per la rivista Rolling Stone, e incontra lo stesso Cartier-Bresson. Attorno a quel ricordo, fondante per la carriera della Leibovitz, si struttura un allestimento fotografico, fatto di omaggi a grandi personaggi come Giacometti, di cui la Leibovitz sceglie la fotografia in cui l’artista passeggia sotto la pioggia “e somiglia ad uno dei suoi uomini che camminano”, o Matisse, eternato in un’immagine intima e dolce. Le scelte della fotografa statunitense, molto soggettive ed emotive, legate alla sua storia personale, appaiono lontane da quelle di Pinault, più minimali eppure egualmente empatiche.

Lago Sevan, Armenia, URSS, 23,9×35,5cm; Henri Matisse nella sua Casa,Vence, Francia, 1944, 23,8×35,5cm; Alberto Giacometti, rue d’Alésia, Parigi, Francia, 35,6x24cm.

Lo scrittore Javier Cercas non era affatto familiare alla poetica di Cartier-Bresson: “Avevo già visto numerose fotografie di Cartier-Bresson, spesso senza sapere che fossero sue: la mia ignoranza sul loro autore era quasi assoluta e la mia selezione non obbedisce affatto a criteri estetici, storici o biografici, ma al puro impatto che quelle immagini hanno avuto su di me, alla loro semplice potenza visiva o alla loro capacità di parlarmi”. La sezione da lui curata pone molta attenzione agli scatti di indagine storica, agli eventi principali che hanno segnato il secolo scorso, che si intervallano a ritratti di personalità illustri della storia e della letteratura compendiate da didascalie con frasi brevi ed iconiche, e filmati dello stesso Cartier-Bresson, presentati nel medesimo formato degli scatti; tutto ciò fa si che l’allestimento sia multimediale e scorrevole.

Albert Camus, Parigi, Francia, 24,7×35,8cm; Funerale di Gandhi, Delhi, India, 31 gennaio 1948, 24×35,6cm; Muro di Berlino Ovest, Germania,1962, 35,4×23,7cm.

Da Wim Wenders, regista, non potevamo certo aspettarci una scelta allestitiva differente. Le fotografie sono montate su dei Light Box fine art, metodo allestitivo che permette un’illuminazione dal retro, e disposte come a formare la successione di fotogrammi che compongono una pellicola. Tutti gli spazi sono completamente oscurati, e ciò consente alle immagini di risaltare ancora di più nelle sale. Le scelte fotografiche anche in questo caso sono dettate dallo sguardo e punto di vista soggettivo del cineasta: “Cercare di decifrare Henri Cartier-Bresson era semplicemente impossibile senza accettare la mia soggettività”.

Visione generale di una parete allestitiva all’interno delle sale curate da Wim Wenders.

Sylvie Aubenas accoglie lo spettore in un ambiente allestitivo completamente differente, con le uniche pareti colorate (di un rosa chiaro) dell’intera esposizione, montate su cornici con listelli effetto legno. Tra le tematiche a cui si affida per raccontare Bresson, ci sono quelle del gioco d’azzardo, di riflessi e del doppio. ” Tra le 385 fotografie scattate tra il 1929 e il 1973, e selezionate da Cartier-Bresson come suo testamento visivo, ne ho scelte 53 in un ordine che non è cronologico, nè tematico o geografico. E non sempre sono le più famose tra quelle celebri. Si tratta piuttosto di avvicinare immagini per creare linee di forza e l’essenza stessa della sua opera: la fiducia nel caso e nelle coincidenze, il virtuosismo di tiratore scelto, la curiosità sempre benevolente e mai indiscreta per le persone e le civiltà, l’acuta sensibilità per la composizione dell’immagine, la passione per i viaggi, l’interesse per la tematica dell’infanzia”.

Nevada. Las Vegas,1947, 26x17cm; Torcello, Italia, 1953, 24×35,7cm; Coco Chanel, Parigi, Francia, 35,8x24cm.

Barrio Chino, Barcellona, Spagna, 35,2×23,7cm.

Qui il link di Palazzo Grassi per tutte le informazioni sull’apertura e gli orari di questa mostra, sicuramente imperdibile se in autunno ci si trova a Venezia.

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