Fino al 10 gennaio 2021 i Musei Capitolini ospitano le opere della collezione di Roberto Longhi, riguardanti Caravaggio e i caravaggeschi del Seicento.
La sede si trova al Campidoglio e, oltre che per la mostra, vale sicuramente la visita: oltre a pregiati esempi di arte romana (impossibile non menzionare il Marco Aurelio, la Lupa, lo Spinario), nella Pinacoteca sono esposti dipinti del calibro di Caravaggio, Guido Reni, i Carracci, Pietro da Cortona… E ancora, appena entrati, nel Palazzo dei Conservatori, si possono ammirare gli affreschi del Cavalier d’Arpino rappresentanti alcuni degli episodi più noti dell’Antica Roma. Proprio in questa sala, nel 1957, venne firmato il Trattato di Roma che diede inizio alla CEE, che nel corso degli anni è diventata l’odierna Unione Europea.
Dunque, è in questo luogo ricco di storia che si svolge la mostra Il Tempo di Caravaggio.
Come sempre, all’arrivo bisogna superare il controllo della temperatura, indossare la mascherina e igienizzarsi le mani. Le entrate sono scaglionate a turni, si consiglia l’acquisto del biglietto online ma è possibile farlo anche in biglietteria, con il rischio però di dover attendere prima di entrare. Una volta entrati sembra di avere i musei tutti per sé, dati i pochissimi visitatori consentiti, il che permette di vedere tutte le opere con calma. Tuttavia, bisogna stare attenti alla segnaletica sul pavimento e ai cartelli di divieto, al fine di seguire il percorso minuziosamente realizzato per evitare assembramenti.
La mostra si svolge al secondo piano e, appena arrivati, si nota subito un cartello amaro: vietato fare foto e video. Per questo motivo, le immagini in questo articolo sono state reperite dal sito ufficiale dei Musei Capitolini e dalle loro pagine social, ma un pensiero viene spontaneo: perché al visitatore le foto sono proibite mentre la loro pagina Facebook ne è piena?
Nella prima sala troviamo subito una breve descrizione di Roberto Longhi e della sua vita, corredata da una linea temporale con le principali date dei suoi studi. La sua collezione, comprendente molte altre opere oltre quelle esposte, è conservata alla villa Il Tasso a Firenze, dove ogni anni si svolgono corsi di specializzazione per studenti meritevoli.
Quattro opere di Lorenzo Lotto danno inizio al filo logico della mostra, riprendendo le parole del critico scritte nella sua tesi di laurea del 1911: «Lotto è un luminista immenso, che va oltre Vermeer […]. Specie la prima maniera luministica di Caravaggio […] può dirsi preparata – certo oltrepassata – dal luminismo di Lotto».
Seguono le Pollarole del Passarotti, una Giuditta di Battista del Moro e una copia del Ragazzo che monda un frutto di Caravaggio. Accanto ad essa, si trova un disegno di mano di Roberto Longhi del Ragazzo morso da un ramarro di Caravaggio, che però è esposto nella sala successiva. A mio parere, sarebbe stato più suggestivo mettere le due opere a confronto, e la scelta di mettere l’opera del Caravaggio in solitaria è probabilmente dovuta all’importanza del pittore. Dopotutto, il titolo della mostra “Il tempo di Caravaggio” lascia intendere la presenza del Merisi che, per ovvie ragioni, si riduce a questa unica opera. Ad ogni modo, il Ragazzo morso da un ramarro è un’opera giovanile pregiata, i riflessi sulla brocca sono stupefacenti, così come l’espressività e la gestualità del giovane.
Nella terza sala troviamo l’Allegoria della vanità di Angelo Caroselli, che ritrae una ragazza intenta a farsi bella aiutata da un giovane. I dettagli dei gioielli e delle stoffe sono minuziosi, così come gli incarnati con i passaggi di luce e ombra.

Nella medesima sala, troviamo tre opere di Carlo Saraceni, pittore molto studiato da Longhi: il Ritratto del cardinale Capocci, la Giuditta con la testa di Oloferne e il Ritrovamento di Mosè, del quale colpisce la divisione in due momenti della narrazione. In basso a sinistra, in piccolo, c’è il ritrovamento del bambino lungo il fiume Nilo, mentre la scena principale è il suo ingrandimento, con le donne intorno alla cesta incuriosite e allarmate dall’evento.
Completano la sala una Testa di Giovane di Bernardo Srozzi, la Santa Maria penitente di Domenico Fetti, l’angelo annunciante del Moncalvo e l’Incoronazione di spine del Morazzone.
Nella quarta sala sono esposti cinque santi del Ribera: Paolo, Giuda Taddeo, Filippo, Tommaso, Bartolomeo, di ognuno di loro colpisce il naturalismo dei corpi. Segue un’opera di Battistello Caracciolo, Cristo morto portato al sepolcro, e la Negazione di Pietro del Valentin. Interessante è l’Adorazione dei pastori, di un pittore ancora non identificato, denominato Maestro dell’Annuncio ai pastori. Lo stile è vicino al Ribera, e i nomi proposti sono quelli di Juan Do e Bartolomeo Passante. A lui sono ascritti altri dipinti a tempa del Vecchio e Nuovo Testamento, riconoscibili dalla resa di capelli e barba, dal vello degli ovini e dalle epidermidi segnate dal tempo.
Non è l’unico artista sconosciuto della mostra, nella sala successiva è presente il Maestro dell’Emmaus di Pau, con il suo San Girolamo. Anch’egli ha delle vicinanze con Ribera e si può inserire nel contesto dei caravaggeschi napoletani.
Nella sala è presente anche il Monaco che legge di Honthorst, chiamato anche Gherardo delle Notti, pittore fiammingo specializzato nelle scene notturne. Purtroppo, l’opera si presenta molto rovinata.
Altre opere sono Sansone e Dalila di Gioacchino Assereto, la Nascita di Sansone e la Guarigione di tobit di Stomer, la Cattura di Cristo del Bavuren, la Madonna col Bambino e Sant’Anna del Molineri, una testa di giovane il Cristo portacroce di Pietro Vecchia e Labano promette Rachele a Giacobbe del De Ferrario.
La mostra si conclude con la sesta sala, dove sono esposti due dipinti di Mattia Preti: Concerto a tre e Susanna con i vecchioni. Longhi amava particolarmente la sua pittura, tanto da dedicargli uno scritto nel 1913, nel quale affermò: “Così com’io l’ho intesa l’arte di Mattia Preti è degna di essere amata e meditata anche dalla modernissima pittura europea”. Del Concertino colpisce il colore livido degli incarnati, tendente al grigio.
Gli arti dipinti eposti sono il Bivacco notturno di Filippo Napoletano, la Torre di San Vincenzo a Napoli di Viviano Codazzi, il David con la testa di Golia di Andrea Vaccaro, la Giuditta di Francesco Cairo, il ritratto di anziano gentiluomo seduto in poltrona di Carlo Cereda, la Pastorella addormentata di Monsù Bernardo, il ritratto virile di Giuseppe Caletti e il Santo certosino in lacrime e il San Sebastiano curato dagli angeli di Giacinto Brandi.
Per concludere, la mostra vale la visita, sia per conoscere un gigante della critica e degli studi caravaggeschi quale è Roberto Longhi, sia per ammirare il Ragazzo morso da un ramarro e gli sviluppi che il caravaggismo ha avuto nel corso del Seicento, soprattutto a Napoli. E, ovviamente, per perdersi nei meandri dei Musei Capitolini.
Luogo: Musei Capitolini, Sale espositive di Palazzo Caffarelli
Date: 16/06/2020 – 10/01/2021.
Tutti i giorni ore 9.30-19.30
24 e 31 Dicembre 9.30-14.00
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Chiuso il 25 dicembre e 1 gennaio
Biglietti: consultare il sito per conoscere le numerose possibilità di biglietto ridotto o gratuito.
Il catalogo della mostra è stato pubblicato dalla Marsilio:









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