Mostra “Sguardi del novecento, Giacomelli e il suo tempo” a Senigallia

La mostra di Giacomelli a Senigallia è sicuramente un evento unico ed imperdibile per conoscere la realtà marchigiana, anche in considerazione del fatto che il grande fotografo italiano è nato e cresciuto a Senigallia (di cui quest’anno ricorrono i venti anni dalla sua scomparsa) e che, per questo motivo, la sua terra d’origine è stata eletta come Città della Fotografia in Italia.

La mostra presenta uno sguardo inedito ed estremamente interessante poiché si dispiega in due palazzi diversi, sia a Palazzo del Duca sia a Palazzetto Baviera, perciò si ha la possibilità di osservare l’artista in due contesti diversi, ma speculari tra loro. Nella prima sezione, a Palazzo del Duca, Giacomelli viene contrapposto ai grandi maestri internazionali del novecento, celebri per la loro estrema eleganza e perfezione, come Robert Doisneau, Gianni Berengo, Brassaï, Henri Cartier-Bresson, KiKuji Kawada, Jacques Henri Lartigue, Herbert List, Nino Migliori, Paolo Monti, Leo Matiz e Ara Güler. La mostra in seguito continua, per la seconda e ultima parte, a Palazzetto Baviera dove invece ci si ricollega alla realtà fotografica prettamente nazionale e marchigiana del Gruppo Misa, dove lo stesso Giacomelli mosse i suoi primi passi.

L’esposizione non si pone la finalità di analizzare né le influenze stilistiche né la bravura tecnica dell’artista senigalliese rispetto agli altri grandi maestri, bensì tende a creare un potente scorcio sul contesto fotografico nel quale l’artista era inserito. La mostra allora contrappone le opere di Giacomelli con quelle degli altri artisti secondo aree tematiche ben delimitate, per poter così coglierne al meglio tutte le differenze stilistiche. L’artista infatti rappresenta un’eccezione originale sia al panorama nazionale che internazionale.

Giacomelli nasce nel 1925 da famiglia di umili origini contadine, aspetto che terrà custodito per sempre nell’animo come marchio di appartenenza e che si ripercuoterà nella sua produzione fotografica. Il periodo storico e le difficili vicende familiari (orfano di padre a soli 9 anni) costrinsero Giacomelli a non continuare gli studi e aiutare la famiglia come garzone presso la Tipografia Giunchedi. Nel 1953, Giacomelli acquista la sua prima macchina fotografica e scatta in spiaggia la sua prima foto “L’approdo”, con la quale capisce di volersi esprimere d’ora in avanti con il mezzo fotografico. Inizia a fotografare parenti, colleghi e gente della sua cerchia amicale. In quegli anni conosce Giuseppe Cavalli, maturo fotografo e grande teorico della fotografia, con il quale intraprende un’amicizia reverenziale di tipo maestro/discepolo, che fu fondamentale per sua la formazione culturale. Cavalli in quegli anni si adoperava nel creare una mappatura della fotografia artistica italiana del dopoguerra, cercando fermamente un’alternativa allo stile del neorealismo. Nel dicembre del 1953 si costituisce il gruppo Misa, in cui Giacomelli partecipa in prima linea. Ben presto l’artista sentirà stretti i severi precetti stilistici di Cavalli, poiché sente che i toni di grigio sono inappropriati a rappresentare quell’impeto e quel effetto tragico che ritrovava invece nei forti contrasti di bianco e nero, all’epoca sconvolgenti. La svolta artistica avviene quando nel 1964 il fotografo John Szarkowski, direttore del dipartimento di Fotografia del MOMA di New York, sceglie di esporre una sua fotografia alla mostra “The Photographer’s Eye”: la ormai celebre e iconica foto del bambino di Scanno.

La mostra a Senigallia trae proprio spunto dall’esposizione “The Photographer’s Eye”, il primo riconoscimento internazionale di Giacomelli, in cui fu esposto insieme ad autori internazionali come Richard Avedon, Brassaï, Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Walker Evans e molti altri.

Ogni sala si occupa di un differente tema, si parte proprio dall’opera che ha reso celebre Giacomelli nel modo: la foto del bambino di Scanno. L’immagine ritrae quattro donne sfocate e vestite di nero in un’atmosfera fiabesca e quasi irreale, che camminano verso l’osservatore con un solo oggetto centrale messo a fuoco: un ragazzo che cammina con le mani in tasca. Nella prima sala si affronta il tema dell’infanzia e di come siano stati proprio i bambini i primi soggetti ideali della fotografia, dopo la seconda guerra mondiale.

Si prosegue con la sezione dedicata ai paesaggi cittadini, in particolare è necessario soffermarsi su Robert Doisneau, precursore della street photography contemporanea, Brassaï francese naturalizzato e soprannominato l’”occhio di Parigi” per il suo amore nei confronti della capitale francese e di tutti i personaggi e gli intellettuali che la animavano, Jacques Henri Lartigue che intreccia la sua attività di fotografo a quella di pittore e Ara Güler, fotoreporter, storico e documentarista che per 60 anni ha ritratto le metamorfosi di Istanbul.

Nella terza sala la mostra si dedica in maniera particolare sull’osservazione di Giacomelli verso i poveri, come lui stesso ha affermato, è stata “la fortuna di esser nati poveri” ad averlo reso un fotografo. Quell’origine umile gli ha permesso di sviluppare una sensibilità acuta, un occhio capace di guardare al disagio altrui senza pietismi e senza arroganza, ma con dignità. Le foto mostrano una parte della società che nessuno vuole vedere: i vecchi negli ospizi, il dolore della solitudine, la disperazione incontrata a Loreto, a Lourdes, dove Giacomelli si reca con il figlio disabile.

Nella quarta si trovano le famose foto dei “pretini” che giocano nella neve. Mario Giacomelli  le scattò tra il 1962 e il 1963 a Senigallia. I protagonisti erano giovani seminaristi. Il fotografo aveva chiesto e ottenuto, non senza difficoltà, di poter trascorrere un anno con loro. Voleva mostrare come vivevano i ragazzi in un luogo chiuso, lontano dalle attrattive del mondo esterno, affrontando tante rinunce. Le figure nere dei giovani preti rifanno la “Danza” di Matisse, oppure  scherzano, fumano, chiacchierano come tutti gli altri esseri umani.

Le altre sale sono dedicate alla fotografia riguardante i paesaggi, elementi naturali,  trattati come qualcosa di estremamente geometrico. Sicuramente la sala più interessante è quella dedicata all’amore dove si scopre un Giacomelli non soltanto fotografo ma anche poeta, che parla della donna con una sensibilità assolutamente non banale e che, non a caso, con i poeti ha molto a che fare: Mario Luzi, l’antologia di “Spoon River”, Cesare Pavese e Leopardi sono continue fonti di ispirazione.

La mostra sicuramente rappresenta un’occasione in più per visitare il suggestivo Palazzo Baviera, costruito e poi riadattato tra la fine del quattrocento e il primo decennio del cinquecento, i suoi punti più affascianti sono sia il piccolo chiostro dall’atmosfera sobria ed elegante, la quale ricorda il non lontano Convento delle Grazie di Senigallia, sia in maniera particolare il piano superiore nobile dove si ammirano i soffitti interamente decorati a stucco dall’urbinate Federico Brandanini. Nel soffitto si alternano rappresentazioni di cruente battaglie, racconti biblici, gesta eroiche e fatti storici reali senza che venga mai meno l’armonia del tutto.

La mostra a mio avviso è assolutamente imperdibile perché, oltre ad avere un prezzo eccezionale, 8 euro intero e 4 ridotto, è perfetta per chi non è avvezzo alla fotografia in quanto si affrontano diverse tematiche in maniera piuttosto dettagliata, ma pur sempre concisa. Mentre chi è un grande appassionato di fotografia ha la possibilità di osservare tutti i principali artisti del novecento e di confrontarne le differenze stilistiche. La mostra poi rappresenta una grande rinascita per la città, la quale ha subito un duro contraccolpo economico a causa della pandemia.

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