Raffaello e la lettera a papa Leone X. Principi di tutela dei beni culturali.

Quanta calce si è fatta di statue et d’altri ornamenti antichi,
che ardirei dire che tutta q(ues)ta Roma nuova che hora si vede, quanto grande
ch’ella si sia, quanto bella, quanto ornata di palagi, chiese et altri edifci che la
scopriamo, tutta è fabricata di calce di marmi antichi!

Oggi come tutela dei beni culturali intendiamo quelle azioni volte alla conservazione dell’insieme di beni culturali (cose mobili e immobili che hanno valore storico, artistico, archeologico, etc..). Ma quanto è recente questo concetto?
Nel corso della storia, l’uomo ha sempre riutilizzato materiali e strutture per dare loro una nuova destinazione d’uso, ponendosi raramente il problema del loro significato e del loro valore storico artistico. La sensibilità di preservare i materiali e i monumenti, comincia a svilupparsi durante l’Umanesimo e il Rinascimento, contemporaneamente allo studio e traduzione dei testi antichi. Nello Stato Pontificio, la crescente attenzione verso l’antica roma portò all’emanazione di bolle che segnarono l’inizio della tutela. Durante il Quattrocento nelle bolle Etsi de cunctarum, emanata da Martino V nel 1425, e Cum Almam Nostram Urbem, di Pio II nel 1462, si esortava all’uniformazione dei decori e si vietava la demolizione di antichi edifici. Nonostante la crescente sensibilità verso l’antico, Roma continuava a essere spoliata dei suoi monumenti. Nel Cinquecento un ruolo cruciale per la tutela dei beni culturali lo ebbe Raffaello che, dopo la sua chiamata a Roma, venne incaricato da papa Leone X praefectus marmorum et lapidum omnium, il 27 agosto del 1515. Il ruolo dell’urbinate era di soprintendere alla scelta dei marmi da utilizzare nella nuova costruzione di San Pietro, salvando dal riuso le epigrafi e i frammenti antichi. Durante l’incarico e i suoi studi personali, si accorse dello stato di incuria in cui versavano le antiche vestigia di Roma e denunciò la situazione nella lettera a papa Leone X.

Il documento in questione venne scritto con l’aiuto di Baldassarre Castiglione, come epistole dedicatoria a corredo di un ampio progetto che il Sanzio non ebbe l’occasione di continuare: la mappatura della Roma antica. La lettera a papa Leone X, datata al 1519, denota una sensibilità spiccata verso l’antico, tematica a cui è stata dedicata un’intera stanza alla mostra delle Scuderie del Quirinale, anticipando i principi di tutela della legislazione contemporanea. L’epistola è divisa in tre parti: nella prima denuncia lo stato di rovina delle vestigia romane ed esorta alla protezione e alla tutela dei monumenti antichi, nella seconda parte fa un’excursus storico-architettonico dell’Urbe e infine, presenta il rilievo della Roma antica e la metodologia delle proiezioni ortogonali. La prima parte del documento enuncia i principi che ad oggi sono alla base della tutela dei beni culturali: infatti, non viene solo denunciato lo stato di incuria e abbandono, condannando anche i suoi contemporanei per la distruzione di molti monumenti antichi, ma esorta ad “haver cura che quello poco che resta di questa antiqua madre de la gloria e grandezza italiana non sii estirpato e guasto dalli maligni et ignoranti” e di continuare a costruire un patrimonio di altrettanto grande valore “Ma più presto cerchi V(ostra) S(anti)tà, (lasciando vivo il paragone d(e)gli antichi), agguagliarli et superarli come ben fa con grandi edifci , col nutrire et favorire le virtù, risvegliare gli ingegni, dar premio alle virtuose fatiche“.

Purtroppo il messaggio di Raffaello venne accolto con molta lentezza, portando all’emanazione di una serie di atti su singole tematiche: Quae publice utilia (1574) che limita le appropriazioni di beni culturali, editto Sforza sul divieto di esportazione dei beni culturali (1649), editto Albani per la tutela delle opere d’arte presenti a Roma (1733). Bisognerà aspettare il 1820 per avere una legislazione completa sui beni culturali; fu con l’editto Pacca che si gettarono le basi di una legislazione moderna incentrata sulla loro tutela.

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