I gatti nell’arte

Il gatto è uno degli animali da compagnia più frequenti nelle nostre case, su internet spopolano foto e video di questi felini intenti a giocare, dormire, mangiare… La società odierna ama i gatti, ma non siamo gli unici nella storia dell’umanità ad avere un rapporto così stretto con loro. Nell’antico Egitto, ad esempio, questi animali erano letteralmente adorati come divinità. La dea Bastet aveva il corpo di donna ma la faccia da gatta, era la dea della fertilità, in suo onore i gatti dopo la morte venivano mummificati. Nel centro di culto più importante per la dea, Bubasti, è stata rinvenuta una necropoli di gatti. Ma i felini avevano un ruolo importante anche nella vita quotidiana degli egizi: servivano per disinfestare i granai dai topi. Mantennero questa funzione per lungo tempo anche in Europa durante la civiltà romana e medievale.

Il significato attribuito al gatto cambia drasticamente nel mondo medievale cristiano, assumendo il ruolo negativo di trappola, di litigio e di inimicizia. Spesso viene associato al topo o al cane, con i quali ingaggia una lotta, come nell’Ultima cena di Pietro Lorenzetti nella Basilica di San Francesco ad Assisi (1320).

Pietro Lorenzetti, Ultima Cena, 1320, Basilica di San Francesco d’Assisi

In questo affresco si apre a sinistra lo scorcio di una cucina, con due inservienti che danno gli avanzi del pasto ad un cane e un gatto. I due animali si dovranno contendere quel cibo in una sola ciotola, per questo la scena è stata analizzata come un litigio per chi otterrà il pasto. Tuttavia, l’atteggiamento dei due animali sembra mite, dunque potrebbero avere la semplice funzione di dare alla scena un senso di quotidianità.

Il gatto è presente in altri dipinti con soggetto l’Ultima Cena di Gesù. In questa tela di Jacopo Bassano, conservata alla Galleria Borghese, al centro c’è un cane acciambellato vicino a una scodella, mentre il gatto si avvicina di soppiatto sulla destra.

Jacopo Bassano, Ultima cena, Roma, Galleria Borghese

Un altro esempio è ben visibile nel Cenacolo di Domenico Ghirlandaio nel convento di San Marco a Firenze.

Domenico Ghirlandaio, Cenacolo, 1486, Firenze, Museo di San Marco

Il felino si trova in primo piano, affianco a Gesù e guarda oltre verso lo spettatore. Il suo ruolo potrebbe essere quello di avvertire dell’imminente tradimento di Giuda. Il gatto, per via del suo modo di cacciare con astuzia, assume il ruolo del diavolo che tenta le sue vittime.

Ancora, nell’Ultima cena di Cosimo Rosselli nella Cappella Sistina, in primo piano si trovano un gatto e un cane che litigano furiosamente. In questo caso è evidente la contrapposizione bene e male, il cane, infatti, assume il ruolo del bene in quanto animale addomesticato, mentre il gatto ha un’indole più selvatica. Inoltre, il cane è di colore bianco, da sempre simbolo di purezza, mentre il gatto è grigio.

Cosimo Rosselli, Ultima Cena, 1481, Cappella Sistina

Questi sono soltanto alcuni esempi di Ultime cene con la presenza del felino, altre opere interessanti da citare sono due Tintoretto a Venezia, uno a San Marcuola (1547) e l’altro a San Giorgio Maggiore (1594).

Presenze di gatti sono state notate anche in alcune Annunciazioni. Spesso il significato è sempre associato al male ma, come vedremo, ci sono delle eccezioni.

Per capire come mai nelle Annunciazioni sia presente il felino, bisogna accennare all’Immacolata Concezione. Al giorno d’oggi siamo abituati a festeggiarla l’8 dicembre, ma c’è molta confusione su cosa voglia dire. La questione è antica, risale alla scolastica medievale, ma fu nel XIV secolo che esplose nel dibattito teologico. I francescani, capeggiati dal teologo scozzese Duns Scoto, sostenevano che la Vergine Maria fosse nata senza peccato originale, in quanto madre di Dio e dunque esente dalle tentazioni del Diavolo. Il dogma dell’Immacolata Concezione fu stabilito solo nel 1854, con papa Pio IX e riguarda solo i cattolici, in quanto sia i protestanti che gli ortodossi non lo condividono.

Nella storia dell’arte, dunque, la presenza dell’Immacolata è un dato importante per capire l’orientamento della committenza. E qui si ricollega anche l’iconografia del gatto. Se in una Annunciazione è presente un gatto, vuol dire che la committenza era di orientamento francescano e credeva nell’Immacolata, poiché il gatto rappresenta il male, il peccato.

Un esempio di questa iconografia è l’Annunciazione di Bartolomeo Caporali (1467) in cui ci sono proprio un cane e un gatto che litigano: è la lotta tra il bene e il male, dove il bene è destinato a vincere.

Bartolomeo Caporali, Ultima Cena, 1467

E ancora, un gatto che fugge è nell’Annunciazione di Lorenzo Lotto a Recanati, sembra quasi spaventato dall’arrivo dell’arcangelo.

Lorenzo Lotto, Annunciazione, 1534, Recanati, Museo Civico Villa Colloredo Mels

Ma il gatto, a volte, ha una valenza positiva. È il caso della Madonna della gatta di Giulio Romano.

Giulio Romano, Madonna della gatta, 1522, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

Questo dipinto, ispirato alla Madonna della Perla di Raffaello, presenta un interno domestico con Maria, Gesù Bambino, sant’Anna e san Giovannino Battista, mentre san Giuseppe si intravede in secondo piano sulla porta. Ai piedi della sacra famiglia, a destra, c’è una gatta. È possibile stabilire il suo sesso in quanto, per questioni genetiche, solo le gatte possono avere il pelo di tre colori. Essa, dunque, non ha alcun significato negativo in questo quadro, ma anzi riesce a dare un tocco più domestico alla scena.

Lo stesso soggetto è stato affrontato da Federico Barocci in due tele di fine Cinquecento. La prima, La Madonna del gatto, è conservata alla National Gallery di Londra.

Federico Barocci, Madonna del gatto, 1575, Londra, National Gallery

Anche questa scena si sviluppa in un interno domestico, mentre Maria è intenta ad allattare il piccolo Gesù, egli è distratto dal gioco di san Giovannino con una gatta. Il felino è su due zampe e fissa il cardellino che il bimbo tiene in mano: in questo caso il significato è ben preciso. Il cardellino è simbolo della Passione di Cristo e si trova spesso nelle scene di Natività e Sacre Famiglie, come presagio di quello che avverrà. Il gatto cerca di catturarlo, come per impedire il compiersi del destino di Cristo.

La seconda opera è la Madonna della gatta degli Uffizi, riscoperta e restaurata di recente.

Federico Barocci, Madonna della gatta, 1595, Firenze, Uffizi

La scena rappresenta la visitazione di santa Elisabetta, Zaccaria e Giovannino al neonato Gesù. Si tratta di un momento di intimità famigliare, sembra quasi di sbirciare nella casa di Gesù, ma il gesto di san Giuseppe di aprire la tenda, e quello di Giovannino che guarda lo spettatore e gli indica il Bambino, ci invitano a continuare ad ammirare il sacro evento. Ci sarebbe molto da dire su questo quadro, ma concentriamoci sulla gatta. Ancora una volta, la sua presenza è positiva: se ne sta tranquilla sulla veste di Maria, mentre allatta i suoi cuccioli. Sembra spaventata dall’arrivo degli ospiti e si ritrae sospettosa, in guardia per i suoi piccoli. Al pari della Vergine, anche la gatta è una mamma e vuole proteggerli.

Infine, Barocci ritrae un gatto anche nell’Annunciazione della Pinacoteca Vaticana, opera purtroppo molto rovinata e di cui manca un brano proprio sulla parte del gatto. Ne esiste anche una versione nella Basilica di Assisi, opera di bottega.

Questa Annunciazione fa eccezione rispetto alle precedenti proposte, il gatto infatti non rappresenta una minaccia all’incarnazione di Cristo, se ne sta semplicemente dormiente in basso a sinistra. Forse Barocci ha voluto inserire l’animale per dare un senso di quotidianità alla scena, o forse bisogna ricondurlo di nuovo alla questione dell’Immacolata Concezione, vista sia la committenza francescana che l’orientamento religioso del pittore.

Nel corso dei secoli i gatti hanno continuato a far parte della nostra vita, diventando protagonisti di quadri di genere o semplici compagni domestici. Nella stagione degli impressionisti possiamo trovarli in opere di pittori molto famosi.

Renoir, Julie Manet detto anche Bambina con il gatto,
1887, Parigi, Musée d’Orsay

Renoir con le sue delicate tinte a pastello ritrae la giovane figlia di Eugéne Manet, fratello del più noto Edouard, mentre abbraccia il suo micio, in un gesto molto intimo.

Ma uno dei gatti più noti della storia dell’arte è sicuramente quello dell’Olympia di Manet.

Manet, Olympia, 1863, Parigi, Musée d’Orsay

Nel dipinto, che suscitò grande scandalo al tempo, la donna posa completamente nuda, ad eccezione delle scarpe, su un letto bianco. Co-protagonisti sono una serva che le poggia dei fiori e un gattino nero sulla destra.

Nella Parigi di quegli anni era però uno solo il gatto più famoso di tutti: Le chat noir. Il locale di Montmarte, specializzato in cabaret e teatro delle ombre, aveva come simbolo un gatto nero con il pelo arruffato.

Frequentato dai maggiori artisti, poeti, scrittori e pensatori del tempo, il locale Le chat noir e la sua rivista rappresentano un vero e proprio scorcio della Bohéme.

Infine, un gatto nero è presente nel celebre Autoritratto della pittrice messicana Frida Kahlo.

Frida Kahlo, Autoritratto con collana di spine, 1940, Austin, Texas, Harry Ransom Center

Frida si circonda di potenti simboli: la collana di spine, il ciondolo con un colibrì, le farfalle, le libellule, la scimmia e il gatto. Per provare a codificare questi elementi bisogna conoscere un poco la vita dell’artista. In giovane età subì un incidente che la costrinse a lungo ferma al letto, procurandole dolori per tutto il resto della sua vita e infertilità. Il suo matrimonio con l’artista Diego Rivera fu ricco di problemi e litigi e Frida esprime tutte le sue frustrazioni nelle sue opere. In questo caso, la collana simboleggia il dolore, il colibrì i problemi matrimoniali, mentre il gatto e gli insetti sono simboli di libertà e indipendenza.

Le opere proposte in questo articolo sono solo alcuni esempi di come i gatti sono stati rappresentati nella storia. Ai nostri giorni questi animali sono onnipresenti, basta pensare ai numerosi account dei social network a loro dedicati, o ancora i cartoni animati e i fumetti che li hanno come protagonisti. Insomma, gli essere umani sembrano essere stati da sempre affascinati dai gatti e, visti gli esempi nella storia dell’arte, non possiamo che concordare.

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