Havendo poi cominciato questo pittore un nuovo modo di colorire in pietra, cio piaceva molto a’ popoli; parendo, che in quel modo le pitture diventassero eterne, e che ne il fuoco, ne i tarli potessero lor nuocere
G. Vasari
Dal terzo decennio del Cinquecento, si diffonde l’uso della pittura a olio su pietra (preziosa e non) e su metallo, soprattutto il rame. La tecnica della pittura su pietra e metallo era già conosciuta, ma l’avvento della pittura a olio segnò la fortuna di supporti più assorbenti come la tela o la tavola e per le pitture murali si continuò a utilizzare la tecnica dell’affresco, di consolidata durevolezza. La sperimentazione pittorica portò gli artisti del Cinquecento, in particolare Sebastiano del Piombo, a riscoprire questi supporti preziosi, riportando in auge dei materiali differenti per la pittura a olio.
La sperimentazione della tecnica per dipingere su pietra è testimoniata dal Vasari e dalla lettera di Vittore Soranzo a Pietro Bembo, datata al 1530. L’esigenza che spinse il veneziano a cambiare i tradizionali supporti era la volontà di dipingere a olio su muro, motivo che portò alla rottura con Michelangelo. Le prime opere vennero realizzate su lastre di peperino per le cappelle Chigi di Santa Maria del Popolo a Roma. Per i ritratti e dipinti di piccole e medie dimensioni scelse l’ardesia, che gli dava già una preparazione scura, adeguata allo stile cupo del pittore veneziano. A impreziosire i quadri su ardesia erano anche le cornici, che Sebastiano del Piombo componeva con pietre di varia natura; la maestria nella pittura unita alla preziosità dei materiali (supporto pittorico e cornici) determinarono la fortuna dell’uso di supporti alternativi per la realizzazione di dipinti e ritratti, ai quali conferivano maggior fasto. Fra le opere di Sebastiano del Piombo ricordiamo il Ritratto di Baccio Valori, la Madonna del Velo e il Ritratto di Clemente VII.



La sperimentazione di Sebastiano del Piombo segnò la fortuna dell’ardesia, che divenne uno dei supporti preferiti, nonostante i supporti classici continuarono a essere usati con maggior frequenza. Molti artisti del suo tempo come Daniele da Volterra e il Vasari si cimentarono nella pittura a olio su lavagna. Anche il fiammingo Rubens sperimentò questo supporto lapideo, realizzando, nel primo decennio del Seicento, la pala d’altare per la Chiesa Nuova di Roma. Il quadro è singolare non solo per la scelta dell’ardesia, ma soprattutto per la presenza di un meccanismo che protegge l’icona mariana dal deterioramento del tempo. Infatti, l’ovale dove è ritratta la Madonna con il bambino benedicente è dipinto dallo stesso Rubens su una lastra di rame che può essere sollevata all’occorrenza per far vedere la miracolosa icona.

Meno certa è la genesi della pittura a olio su rame, utilizzata per veri e propri dipinti come ritratti e scene allegoriche. Infatti, la pittura su rame era già utilizzata per tecniche decorative, ma non come proprio supporto pittorico. L’inizio dell’utilizzo di questo metallo sembrerebbe una conseguenza sia delle sperimentazioni di Sebastiano del Piombo sia frutto di un collezionismo sensibile, come il mecenatismo mediceo. Le prime documentazioni del rame, utilizzato come supporto per dipinti a olio, risalgono sempre al Cinquecento con artisti come il Bronzino (1503-1572), il Vasari (1511-1574), Alessandro Allori (1535-1607) e Lavinia Fontana (1552-1614). I quadri realizzati da questi artisti su rame, rimangono di piccolo formato e di committenza raffinata, destinati all’ornamento di studioli.




La “fortuna” di questo supporto alternativo si diffuse anche nel Nord Europa, grazie a pittori fiamminghi come Bartholomeus Spranger (1546-1611), Adam Elsheimer (1578-1610), Paul Bril (1554-1626) e Denys Calvaert (1540-1619), i quali determinarono la fortuna di questa tecnica nel collezionismo privato. Le sperimentazioni italiane, si diffondono in Nord Europa espandendo i suoi orizzonti su nuovi materiali come il marmo e l’alabastro. La curiosità cinquecentesca e seicentesca verso i materiali e il grande mecenatismo delle corti italiane ed europee, furono la chiave del successo di questi supporti alternativi. Inoltre, la superficie liscia dei materiali dava la possibilità di esaltare la tecnica e la precisione dell’artista, oltre che dare maggior luminosità ai dipinti. La fortuna di tali supporti si esaurisce nel Settecento con Canaletto (1697-1768), di cui ricordiamo la vista del Ponte di Rialto.


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